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Il viaggio di Carlo Comaschi a Caprera


Premessa

Nel marzo 1861 Carlo Comaschi [>>] partecipa ad un viaggio a Caprera per andare a trovare Giuseppe Garibaldi. Il viaggio è organizzato da Franco Mistrali ed ha lo scopo di portare da Garibaldi un gruppo di rappresentanti delle associazioni operaie e degli ex-volontari per invitare Garibaldi a riprendere la lotta per l'Unità d'Italia dato che ancora Roma e Venezia non ne facevano parte.
Come vedremo il viaggio cadrà in un momento importante della storia di Garibaldi e dell'Italia.

Franco Mistrali è uno scrittore, originario di Parma, noto per aver pubblicato molti romanzi di carattere storico. Nel 1860 aveva pubblicato Gli ultimi giorni di Venezia o I Vespri veronesi e Campo Formio, romanzo storico le cui vicende vanno del 1796 all'armistizio di Villafranca (1859) ma che in realtà era un invito alla rivoluzione e alla riscossa per Venezia.

Sempre nel 1860 aveva pubblicato anche Storia popolare della rivoluzione in Sicilia e dell'impresa di Giuseppe Garibaldi che era stata compilata sul diario di un cacciatore delle Alpi che aveva partecipato alla spedizione in Sicilia.

Inoltre, il 18 novembre 1860, a nome dell'Istituto di Istruzione Popolare, aveva scritto al Comitato Centrale della spedizione in Sicilia, esprimendo il desiderio che i comitati locali non dovessero sciogliersi ma fosse conservata l'organizzazione per i compiti futuri [1].

Il momento non è scelto a caso. Garibaldi infatti, nel proclama ai suoi volontari, emesso a Napoli subito prima di ritirarsi a Caprera, aveva promesso che, della lotta per la liberazione di Venezia, se ne sarebbe riparlato dopo cinque mesi e cioè nella primavera del 1861.
A tutti i numerosi visitatori che si erano recati a Caprera durante l'inverno aveva ripetuto A primavera ... ! A primavera ... ! A primavera viene il bello ! e primavera era appunto arrivata.

Chi ha scritto a Garibaldi, annunciandogli il viaggio di Mistrali (che era anche membro della commissione permanente del congresso generale degli operai del Regno) e chiedendogli di accogliere i rappresentanti delle associazioni operaie e dei volontari, è Brofferio, l'oratore.
Si tratta di Angelo Brofferio, (1802 - 1866) che fu studente ribelle nel 1821, autore teatrale di successo nel decennio successivo, cospiratore pentito nel 1831 e quindi avvocato penalista, poeta dialettale, scrittore giornalista e direttore de Il Messaggiere dal 1835, protagonista della vita politica risorgimentale e parlamentare fin dal 1848 [2].

Probabilmente Carlo Comaschi partecipa al viaggio in quanto nel 1860 è stato nominato protettore della Pia Istituzione dei Lavoranti Cappellai di Milano, della quale poi Garibaldi stesso diventerà Presidente onorario il 29 luglio 1862. Era inoltre consulente legale di vari istituti di carità, tra i quali anche le Pie case d'industria e ricovero.

A dire il vero Mistrali, nel suo libro [3] nel quale racconta il viaggio a Caprera, non nomina mai Comaschi per nome ma lo cita sempre come Avv. Comaschi di Milano.
Non vi è però alcun dubbio che si tratti proprio di Carlo Comaschi in quanto, oltre ad avere le cariche di cui sopra, aveva partecipato alla rivolta delle Cinque Giornate di Milano, ricoprendo anche degli incarichi nel Governo Provvisorio, ed era l'unico Comaschi iscritto all'albo degli avvocati di Milano.

Ho qui ricostruito il suo viaggio a Caprera basandomi in gran parte sul libro di Franco Mistrali, dal quale talvolta ho ripreso alcune intere frasi, ma che ho anche implementato e riordinato, in alcuni casi riassumendo ed in altri aggiungendo ulteriori notizie esplicative in modo da ottenere una specie di diario cronologico di quel viaggio.

Mercoledì 27 marzo 1861 - In viaggio per Caprera

I partecipanti al viaggio, in numero di trenta, si radunano a Genova. Ci sono svariati ufficiali garibaldini della Armata meridionale che partecipano in rappresentanza di tutti i volontari delle loro città di provenienza.

Si tratta di: Maggiore Cesare Bernieri di Milano che aveva scritto ad Agostino Bertani sarò di passaggio a Genova diretto a Caprera in rappresentanza dell'Associazione Unitaria, porterò un cinquantina di foto di Garibaldi e pregherò il generale di firmarle [4], Maggiore Luigi Cingia di Lodi [5], Capitano Antonio Consolini di Brescia, Capitano Antonio Frigerio di Milano [6], Ufficiale Medico dott. Fusco Ratti di Milano, Capitano di artiglieria dott. Gaetano Ravagli, Maggiore dei bersaglieri Faustino Tanara di Parma [7] e Maggiore Luigi Wolff originario della Germania [8].

Tutti questi ufficiali avevano rassegnato le dimissioni dall'Esercito dopo che Garibaldi si era ritirato a Caprera.
Il Maggiore Cingia di Lodi era quello che raccoglieva più rappresentanze. Infatti, oltre ad essere presente a nome dei volontari lodigiani, era stato incaricato di rappresentare la Città di Lodi, il Municipio e la Guardia nazionale.
Invece non avevano nominato loro rappresentanti, benché invitati a farlo, il Municipio di Milano ed il Comando della Guardia nazionale.

C'erano poi i rappresentanti della associazioni operaie più alcuni altri presenti a nome di associazioni non operaie quali la Società Unitaria Italiana di Milano, la Accademia Fisico-medico-statistica, la Società degli Insegnanti ed altre ancora.

I loro nomi sono: Pompeo Babini di Faenza, Felice Casaccia di Genova, Antonio Casanova di Milano, Cesare Coliva di Bologna, Avv. Comaschi da Milano, Luigi Corbellati di Pavia, Giuseppe Dardanoni di Milano, Paolo Da Zara di Venezia, Dott. Giuseppe De Bonis di Milano, Donati di Venezia, Avv. Fantini di Vercelli, Francesco Franchini di Tortona [9], Ferrari tipografo di Milano, Dott. Paolo Geymonati di Genova [10], Millo di Venezia, Franco Mistrali di Milano, Petit-Bon di Parma, Avv. Polenghi di Milano, Pietro Righini da Milano, Gaspare Stampa di Milano [11], Giovanni Battista Stampa di Milano [12] e Vittorio Terrani da Roma.

Ci si imbarca verso sera sul vapore Italia e si parte. Donati di Venezia che ha avuto un polso trafitto da una palla nemica a Milazzo, indica a Mistrali Villa Spinola e gli racconta degli avvenimenti della notte fra il cinque ed il sei maggio dell'anno precedente, quando i Mille si imbarcarono a Quarto.
Racconta le imprese alle quali aveva partecipato e poi vengono raccontati anche i fatti del 1849 e la difesa della Repubblica Romana [13].

Intanto alcuni passeggeri intonano La bella Gigogin e così il discorso cade su Milano.
Giuseppe Dardanoni racconta i dieci anni di resistenza agli austriaci prima della definitiva liberazione di due anni prima e racconta delle prigioni di Comorn [14].
Si continua poi a parlare di Milano e probabilmente anche Carlo Comaschi avrà raccontato le sue esperienze durante la rivolta delle Cinque Giornate.

La notte avanza e pian piano alcuni si ritirano. L'Italia procede ad otto nodi. Chi resta alzato vede sopravanzare Capraia e la Gorgona e più lontane l'Elba e Montecristo.

Il tempo è buono e l'acqua del mare nella scia della nave scintilla per la presenza di piccoli organismi luminosi che si accendono quando sono scossi dal movimento dell'elica.
Sulla destra si vede il faro di Capo Corso.

Giovedì 28 marzo 1861 - Arrivo all'isola della Maddalena

L'alba è serena; quando sorge il sole l'Italia sta costeggiando la Corsica.
Uno dei passeggeri della nave, che è còrso, indica alcune case dicendo che sono dei suoi avi, compagni di Pasquale Paoli nella rivolta per l'indipendenza e racconta di aver giurato a suo padre, sul suo letto di morte, di non tornare più in Corsica se non per combattervi per la libertà o quando la Corsica fosse stata libera.

Quando si entra nelle Bocche di Bonifacio c'è un evviva generale perché si vede Caprera. Il sole illumina un punto bianco: è la casa di Garibaldi.

Circa dieci anni prima Garibaldi aveva ereditato 40000 lire da un fratello, ne aveva spese 15000 per comprare un piccolo naviglio e 13000 per acquistare, a poco a poco, buona parte di Caprera.
Poi aiutato dal figlio Menotti, da Origoni
[15] e da altri vecchi amici vi aveva costruito una piccola casa.

A bordo dell'Italia i partecipanti al viaggio chiedono se ci sia del Marsala e con quello brindano a Garibaldi.
Intanto il vapore entra nel porto della Maddalena che era allora un paesino formato da un semicerchio di case bianche intorno al porto. Il paese non è antico ma risale alle guerre napoleoniche.

Tutta la popolazione è sul molo ad accogliere il vapore in arrivo. Nel porto sono ancorate anche l'Emma, la goletta di Alessandro Dumas, il famoso romanziere grande sostenitore di Garibaldi ed il vapore Ichnusa messo a disposizione di Garibaldi dallo stato.

Tra coloro che accolgono i viaggiatori c'è Menotti, il figlio di Garibaldi, allora ventenne. I viaggiatori apprendono che il giorno successivo, venerdì santo, avrebbe predicato, nella chiesa posta al centro del paese, il Padre Giovanni Pantaleo.

Costui, originario di Castelvetrano, era notissimo in quanto, benché frate del Convento di Santa Maria degli Angioli, si unì a Garibaldi prima di Calatafimi e partecipò a tutta la spedizione. Garibaldi, che pure era anticlericale, lo accettò dicendo Sarete il nostro Ugo Bassi [16].
Non combatté personalmente ma fu sempre in prima linea. A Palermo si avvicinò alle fila napoletane per parlare ai soldati ed un ufficiale gli sparò spezzando la croce che reggeva sopra alla testa.

I viaggiatori si accomodano nell'unico albergo dell'isola per il previsto soggiorno di quattro giorni.
Qualcuno è preoccupato perché il capitano dell'Italia aveva profetizzato quattro giorni di deserto, compresa la fame, ed anche Luigi Sacchi [17], che era stato in una occasione precedente a Caprera, pur ammettendo di aver trovato una ospitalità squisita, si era lamentato della miseria dell'albergo.

I viaggiatori invece si trovano molto bene. Mistrali loda la pulizia degli ambienti e racconta che la padrona dell'albergo, chiamata per consenso comune la mamma, lo gestisce con l'aiuto dei sette figli.
Viene ammirata in maniera particolare la bellezza di due delle figlie dell'albergatrice (che è la signora Raffo). Una di questa, che si chiama Agata, è stata immortalata, in una precedente occasione, dal pittore milanese Zuccoli [18].
Agata piace molto anche a Mistrali che nel suo libro la cita spesso e si dilunga a descriverne la bellezza.

Nell'albergo non c'è certo posto per tutti così parecchi vengono ospitati in varie case del paese. A pranzo però sono tutti assieme: trenta persone in rappresentanza (come dice Mistrali) di trentamila.

Salta però fuori che ognuno dei partecipanti ha in tasca un discorso pronto da leggere a Garibaldi [19]. Si decide allora che Franchini, Geymonati, il Magg. Bernieri, Gaspare Stampa, l'Avv. Comaschi ed il giudice Fantini ne concordino uno comune ed unico per tutti.

Mentre costoro si mettono al lavoro, gli altri giocano al biliardo, Mistrali dice che è molto bello ed ipotizza che sia arrivato nell'isola ai tempi di Nelson.
Infatti, nei quindici anni in cui i Savoia furono costretti all'esilio in Sardegna, la Maddalena diventò la base della Marina e l'Ammiraglio Nelson vi soggiornò più volte. C'è, addirittura, chi racconta che il nome Maddalena derivi da quella di una bella isolana di cui lui si era invaghito [20].

Il Maggiore Bernieri è impegnato con la stesura del discorso principale ma intanto gli altri tre maggiori (Cingia, Tanara e Wolff) preparano un breve scritto da consegnare a Garibaldi che viene poi approvato e sottoscritto dagli altri ufficiali.

Venerdì 29 marzo 1861 - Incontro con Garibaldi a Caprera

Tutti i partecipanti al viaggio si alzano per tempo desiderosi di andare a Caprera ma, prima di partire, occorre leggere ed approvare quanto scritto dagli incaricati mentre gli altri giocavano al biliardo.

Il discorso viene letto ed approvato ed il Maggiore Faustino Tanara viene incaricato di ricopiarlo in bella copia.
Si decide intanto che chi lo leggerà sarà il Maggiore Cesare Bernieri il quale poi presenterà i convenuti suddivisi in tre categorie: rappresentanti di associazioni d'operai, volontari dell'esercito meridionale e privati che si sono aggiunti individualmente alla spedizione (che sarebbero poi i rappresentanti delle società non operaie).

Il testo approvato è il seguente:

Cittadino Generale
Figlio del popolo, Voi sapete, da Montevideo al Volturno, come egli sia indissolubilmente unito con voi.
I figli della classe degli operai non si peritarono mai alle vostre chiamate.
Rivendicando a indipendenza la terra nostra per valore, per suffragio di popolo e per concorde azione di agguerrito esercito, rappresentanti cospicuo numero di associazioni operaie, veniamo a salutarvi nella pensosa solitudine dove la vostra mente si avvalora nei costanti propositi dell'antica fede.
Quando da Caserta Voi ci diceste - Addio! - sovvengavi, cittadino generale, che ci avete prevenuti pel quinto mese. Il quinto mese già cade: Roma e Venezia, le infelicissime sorelle, attendono. Memori della giurata fede noi aspettiamo da voi la nuova chiamata. Vogliate accogliere il saluto fraterno dell'operaio italiano: rammentate che la nazione aspetta udire acclamato da voi in Campidoglio quel Re che, voi il primo, proclamato sui campi delle vinte battaglie.
Permettiate che per la avvenire come per lo passato gli operai italiani vi proclamino padre e capitano.

Fra i partecipanti vi è anche Paolo Da Zara che viene da Venezia per presentare a Garibaldi una sua memoria su Venezia che attende ancora di essere liberata.
Il cavaliere Fantini di Vercelli invece vuole dedicare a Garibaldi una tragedia che lui stesso ha scritto e che si intitola Pietro Micca.

Prima di partire rimane ancora da consumare la colazione che viene fatta in fretta ed in piedi per guadagnare tempo. Appena sono pronte le barche i viaggiatori si dividono in quindici per barca e si parte dirigendosi a vela e a remi verso Caprera.

Ci si dirige verso un approdo senza nome dalla parte opposta di Porto Palmas [21]. La traversata dura meno di un'ora.
Dalla riva si vede tutto il costone sul quale sorge la casa di Garibaldi. Qualcuno raccoglie qualche fiore o qualche ramoscello di timo per ricordo di quel giorno.

A Caprera allora, oltre a Garibaldi ed i suoi compagni, viveva solo la vedova di un misantropo inglese che, intorno al 1830, comprò tutta Caprera e si fabbricò una casa sulla punta verso la Sardegna e da cui Garibaldi comprò la sua parte di isola.

Sull'isola abitava anche il discendente di un bandito còrso che vi si era rifugiato con la sua famiglia nel settecento. Costui si chiamava Giambattista Ferracciuolo e viveva solo in una capanna.

A Caprera non ci sono strade e quindi si sale, o meglio ci arrampica, verso la casa di Garibaldi seguendo la muraglia di pietre, lunga due chilometri e mezzo, che lui stesso ha innalzato.
Solo una volta arrivati a pochi passi dalla casa c'è un inizio di viale lungo il quale cresce una doppia fila di cipressi piantati a ridosso di una sassaia parallela.

Finalmente si arriva alla casetta bianca intravista dal mare il giorno precedente. E' in costruzione una nuova appendice che raddoppierà circa la casa esistente.
Garibaldi vi lavora personalmente e quando i viaggiatori giungono alla loro meta, lo trovano su di un muro che si sta innalzando mentre sorveglia i manovali e li aiuta con le sue mani.

In testa ha il suo solito cappello famosissimo ed indossa la camicia rossa ma per il resto ha umili abiti di lavoro sdruciti.
Ha al collo un fazzoletto di seta nera e un altro rosso e arancio, buttato sulle spalle come usano i marinai.
Ha però anche il braccio destro appeso al collo ed il mignolo della mano sinistra fasciato per due piccoli incidenti accaduti durante i lavori.

Vedendo arrivare i suoi ospiti, Garibaldi scende dal muro e li invita nella sua piccola cameretta dove c'è solo un letto di ferro, un piccolo tavolino, una scrivania di noce (il mobile più nuovo e di lusso) ed uno scaffale di libri.

Alle pareti sono appese diverse armi: pistole, sciabole e carabine ma la sciabola e la carabina del generale sono appese vicino al suo letto sopra ad un medaglione di ebano coperto da un cristallo convesso, dove sono riposti i capelli della povera Anita.

Come d'accordo il Maggiore Bernieri legge il discorso già preparato e presenta le persone divise nelle tre categorie dei rappresentanti di associazioni operaie, volontari dell'esercito meridionale e privati (cioè rappresentanti di società non operaie).

Una volta presentati tutti, Garibaldi dice Veramente io vorrei offrirvi qualche cosa ... siete qui in trenta e la casa è tanto angusta da capirvi a stento: pure assolutamente dovete accettare un po' di conforti ... C'è del caffè.
Ma subito continua Adesso che ci penso, caffè no, sarei troppo imbarazzato per le tazze ... ebbene c'è birra e vino ... volete birra, o vino?

Mentre tutti sono esitanti e qualcuno aveva già accettato la birra, il cuoco-mastro di casa dice La birra è finita .... Allora, conclude Garibaldi, berrete un bicchiere di vino, faremo insieme un brindisi all'Italia.

Vengono portati dei vassoi con sopra varie generazioni di bicchieri di vetro e si stappano le bottiglie, il vino è eccellente.
All'Italia esclama Garibaldi, All'Italia rispondono tutti.

Viene poi chiesto a Garibaldi il permesso di visitare la sua proprietà. La casa è un edificio quadrato di circa centocinquanta metri quadri. Vi è solo il piano terra con al centro una specie di torre mozza che serve da terrazzo. Dietro alla casa c'è una specie di orto.

A lato della camera di Garibaldi vi è la sala da pranzo con un ritratto di Ugo Bassi appeso alla parete.
Vi è poi la camera di Menotti, il figlio di Garibaldi e quella della figlia Teresita. Questa è la camera più bella. Ci sono due lettini in ferro, un divano, un pianoforte verticale ed un armadio. Teresita la divide colla signora Deideri, sua madre adottiva [22].

La cucina è la stanza più grande e è quella dove Garibaldi si sofferma più volentieri, perché da qui si vede il mare.

Intorno alla casa tre cavalli non ferrati corrono liberi. Sono i cavalli di battaglia del generale che ha portato con sé. Ci sono anche alcuni asini ai quali Garibaldi ha dato il nome dei suoi avversari politici. Quello chiamato Pio IX è morto poco tempo fa.
In faccia alla casa, su di una roccia più elevata, c'è un mulino a vento, che veduto dal mare, con le sue braccia fantastiche, assomiglia ad uno spettro.

I viaggiatori visitano poi l'isola scendendo verso il porto principale: Porto Palmas.
Qui c'è una barca del vapore Ichnusa che aveva appena portato dei legnami da fabbrica al generale.

In molti si divertono a salire sulle rocce e a raccogliere ricci di mare usando delle lunghe canne spaccate in cima a forma di imbuto. Di ricci ce n'è una quantità prodigiosa.
Intanto altri cercano, in mezzo alla sabbia, quei pezzetti di corallo che il mare porta a riva.

Il tempo peggiora ed inizia a piovere. Tutti tornano verso la bianca casa di Garibaldi. Il generale si fa sulla porta ed invita tutti ad entrare per ripararsi dalla pioggia.

Finito l'acquazzone i partecipanti al viaggio tornano fuori ed hanno la sorpresa di trovare sul muretto che cinge la casa, pane salato, formaggio e vino; Garibaldi li aveva fatti mettere lì affinché tutti si potessero rifocillare, inoltre vuol donare ad ognuno un paio di sigari facendo notare, un po' tristemente, che ormai potevano essere considerati merce di contrabbando dato che venivano da Nizza, ceduta alla Francia.

Tutte le persone si dividono in crocchi ed aspettano l'ora della vicina partenza chiacchierando.
Prima di partire si invita Garibaldi a pranzo alla Maddalena per il giorno successivo; il generale però si scusa perché stanco e mezzo ammalato e promette che avrebbe mandato suo figlio Menotti.

Tornando si nota una specie di capanna coperta di giunchi e di ramaglie. E', per ora, il rifugio di due dei più vecchi amici di Garibaldi che lo hanno seguito da lunghi anni in tutte le sue battaglie, nel trionfo come nella sventura: Gusmaroli e Leggero.

Gusmaroli è originario di Mantova ed ora è alquanto anziano e con una lunga barba bianca che gli scende sul petto. Un tempo era prete e fu incarcerato dagli austriaci.
Leggero invece è originario proprio della Maddalena, marinaio sulle navi del Regno di Sardegna, disertò nel 1831 dopo la fallita cospirazione e seguì Garibaldi in America.

Leggero, che in America ha perduto il braccio destro e il pollice sinistro, racconta alcuni di quei memorabili fatti di Montevideo, dove egli ebbe parte e divise con Garibaldi pericoli e fortune.
Racconta anche di quando raccolse, insieme col generale, l'ultimo respiro di Anita nella disastrosa ritirata delle Romagne e di quanto Garibaldi abbia sofferto in quella notte fatale.

Infine i viaggiatori, insieme a Gusmaroli e Leggero, si imbarcano per tornare alla Maddalena. Il tempo però è ulteriormente peggiorato ed un torrente di pioggia si rovescia su di loro che invano cercano riparo dietro la vela sbattuta.

Finalmente, dopo una traversata combattuta dal mare e dal vento, si approda alla Maddalena. Tutti sono molli fino alle ossa.
Le prime parole che tutti pronunciano in coro, ponendo i piedi a terra, sono Mamma, il pranzo...., mamma, il pranzo. L'osteria viene messa in stato di assedio.

Poco dopo si raduna anche la deputazione napoletana guidata da Alessandro Salvati e che è venuta a rappresentare al generale la deplorabile posizione delle province meridionali dopo la sua partenza.

Tutti conversano in attesa del pranzo, che finalmente arriva. Leggero e Gusmaroli sono ospiti della delegazione proveniente da Milano.

I brindisi corrono e si incrociano, il vino sardo suscita e mantiene l'allegria e questa giornata, speciale per ciascuno dei presenti, si avvia a concludersi.

Da Zara, lo stesso che alla mattina aveva presentato una memoria della sua Venezia al generale Garibaldi, ha un'idea e dice: Signori, siamo alle feste di Pasqua, e anche alla Maddalena ci sono dei poveri.... circa una ventina. Or bene, io proporrei che la nostra venuta fosse rammentata da questi buoni isolani con una buona azione; facciamo una colletta per i poveri......

Il gentile pensiero viene apprezzato da tutti ed il Da Zara stesso, fattosi collettore, raccoglie ben novantacinque franchi che vengono dati al medico del paese per la opportuna distribuzione ai poveri.

La serata non è ancora finita ed i presenti si dividono, c'è chi continua a conversare e chi gioca a biliardo.
Franchini ed il capitano Consolini danno lo spettacolo di una sfida eroica al gioco della morra.

Il cavaliere Fantini di Vercelli, che è stato nominato per acclamazione poeta della compagnia per via della sua tragedia, improvvisa sonetti e strofe a rime obbligate, secondo il vecchio stile.
Leggero invece canterella una sua canzonetta favorita sull'aria de' La Donna è mobile. Il vino sardo, girando copiosamente, mantiene viva la comune allegria.

Mistrali conversa con Gusmaroli chiedendo di Garibaldi e della campagna di Roma. Interviene anche Leggero con altri particolari preziosi su quella gigantesca e memorabile impresa.
Mistrali gli chiede E quando v'imbarcaste a Cesenatico, chi c'era con voi? Eravamo in pochi, risponde Leggero Garibaldi, Ciceruacchio coi suoi due figli, Ugo Bassi e Anita....; tutti morti e con la manica del braccio monco si asciuga gli occhi, dove brilla una lacrima.

Sabato 30 marzo 1861 - Visita della Maddalena

Il sabato il tempo è tornato bello e c'è il sole. Tutti si dedicano alla visita dell'isola della Maddalena.
Mistrali, che è ospitato nella casa di un vecchio capitano di nave, lo utilizza come cicerone per informarsi sulla storia della Maddalena.

Il vecchio marinaio gli indica, vicino al molo dove le navi danno fondo, una piramide tronca di pietre murate con in cima una grossa bomba e gli spiega che questo proiettile ricorda il bombardamento dell'isola dovuto a Napoleone.

Mistrali, che ignora questi avvenimenti, si stupisce moltissimo che quest'isola abbia avuto simili peripezie ma il vecchio marinaio gli dice che se ne ricorda benissimo nonostante ora abbia settantanove anni ed allora ne avesse solo undici e fosse mozzo nella Marina del Re.

I due si siedono sul molo ed il marinaio comincia il suo racconto:

Fin dal 1792 eravamo in guerra colla repubblica francese, e le armate di terra avevano valicato le Alpi.
Al primo di gennaio del 1793 una flottiglia leggera di diciassette navi partiva da Ajaccio comandata da Colonna e da Cesari per la Marina e da Napoleone Bonaparte per l'artiglieria. Figuratevi che era pressapoco un ragazzo....

Dopo aver bordeggiato una settimana su e giù per tutta la costa, la squadra buttò le ancore nel canale di Santo Stefano.... quell'isola che si vede dirimpetto.
Qui il Capitano Bonaparte sbarcò l'unico mortaio da bomba che avesse la flotta, lo pose in batteria e si accinse a fulminare la Maddalena.

La prima bomba vuota che lanciò per prova fu così ben diretta che, arrivata sul pinnacolo della chiesa, sfondò il tetto e rotolò ai piedi dell'altare. Questo proiettile fu comperato da un'inglese per donarlo al nipote.

Una seconda bomba spezzò l'angolo della chiesa e lasciò per morto un uomo, che correva armato alla difesa.
E così continuando trenta ore, il giovane guerriero lanciava sul povero paese settanta bombe.

Ma quella prova non riuscì per il valore dei bravi difensori [23], che, specialmente dalla costa della Sardegna verso Santo Stefano, molestarono tanto le navi con palle infuocate da doversi ordinare la ritirata, lasciando il mortaio ed una batteria di quattro cannoni abbandonati sull'isola.

Quando Napoleone Bonaparte si trovò al cospetto del comandante Cesari, dicono che grandemente gli si rampognasse quella codarda risoluzione e che, forte del grado maggiore, il Cesari lo redarguisse in malo modo, e il giovane sdegnoso, levando fieramente le spalle, esclamasse: "Ma per Dio! costui non mi capisce!"

Una volta finito il racconto del vecchio marinaio, Mistrali pensa al destino di Napoleone e si chiede in cosa sarebbe stato diverso il mondo se una palla degli isolani avesse colpito, uccidendolo, il giovane Napoleone allora sconosciuto capitano di artiglieria.

E' molto curioso che la stragrande maggioranza degli storici che hanno narrato la vita di Napoleone sorvoli accuratamente questo episiodio. Anche i pochissimi che ne parlano brevemente si guardano bene dal citare Domenico Millelire ed addirittura, fra questi pochissimi, ce n'è uno che attribuisce la colpa dell'avvenimento alla scarsa disciplina degli uomini di Napoleone che lo avrebbero boicottato perché aristocratico.

Anche Alessandro Dumas, che pure sicuramente conosceva benissimo questo episodio dato che bazzicava a La Maddalena con la sua goletta, non ne parla affatto sulla sua opera su Napoleone dove lo salta bellamente benché lui stesso affermi che, quando si scrive la biografia di un grande condottiero, occorre seguire il cammino da lui percorso prima di arrivare al suo piedistallo.

Intanto c'è chi ha preso una navicella ed è andato alla pesca dei ricci e chi cammina lungo la spiaggia per cercar conchiglie e per ammirare i panorami.
Mistrali invece desidera fare qualche schizzo delle vedute più interessanti e così, assieme a vari altri fra i quali anche Carlo Comaschi, si avvia per fare una lunga passeggiata.

Come si esce dal paese e si sale un po', la campagna diventa nuda e brulla. Solo il timo, la salvia e qualche roveto riescono a crescere in mezzo alle rocce.
Dopo aver camminato qualche chilometro si arriva ai piedi di una altura con sopra una pittoresca rocca abbandonata.

Secondo Dardanoni si tratta di una fortificazione turca. Carlo Comaschi la crede un antico nido di corsari mentre invece Casanova la battezza per una torre algerina.
Mistrali si limita a raggiungerla per fare qualche schizzo della fortificazione e del panorama che vi si gode.

Una volta arrivati in cima si vede che si tratta di un piccolo forte che viene sbrigativamente definito di costruzione apparentemente saracena. Da lì se ne vedono altri due o tre seguire la cresta dell'isola.
Sulle muraglie, in mezzo ai merli dove il vento ha accumulato un po' di terra vegetale, c'è una moltitudine di viole erboree in fiore.
Dalla cima ai bastioni si vede anche Caprera e la bianca casetta del generale.

Si rimane a lungo su quell'altura a godere la splendida vista dell'Arcipelago sardo che si stendeva dinanzi, poi si ridiscende verso La Maddalena, dove aspettava il pranzo, al quale in mancanza del generale, avrebbe partecipato Menotti.

Mistrali con il suo gruppetto arriva in paese in tempo per udire il fracasso delle campane e il chiasso tradizionale che accompagna il mezzodì del sabato Santo.
In attesa del pranzo si passeggia per l'unica via della Maddalena scoprendo un bazar dove il maggior Bernieri compera due oche di legno dipinto per i suoi bambini e Da Zara fa acquisto di una marionetta.

Parlando con la proprietaria, che è una donna, scoprono che viene da Nizza e che aveva abbandonato la sua città dopo che era diventata francese per sottrarsi alla dominazione straniera.
Dovendo scegliere dove trasferirsi con la sua famiglia, aveva scelto La Maddalena perché, per lo meno, era vicina a Garibaldi.

Finalmente giunge l'ora del pranzo e tutti si ritrovano a tavola. Come promesso, da Caprera è giunto Menotti, il figlio di Garibaldi, con lui sono venuti il maggiore Stagnetti di Livorno ed il colonnello brigadiere Dezza di Melegnano.

Garibaldi ha mandato un suo ritratto [24] in omaggio a tutti i presenti, che lo apprezzano molto, ed un suo scritto:

Ai deputati delle associazioni operaie italiane

I rappresentanti delle associazioni operaie italiane si sono presentati a me, in questa solitudine, per offerirmi un cenno di simpatia a nome del ceto robusto ed industrioso del popolo. Evento più grato al mio cuore non poteva aspettarmi perché io conto sempre sull'incallita destra degli uomini della mia condizione, per la redenzione sacrosanta di questa terra e non sulle fallaci promesse dei raggiratori politici.

Salute e fratellanza.
G. Garibaldi

Caprera, 30 marzo 1861

L'ostessa (la signora Raffo) ha imbandito una mensa luculliana e ben presto l'allegria è generale e tutti conversano animatamente.
Menotti racconta di una prossima caccia alle capre che sta organizzando assieme al capitano dell'Emma di Dumas che fa parte anche lui dei commensali assieme al suo secondo.

Entra il parroco per benedire mentre tutti ridono e scherzano. C'è un momento di sorpresa e di imbarazzo, dato che molti dei presenti sono noti anticlericali, ma poi viene accolto volentieri.

Geymonati brinda a Menotti perché ricordi al padre che Venezia e Roma devono essere restituite all'Italia.
Il Cav. Fantini legge un lungo brindisi in versi e poi Faustino Tanara legge quattro quartine sempre chiedendo il riscatto di Roma e Venezia.

Si brinda a Garibaldi. Franchini, Comaschi, Cingia ed altri chiedono il silenzio per far parlare Mistrali che fa un breve discorso e finisce bevendo alla concordia di tutti gli uomini onesti [25].

Finito il pranzo, prima di sera, Menotti torna a Caprera.
Intanto il capitano dell'Emma, Sig. Beaugrand, saputo che Mistrali aveva conosciuto Dumas lo invita a bordo. Salgono sul canotto con lui, Franchini, Casaccia, Consolini ed alcuni altri.

Una volta sull'Emma, visitando la nave, hanno la sorpresa di trovarvi Padre Giovanni Pantaleo che sta mangiando un piatto di maccheroni alla napoletana con quattro uomini della ciurma.
Viene molto ammirata la raccolta di armi di Dumas ed in particolare le armi circasse appese nel salone.

Il capitano racconta della bufera incontrata al largo di Milazzo il 26 agosto 1860 quando erano tornati nel golfo per cercare Garibaldi a Messina.
Durante la bufera, alle due del mattino, notarono i fanali di un vapore da guerra napoletano che sembrò proseguire ma, all'improvviso videro una grande massa scura precipitarsi su di loro, virando di colpo sottovento evitarono di essere speronati ed il napoletano, credendo di averli colati a picco, continuò la sua rotta [26].
Dumas era coricato sul ponte e fu coperto d'acqua, il timoniere rovesciato, il capitano in seconda gettato in terra.

Racconta poi l'episodio del pezzo di artiglieria a Milazzo che bloccava la strada dove Garibaldi si era scontrato personalmente con alcuni cavalleggeri napoletani che aveva respinto con l'aiuto di Missori e Statella [27].

Lasciando l'Emma. Mistrali ringrazia della cortesia e prega il capitano di far cenno a Dumas della visita e della loro ammirazione per la sua goletta. Si torna all'albergo.
L'indomani è il giorno previsto per la partenza per Genova.

Domenica 31 marzo 1861 - Pasqua, partenza per Genova

Oggi è il giorno di Pasqua, il tempo è migliorato ancora, non ci sono più nubi in cielo e l'orizzonte è sereno. Il pensiero va a due anni prima quando iniziò la guerra d'Indipendenza e Garibaldi, invitato dal re, partì da Caprera proprio il giorno di Pasqua.

La deputazione venuta da Napoli, con una petizione con numerosissime firme, era stata ieri da Garibaldi per chiedergli di accettare la nomina al Parlamento.
Era infatti successo che gli elettori del primo collegio di Napoli gli avevano offerto la candidatura a deputato ma Garibaldi non aveva accettato ed il 27 gennaio aveva risposto Il mio posto non è sugli scranni del parlamento. Qui aspetto la chiamata a nuovi cimenti.

I napoletani però non si erano dati per vinti e lo avevano eletto lo stesso ma ora, se non accettava la nomina al parlamento e la rifiutava, l'elezione era annullata.
A capo della deputazione era stato messo Alessandro Salvati che Garibaldi conosceva bene in quanto fu lui che Dumas mandò a Garibaldi, sul Franklin, il 26 agosto 1860 con un importante incarico: Salvati raggiunse Garibaldi in Calabria, lo ragguagliò sulla vera condizione di Napoli e tornò con le istruzioni di Garibaldi dirette a Liborio Romano e a Dumas di non fare rivoluzioni armate in città.

Nonostante tutto questo, ieri Garibaldi aveva rifiutato di accettare la nomina. All'improvviso però oggi arriva Menotti che porta alla Maddalena due messaggi di Garibaldi, uno per Salvati ed uno per il capitano dell'Ichnusa.

E' successo che Garibaldi ha cambiato idea e manda un telegramma a Napoli:

Caprera 31/3/1861

Agli elettori del quartiere di San Ferdinando a Napoli

Accetto la candidatura al primo collegio di Napoli che avevo rifiutato.

G. Garibaldi

Ci sono voci da Sassari di possibili ostilità dell'Austria, tutti si pongono a disposizione del generale che risponde Vengo io stesso: a rivederci a Torino. Prima di partire Garibaldi accetta la presidenza onoraria della Società Unitaria di Milano.

Nel messaggio al capitano dell'Ichnusa Garibaldi chiede che il vapore si rechi subito a Caprera per condurlo poi a Genova.
L'Ichnusa salpa le ancore dopo mezzogiorno ed il Generale l'aspetta a Caprera dopo tre ore.

I nostri viaggiatori invece aspettano l'arrivo dell'Italia, intanto fanno il loro ultimo pranzo alla Maddalena con gli ultimi brindisi. Menotti, per via delle ultime novità non può essere con loro. L'ultimo brindisi è Ai figli del generale!

Quando l'Italia è in porto, l'Ichnusa, che non è molto veloce, è ancora in viaggio verso Caprera. Ci si imbarca portando con sé, come ricordo, mazzi di fiori fatti con conchiglie foggiate artisticamente e pane azimo di Pasqua foggiato a forma di due pesci che reggono l'uovo benedetto.
Sull'Italia si imbarcano anche Leggero, Gusmaroli e Padre Giovanni che raccontano che Garibaldi si duole di dover abbandonare i suoi fiori proprio ora che la primavera li fa sbocciare.

Si parte verso sera quando si vede ancora la colonna di fumo dell'Ichnusa alla punta estrema di Caprera. Quando cala la notte si vedono ancora le Bocche di Bonifacio.

Lunedì 1 aprile 1861 - Arrivo a Genova

Durante la notte si costeggia la Corsica ma, sul far del mattino, il vapore non è più a ridosso della Corsica e così si sentono molto i cavalloni che arrivano di traverso.

Verso sera l'Italia è a Genova, l'Ichnusa deve ancora arrivare, così chi sbarca dal vapore viene preso d'assalto da giornalisti che vogliono avere notizie di prima mano.

A Torino infatti era arrivata la voce che Garibaldi, dopo aver telegrafato a Napoli dicendo che accettava la nomina, avrebbe detto ad una delegazione di operai Vittorio è circondato da gente senza cuore, senza patriottismo, da uomini che hanno creato un dualismo fra l'esercito regolare e i Volontari. Quegl'indegni hanno seminato discordie e odio, hanno schierato l'una contro l'altra le due forze, gli elementi che avrebbero dovuto muovere concordi alla liberazione di Venezia e di Roma. Ma, lo ripeto, il Re è ingannato. Molti degl'individui che compongono il parlamento non corrispondono degnamente all'aspettativa della Nazione.

Subito dopo era arrivato il telegramma col quale Garibaldi annunciava il suo arrivo e quindi l'agitazione era massima. Dopo due ore però arriva a Genova anche l'Ichnusa con Garibaldi a bordo e così i nostri viaggiatori sono lasciati tranquilli e possono proseguire il loro viaggio per tornare alle rispettive case.

Il giorno successivo si sparge la voce che sarebbe stato Cavour a chiamare Garibaldi a Torino ma Garibaldi si affretta subito a scrivere al giornale Il Diritto una breve e secca smentita:

Signori

un foglio di Torino pubblica che io venni qui chiamato dal Conte di Cavour.

Questa notizia è del tutto inesatta.

Torino 3/4/1861

G. Garibaldi


[1] - Museo del Risorgimento e Raccolte storiche del Comune di Milano - Le carte di Agostino Bertani - Tip. Antonio Cordani s.p.a. - Milano, 1962.   <<

[2] - Bicentenario di Brofferio e Siccardi in I tascabili di Palazzo Lascaris n. 16 - Torino, gennaio 2003.   <<

[3] - Franco Mistrali - Il pellegrinaggio degli operai italiani a Caprera - F. Sanvito - Milano 1861. Pubblicato anche in edizione anastatica col titolo Incontro con Garibaldi: il pellegrinaggio degli operai italiani a Caprera - GIA - Cagliari, 1991.   <<

[4] - Cesare Bernieri aveva fatto parte della segreteria generale della dittatura durante la spedizione in Sicilia.   <<

[5] - Antonio Frigerio, prima di partire con i garibaldini, era Primo Tenente nel Reggimento Cavalleria Saluzzo. Durante la spedizione fece parte dello Stato Maggiore della 2a Brigata (Eber) della 15a Divisione (Türr).   <<

[6] - Luigi Cingia aveva partecipato alla II Guerra d'Indipendenza come guida a cavallo. Nel 1860 era maggiore della Guardia Nazionale di Lodi ed era stato tra gli organizzatori della prima spedizione dei volontari lodigiani nella quale faceva funzione di Luogotenente. A Milazzo aveva guidato l'avanguardia ed era stato colpito due volte ma da palle di rimbalzo per cui non ne aveva avuto gravi conseguenze. A Cajazzo aveva comandato la quarta compagnia del reggimento mandato in soccorso del Battaglione Bolognesi del Maggiore Cattabene.   <<

[7] - Faustino Tanara (1833-1871) fece parte dei Mille.   <<

[8] - Luigi Wolff era mazziniano e fu l'organizzatore della Associazione degli operai italiani di Londra. Durante la spedizione in Sicilia fu incaricato di comandare i disertori tedeschi e svizzeri, già al servizio dei Borbone e poi passati nella fila garibaldine.   <<

[9] - Francesco Franchini era membro della commissione permanente del congresso generale degli operai del Regno.   <<

[10] - Anche il dott. Paolo Geymonati era membro della commissione permanente del congresso generale degli operai del Regno.   <<

[11] - Gaspare Stampa era un possidente che aveva attivamente collaborato alla nascita dell'Associazione generale di mutuo soccorso degli operaj di Milano e sobborghi.   <<

[12] - Il Dott. Giambattista Stampa era direttore dell'Istituto Privato Stampa e vicepresidente dell'Istituto di mutuo soccorso per i maestri di Lombardi.   <<

[13] - Mistrali non specifica il nome di Donati. Nei Mille vi furono due Donati (Angelo di Parma e Carlo di Treviglio) ma nessuno dei due era abbastanza vecchio per poter essere stato un partecipante alla difesa della Repubblica Romana. Probabilmente chi racconta di questi avvenimenti è un altro fra i partecipanti al viaggio.   <<

[14] - Comorn era una città, allora austriaca, posta sulle rive del Danubio tra Bratislava e Budapest. Ora si trova in Slovacchia e si chiama Komárno. Nel 1896 si estese anche sulla riva destra del Danubio e questa parte della città ora si trova in Ungheria e si chiama Komárom.   <<

[15] - Felice Origoni, di Varese, fu amico di Garibaldi fin dai tempi di Montevideo. Fu lui che, nel 1849, accompagnò Anita da Nizza a Roma.   <<

[16] - Ugo Bassi, sacerdote centese, combatté a Venezia ed in difesa della Repubblica Romana. Compagno di Garibaldi durante la ritirata da Roma nel 1849 fu catturato e fucilato dagli austriaci.   <<

[17] - Luigi Sacchi, fotografo (1805-1861), si trovava probabilmente a Palermo nel giugno del 1860 e dovrebbe essere l'autore di alcune immagini dei luoghi degli scontri fra borbonici e garibaldini.   <<

[18] - Luigi Zuccoli, pittore (1815-1876), fu allievo di Pelagio Pelagi. Dipinse dapprima soggetti religiosi e storici e si dedicò poi al ritratto e al quadretto di genere.   <<

[19] - In realtà i discorsi già pronti erano un po' meno di trenta considerato che l'associazione di tutte le associazioni operaie di Milano aveva conferito a Mistrali, all'avv. Comaschi e a Gaspare Stampa l'incarico di redigere assieme una nota per Garibaldi.   <<

[20] - Si tratta di una ipotesi abbastanza curiosa. E' un fatto però che il nome la Maddalena si trovi citato per la prima volta nel 1812. In precedenza l'isola era stata chiamata Isola dei Conigli, Isola dei Carrugi, Ilva, Bovena e Bucina.   <<

[21] - Si dovrebbe senz'altro trattare di quella che ora si chiama Cala Stagnali.   <<

[22] - Quando Garibaldi partì per la spedizione di Sicilia i coniugi Deideri, che non avevano figli e possedevano una piccola fortuna di circa cinquantamila lire, adottarono legalmente Teresita.   <<

[23] - Il merito della vittoria degli isolani va attribuito al nocchiere Domenico Millelire che fu premiato con quella che è considerata la prima medaglia d'oro della Marina Militare italiana.   <<

[24] - Forse si trattava delle cinquanta foto di Garibaldi che Cesare Bernieri aveva detto di voler portare con sé per farle autografare dal generale.   <<

[25] - In un momento di tensioni fra chi voleva unificare l'Italia sotto i Savoia e chi voleva la Repubblica, era frequente l'invito alla concordia. Pochi giorni dopo, il 18 di aprile, quando Garibaldi intervenne in una burrascosa seduta del Parlamento, Nino Bixio cercò di riprendere la situazione in mano alzandosi e chiedendo la parola dicendo Io sorgo in nome dell'Italia e della concordia. Cfr. Indro Montanelli e Marco Nozza - Garibaldi - Editore Rizzoli - Milano 1962 - pag. 440.   <<

[26] - Questo episodio è stato raccontato anche dal Dumas stesso nel suo libro Les garibaldiens del 1861, pubblicato in italiano col titolo I garibaldini dagli Editori Riuniti nel 1996 (pagg. 161-162).   <<

[27] - Nell'importante presa di questo cannone, che bloccava le truppe garibaldine, ebbero una grossa parte anche i volontari lodigiani fra i quali militava Antonio Comaschi, fratello minore di Carlo. Cfr. Bassano Sommariva - La battaglia di Milazzo ed i volontari lodigiani [>>] - pubblicato in Il Fanfulla - giornale liberale di Lodi e circondario - Anno III, numero 29 del 16 luglio 1910 e Bortolo Vanazzi - I Lodigiani nella guerra del 1860 [>>] - Editori Quirico e Camagni - Lodi 1910; pubblicato anche in Archivio storico per la Città e Comuni del circondario di Lodi - Anno XXIX (1910).   <<


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