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Nel giugno del 1860 moltissimi giovani stavano radunandosi a Genova per cercare di raggiungere Garibaldi in Sicilia. Il comitato d'arruolamento si trovava al primo piano di una casa di fronte alla chiesa di San Matteo.
Il comitato era diretto dal dottor Agostino Bertani che aveva da Garibaldi l'incarico di raccogliere uomini e mezzi per aiutare la spedizione in Sicilia.
I compiti del dott. Bertani era stati delineati da Garibaldi in una lettera inviatagli proprio il 5 maggio, il giorno stesso della partenza da Quarto [1].
Ai giovani che andavano ad arruolarsi nella seconda metà di giugno fu detto di aver pazienza e di tenersi pronti perché presto sarebbe partita una grossa spedizione.
Finalmente, sabato 30 giugno, si cominciò a dire ai volontari di tornare alla mattina di lunedì 2 luglio, pronti a partire.
Alla mattina del 2 fu dato a tutti il biglietto di arruolamento che consisteva in un semplice biglietto stampato con scritto Soccorso a Garibaldi e fu detto di trovarsi verso sera alla cava Bonino alla Chiappella, che era vicino a porta Lanterna, per partire con la spedizione comandata dal colonnello Cosenz.
Il pomeriggio del 2 iniziarono le operazioni di imbarco dei giovani volontari che furono fatti salire sul piroscafo Provence che batteva bandiera francese ed aveva equipaggio francese.
I volontari furono imbarcati come passeggeri e salendo presentavano come biglietto la cartella avuta dal comitato d'arruolamento.
Ben presto a bordo del Provence vi erano circa ottocento volontari e quindi, verso le cinque del pomeriggio, il Provence salpò portandosi alla boa dove rimase fino alla mezzanotte.
Intanto continuavano ad arrivare volontari, molti dei quali giungevano in qual momento a Genova in treno da vari parti del Nord-Italia. I treni li portavano vicino alla spiaggia alla quale scendevano per un viottolo stretto e scosceso.
Si iniziò quindi a far salire questi volontari sul battello a pale Washington. Alle prime ore del 3 luglio l'Washington aveva già le macchine in pressione ma i volontari continuavano ad arrivare e ad essere imbarcati.
Quando a bordo dell'Washington era ormai già imbarcato circa un migliaio di volontari, il capitano dichiarò che la sua nave non poteva portarne di più.
I volontari però non se ne diedero pensiero e continuavano a salire a bordo per cui il capitano levò l'ancora e diede moto alle ruote.
Moltissimi volontari, con loro grande disperazione, rimasero a terra a fra questi vi erano anche i volontari lodigiani, la cui spedizione racconto nei dettagli in altre pagine di questo sito.
I volontari rimasti a terra riuscirono poi a partire il lunedì successivo (9 luglio) sul Saumont, una vecchia carcassa mercantile destinata al trasporto del carbone e che, per la fretta della partenza, non fu nemmeno ripulita e sulla quale fu caricato un numero di volontari assai superiore di quello che poteva portare.
Cosenz era partito anche lui, per cui, questa successiva spedizione fu comandata dal Maggiore Vacchieri che, durante la Seconda Guerra d'Indipendenza, era stato nei Cacciatori delle Alpi ed aveva comandato la Settima Compagnia del 2° Reggimento (comandato da Medici) col grado di Capitano [2].
Fra i volontari che riuscirono ad imbarcarsi sul Provence vi era il genovese Francesco Parodi che all'epoca era ventenne e che fu poi decorato con la medaglia d'argento al valor militare per il suo comportamento durante la battaglia del Volturno col diritto anche di ricevere una pensione annua di cento lire.
Fra il 1901 ed il 1905, molti anni dopo la spedizione in Sicilia, Francesco Parodi scrisse il racconto di quanto gli era accaduto. Questo racconto non fu mai pubblicato e rimase su svariati quaderni di scuola.
Nel 1987 questi quaderni furono trovati da Manlio Bonati che poi ne ha curato la pubblicazione sul bollettino della Domus Mazziniana [3].
La lettura di queste note ci permette di ricostruire la storia del volontari imbarcati sul Provence il 2 luglio 1860.
Come si è detto a mezzanotte il Provence uscì dal porto di Genova. I volontari a bordo erano parecchi e molti di loro dovettero dormire in coperta.
Il tempo era buono e limpido ma faceva piuttosto fresco e vari, fra i quali anche il Parodi, cercarono un po' di calore vicino alle macchine a vapore.
Il viaggio fu abbastanza veloce e all'alba del 5 luglio i volontari sbarcavano sul molo di Palermo. I cancelli per entrare in Palermo erano chiusi e sorvegliati da una sentinella siciliana.
Prima ancora del sorgere del sole però i cancelli furono aperti e Garibaldi in persona venne ad accogliere i volontari che furono poi alloggiati nella villa reale della Favorita distante qualche chilometro da Palermo.
Francesco Parodi rimase stupito ed ammirato dall'atmosfera che aveva trovato a Palermo e scrive: Ma il più che destava la nostra ammirazione era l'effervescenza di gioia di quella grande popolazione, da appena un mese redenta a libertà, stupita delle gesta dei suoi liberatori e dai miracolosi prodigi di Garibaldi per cui lo veneravano come una divinità. Molti caffè e moltissimi negozi avevano esposto il suo ritratto coi lumi accesi. Quand'Egli passava per le contrade oltrecché tutti scoprirsi il capo tanti s'inginocchiavano commossi alle lacrime star in adorazione finché la vettura non li aveva oltrepassati d'un tratto. Generale era la fiducia che avrebbe liberato, non solo la Sicilia e il Napoletano, ma anche il resto dell'Italia oppressa.
Il 6 luglio, fra i volontari, furono scelti quelli che, per le loro conoscenze o la loro professione, erano in grado di far parte di reparti particolari quali Il Genio, l'Artiglieria, etc.
Il 7 luglio giunsero altri volontari con una ulteriore spedizione organizzata da Medici e l'8 tutti i reparti, compresi i battaglioni di Picciotti siciliani, furono passati in rivista in un ampio campo situato sotto il monte Pellegrino.
Erano tutti con la camicia rossa tranne i Carabinieri genovesi che avevano il corpetto blu ed i volontari giunti da poco che erano ancora in borghese e senza armi.
Il 9 luglio ai volontari arrivati da poco fu distribuita l'uniforme garibaldina, le coperte da campo, il tascapane, la borraccia e le armi. Fu anche dato il consiglio di vendersi i vestiti borghesi che si erano portati fino ad allora.
La sera stessa i volontari giunti con Cosenz partivano per Bagheria. Il Parodi giungeva il 19 a Naso ed entro sera era a Patti. Vi era da poco sbarcato Garibaldi con circa 1500 volontari fra i quali anche quelli di Lodi che, non essendo riusciti ad imbarcarsi sull'Washington, erano arrivati a Palermo il 14 luglio.
Garibaldi, che il giorno precedente aveva annunziata l'intenzione di tentare uno sbarco in Calabria, aveva poi deciso di portarsi invece verso le avanguardie, che erano formate da garibaldini di Medici, e che erano state attaccate a Meri dai borbonici del colonnello Bosco che si trovava a Milazzo.
I volontari, fra i quali era il Parodi, ricevono quindi l'ordine di portarsi il più in fretta possibile verso Milazzo. Alla mattina del 20 erano a Barcellona, dove ricevettero galletta, carne secca e vino, e proseguirono verso Milazzo da dove giungeva il fragore della battaglia già iniziata.
Dapprima dovettero difendere la strada per Barcellona, dato che la mira del colonnello Bosco era di sfondare l'ala sinistra, e curare il trasporto dei feriti.
Per l'assalto decisivo fu dato l'ordine di avanzare da ponente verso l'istmo e l'unica porta di Milazzo. Garibaldi che attaccava di fronte e da est riuscì ad entrare per primo e poi tutti lo seguirono. Cosenz rimase ferito al collo.
Il 26 luglio, il Parodi, assieme a tre compagni, ricevette l'ordine di andare a scortare il bagaglio del reggimento che era rimasto a Barcellona. Qui vide i numerosissimi feriti che era stati portati in questa cittadina, la cosa lo colpì molto e scrive nelle sue note:
Da per tutto feriti gementi; l'ospedale, le chiese, il convento e i cortili ne erano pieni, adagiati su pagliericci ed anche a paglia a terra. Nella case molte famiglie ne avevano pure accolto. Per le
strade ovunque s'incontravano garibaldini imbendati. La popolazione ne era commossa e loro prestava caritatevoli cure.
Affacciatomi, mi pare, ad un oratorio dove si sentì gridare, amputavano una gamba ad un ragazzo. Ogni poco portavano qualche cadavere al sepolcro. Poveri infelici, dopo aver sofferto tanti dolori scendevano nella tomba inconsolati! ma almeno questi avranno avuto miglior sepoltura di quelli morti sul campo di battaglia che l'ebbero sulla spiaggia del mare e le loro ossa non si rinverranno mai più.
Dopo Milazzo l'esercito garibaldino venne chiamato l'Armata Meridionale e le sue Divisioni numerate con numeri successivi a quelli delle Divisioni dell'esercito piemontese. L'organizzazione interna invece rimase la stessa in quanto ricalcava già quella dei Cacciatori della Alpi che, l'anno precedente, avevano combattuto agli ordini di Garibaldi.
Francesco Parodi faceva parte della 16° Divisione (Cosenz), Prima Brigata (Assanti), 2° Reggimento, 2° Battaglione, 5° Compagnia.
Dopo un mese, la notte del 20 agosto, alla brigata Assanti, della quale faceva parte il Parodi, ad una compagnia di bersaglieri garibaldini e alla compagnia dei carabinieri genovesi comandata dal capitano Antonio Mosto venivano distribuiti due pacchi di cartucce, in aggiunta ai altri due che avevano, due gallette ed un pezzo di carne salata, poi in silenzio, si imbarcavano su circa centotrenta barche da pesca, ognuna delle quali conteneva sei rematori e dodici garibaldini che erano state tenute nascoste nel canale che da Milazzo sbocca al Faro.
Alle due del giorno 21 agosto i rematori, tutti siciliani, si misero a vogare seguendo quattro barche cannoniere che erano in testa percorrendo una diagonale a sinistra che evitasse la fortezza di Scilla che, quando fu giorno, aprì il fuoco senza però colpire alcuna imbarcazione.
Anche i forti di Alta Fiumara e Torre Cavallo siti sopra Villa San Giovanni aprirono il fuoco ma le barche erano ormai fuori tiro; però i rumore degli spari misero sull'avviso la fregata la Borbona che comparve in vista mentre i garibaldini erano ancora al largo, press'a poco a quattro quinti di cammino.
Garibaldi allora fece mettere in posizione, sulla spiaggia del Faro, una batteria con pezzi di grosso calibro che obbligò la Borbona a rallentare la sua corsa.
Molti dei garibaldini presero i remi in aiuto ai rematori siciliani ormai esausti e lo sbarco ebbe luogo fra Scilla e Bagnara.
Una volta sbarcati i garibaldini salirono per una ripida mulattiera e si diressero verso Solano dove i primi garibaldini arrivarono mentre i borbonici stavano arrivando in paese dal lato opposto.
Lo scontro durò circa un'ora ed alla fine i garibaldini rimasero padroni del paese. Era però rimasto ucciso il capitano De Flotte, volontario francese; inoltre vi era una quindicina di garibaldini feriti oltre ad una donna del paese colpita mentre portava acqua ai garibaldini. Diciotto borbonici furono catturati.
Successivamente i volontari ebbero l'ordine di risalire la Calabria. L'8 di settembre erano a Morano dove giunse la notizia dell'entrata in Napoli di Garibaldi.
Sotto una fitta pioggia arrivarono a Rotonda e proseguirono per Lauria ed il 10 erano a Lagonegro dove ricevettero l'ordine di non proseguire ma di deviare per Sapri dove sarebbero stati imbarcati e portati a Napoli.
L'11 settembre arrivavano a Sapri dove trovavano la popolazione chiusa nelle case e dove fecero fatica ad ottenere il necessario per il rancio [4].
Il 12 settembre arrivavano a Sapri due piroscafi, che un tempo erano della marina da guerra napoletana ed erano poi passati dalla parte dei garibaldini.
I volontari venivano imbarcati e si salpava nel pomeriggio, nonostante il mare assai mosso, giungendo di notte a Napoli dove i garibaldini si fermarono nel castello dell'Arsenale.
Il giorno successivo, con vari viaggi del treno, venivano spostati tutti a Maddaloni da dove andarono a Caserta e vennero ospitati nel quartiere San Carlino.
Il 15 settembre Francesco Parodi veniva nominato caporale.
Qui si stava formando la linea di battaglia ed i garibaldini, tra i quali si trovava il Parodi, facevano servizio d'avamposto. Intanto iniziava a fare freddo per cui furono distribuiti cappotti e pantaloni di panno grigio scuro eguali a quelli dei soldati piemontesi.
Dopo lo scontro di Caiazzo i volontari, durante le notti dal 25 al 27 settembre, per essere più pronti non dormirono più nei cameroni ma nella corte del quartiere di San Carlino e in previsione di una grande battaglia, dal 28 al 30, dormirono sulla piazza, davanti al palazzo reale dove abitava Garibaldi e che era sede del quartier generale.
Alle quattro di mattina del primo ottobre venivano svegliati dal generale Sirtori al quale era arrivata la notizia dell'inizio della battaglia con l'ordine di inviare una brigata a Santa Maria.
Alle sei di mattina i garibaldini arrivavano a Santa Maria ed il loro colonnello brigadiere Assanti li precedeva per andare a ricevere gli ordini dal generale Milbitz.
Una volta tornato, Assanti ordinava di mettere le baionette in canna e di marciare verso Sant'Angelo ma, appena fuori Santa Maria, i garibaldini si trovavano sotto il fuoco nemico e caricavano alla baionetta.
La battaglia infuriava fino alle tre del pomeriggio senza che le posizioni mutassero.
Alle tre pomeridiane giungeva Garibaldi in persona con delle riserve arrivate da Caserta per condurre l'assalto definitivo contro i bavaresi. L'attacco, condotto alla baionetta, ebbe successo e le truppe napoletane tornarono verso la Scafa di Triflisco da dove erano venute.
Anche i garibaldini della Divisione Medici presero l'offensiva marciando verso il Volturno ed inseguendo i fuggiaschi. La Compagnia del Parodi, assieme ad alcuni volontari di Medici, prese una batteria borbonica che cercava di ostacolarne l'avanzata catturando anche un pezzo da campagna che fu subito usato contro i borbonici stessi.
Al pomeriggio la battaglia era vinta. Al tramonto passò di nuovo Garibaldi, con due compagnie di bersaglieri di Milano, che si complimentò con loro e disse di rimanere sul posto agli ordini del generale Medici.
Successivamente giunti i soldati piemontesi il reggimento fu sciolto e la cosa che più dispiacque al Parodi fu di dover restituire il suo fucile.
Il 30 novembre il Parodi raggiunse in treno Napoli ed assieme a tanti garibaldini, fu imbarcato su di un trasporto della marina sarda giungendo a Genova alla mattina del 3 dicembre.
Furono poi tutti condotti sulle mura di Santa Chiara dove c'era la sede di un reggimento di fanteria e dove l'aiutante maggiore garibaldino che li aveva accompagnati, consegnò loro il congedo e la paga. Francesco Parodi, che era caporale, ebbe circa 250 lire.
[1] - Alexandre Dumas Les garibaldiens - 1861; in italiano I garibaldini - Editori Riuniti 1996.
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[2] - Bortolo Vanazzi I Lodigiani nella guerra del 1860 - Editori Quirico e Camagni - Lodi 1910; pubblicato anche in Archivio storico per la Cittą e i Comuni del circondario di Lodi - Anno XXIX (1910).
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[3] - a cura di Manlio Bonati Memorie inedite del garibaldino
Francesco Parodi - pubblicate in Bollettino della Domus Mazziniana - Anno 1993, numero 1, pp. 49-69.
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[4] - Il giorno precedente, 10 settembre, era giunta a Sapri la Brigata Sacchi che però si era accampata fuori dal paese e si era imbarcata all'alba dell'11.
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