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Andrea Cavallari - Vela
 
1998 - La seconda settimana del corso di vela di Utopia


Premessa

La domenica dopo il corso ci si riposa e si preparano i bagagli per la crociera che ci aspetta. Partiremo domani su due barche. Gianni e Conny rimarranno sul Luni che è il Rimar 31 che abbiamo usato fino ad ora. Con loro saliranno Giorgia e Roberta che sono le due ragazze di Bologna che hanno fatto il corso sulle derive [1]. Lo skipper sarà Alessandro, l'istruttore arrivato fin qui da solo sul Peyote.

Io invece, insieme a Roberto, andrò su di una nuova barca. Si tratta di un Comet 33 che si chiama Utopia II. Dato che 33 indica la lunghezza in piedi questa barca è più lunga (e più larga) del Rimar ed arriva ai dieci metri di lunghezza.
Con noi ci saranno tre persone arrivate oggi, si tratta di una coppia di Lecco (Elena e Massimo) e di un ragazzo di Milano (Massimiliano). Lo skipper sarà Fabio che vive da vari anni nei Caraibi dove ha una barca su cui porta in giro persone dal Venezuela a tutti i Caraibi.

L'itinerario che si spera di fare è il seguente: Marciana Marina - Capraia - Macinaggio (che è in Corsica) - Marciana Marina - Portoferraio - Cavo. Tutto però è legato ai capricci del tempo che, in questi giorni, è sempre stato molto variabile.
Alla sera ci imbarchiamo e dormiamo nelle barche ancora ancorate a Cavo. Io dormo in dinette sul lato di dritta, teniamo il tambuccio e gli osteriggi aperti [2] e c'è un bel venticello che attraversa la barca.

Lunedì 15 giugno 1998 - Cavo - Porto Azzurro

Fabio fa l'elenco delle cose da comprare per riempire la cambusa ed andiamo alla CONAD riempiendo due carrelli. Compriamo anche una bombola del gas di scorta, si chiama di rispetto. Il tempo è coperto e le previsioni non un granché e si pensa di fare l'itinerario previsto nell'altro senso.

Brutto tempoFabio ci fa ripassare la manovra da fare, specialmente per issare la randa [3]. Intanto cade qualche goccia di pioggia ed il tempo è sempre più brutto. Così ci mettiamo le cerate ed io posso inaugurare cerata e stivali, sotto ho i pantaloncini corti ed una maglietta col gilet. In testa ho il mio berretto di lana e mi dicono che sembro Costeau.

Finalmente si esce dal porto, ci si dirige su Palmaiola e si fanno un mucchio di bordi, a turno tutti facciamo tutto: scotta [4] di randa, scotta di fiocco [5], timone e limitarsi a fare da contrappeso spostandosi sopravvento ogni volta che si gira.

Rimaniamo a lungo nella zona fra Palmaiola, Cerboli e Capo Pero mentre il Rimar fa le stesse cose. Si scapola [6] poi Capo Pero e siamo poi in vista di Rio Marina e si continua, avendo addosso la cerata sono comodo con la macchina fotografica perché la tengo in tasca.

Prima delle tre abbiamo fame e Fabio scende sotto e ci taglia pane, formaggio e salame. Quando siamo stanchini si va verso Porto Azzurro, il Luni ormai è distante e non capiamo più dove sia. Anche via radio tutto quello che otteniamo è di sentire dei napoletani che parlano sul canale 71.

Si passano Capo Artano, Punta delle Cannelle e Capo Bianco prima di arrivare a Porto Azzurro. In lontananza si vede il cono dell'isola di Montecristo che dista da qui 24 miglia (cioè 45 chilometri) ma che si vede bene perché il suo monte più alto (il Monte della Fortezza) arriva a 645 metri sul livello del mare. Purtroppo l'isola non è visitabile se non con speciali permessi difficili ad ottenersi.

Entriamo a Porto Azzurro, in porto non c'è posto se non a pagamento. Si ormeggia ed intanto arriva il Rimar.

Martedì 16 giugno 1998 - Porto Azzurro - Rio Marina

Il tempo sembra bello col cielo limpido a nord e bruttino e con nuvoloni a sud. Pian piano però il cielo si libera tutto. Si esce a motore con Roberto al timone e Fabio che gli spiega tutte le manovre.

Si issa la randa con parecchia difficoltà perché si incastrano continuamente i canestrelli [7]. Non c'è molto vento ma si riesce ad andare. Proviamo le prese di terzaroli [8] sempre con difficoltà a issare ed ammainare la randa.
Facciamo alcuni bordi e ci portiamo al largo superando Capo Calvo ed apprestandoci a doppiare Punta dei Ripalti che è all'estremo sud-est dell'isola d'Elba.

Appena però siamo a ridosso di Punta dei Ripalti e ci poniamo sulla rotta di 276° che abbiamo calcolato per arrivare a Fetovaia (dove vorremmo fare il bagno prima di andare a Marciana Marina) il vento cade quasi completamente. Il Luni è molto indietro.

Nonostante il poco vento si riesce ad avanzare anche se a bassa velocità. Pian Pianino riusciamo a scapolare Punta della Calamita e riusciamo a vedere tutta l'isola d'Elba nella sua lunghezza. Ora si vede anche Montecristo che in precedenza era nascosto nella leggera foschia che c'è a sud mentre ad est la visibilità è perfetta e si vede bene la costa toscana.

Verso riva si vedono due isolette (Isole Gemini) e più al largo altre due (Isole Corbelli). Siamo al largo di queste alla mezza e si ragiona sul fatto se si riesca o no ad arrivare in tempo. Intanto Fabio prepara piatti di tonno, cipolla e fagioli con anche insalata e formaggio che innaffiamo con del buon vino.

Si pensa di accendere il motore sperando che poi la situazione del vento migliori ma vorremmo sentire il Luni che è rimasto indietro e che non sappiamo più dove sia, visto che in lontananza c'è più di una barca.
Cerchiamo di chiamare Alessandro al VHF ma non riusciamo a metterci in contatto. Allora torniamo indietro con alcuni bordi in fuori (che essendo di bolina [9] danno l'impressione che il vento ci sia) finché non riusciamo a contattarli con la radio.

Ci dicono che per il poco vento sono rimasti due ore pressoché fermi e non sono neanche riusciti a chiamarci. Noi intanto abbiamo perso gran parte dell'acqua che avevamo faticosamente guadagnato.

Si decide che è tardi per arrivare a Marciana Marina considerato che, se qualcosa ci rallenta, non abbiamo modo di fermarci prima o di tornare indietro. Di tornare a Porto Azzurro non ne abbiamo voglia, si decide di andare a Rio Marina che è tra Porto Azzurro e Cavo.

Si torna allora indietro decidendo di fermarci vicino Porto Azzurro per un bagno. Col vento va sempre peggio ed accendiamo il motore. Il Luni però va nettamente più piano anche a motore e rimane indietro.

Si pensava di andare a Naregno, una spiaggia rinomata ma entriamo invece nell'Ansa Ferrato. Sono io al timone, faccio la ricognizione per decidere dove andare e dirigo l'ancoraggio.

Ci si prepara per fare il bagno. I fondali sono coperti di posidonie e l'acqua è molto limpida. Vedo vari saraghi, uno dei quali anche abbastanza grosso. Sto tornando verso la barca quando vedo una cosa arancione fra le posidonie. Si tratta di un piccolo nudibranco, lo osservo attentamente mentre nuota in acqua libera fuori dalle posidonie fra cui di solito vive e si nasconde ed osservo un piccolo sarago che si avvicina e prova ad assaggiarlo senza successo.

I nudibranchi sono fra le creature più belle del mare però sono poco conosciute perché hanno piccole dimensioni: da pochi millimetri ad alcuni centimetri. Si tratta di molluschi gasteropodi cioè in pratica di lumache marine, senza guscio, che hanno sviluppato molto il mantello (il piede su cui normalmente strisciano) e muovendolo sinuosamente, sono in grado di "volare" nell'acqua, con molta grazia e con movimenti simili a quelli di una ballerina spagnola che agiti la sua mantiglia.
Pare che la loro accesa colorazione serva a questi piccoli esseri per mettersi in evidenza, una specie di mimetismo al contrario, per avvertire i probabili aggressori di non essere appetibili in quanto che emettono acidi e veleni letali per i loro aggressori anzi alcuni di essi addirittura riescono a convogliare le cellule urticanti dei celenterati (di cui si nutrono senza digerirle) fin sulle papille dorsali costruendo in questo modo una difesa molto efficace!

Il Luni e Utopia II in portoQuello da me osservato dovrebbe essere un esemplare di lepre di mare (Aplysia punctata) così chiamato perché ha due caratteristici cornini sulla testa che rassomiglia così a quella di una lepre.
Non si nutre però di celenterati ma è erbivoro e preferisce un alga detta insalata di mare (Ulva rigida) che è molto comune anche sui nostri lidi, all'occorrenza però non disdegna nemmeno la comune lattuga per cui è facile da mantenere in acquario. E' molto studiata dagli specialisti del cervello perché ha un sistema nervoso molto semplice su cui è facile fare esperimenti.

Si riparte, si mettono le vele ma fanno poco e si tiene acceso il motore. Si entra a Rio Marina, c'è molto posto e si attracca. Una tizia di un'altra barca ci aiuta nell'ancoraggio vediamo che anche lei, come noi, è in difficoltà con la gassa d'amante [10].

E' difficile saltare sul molo perché siamo ormeggiati di poppa con il molo alto ed avendo la poppa a fetta di salame bisogna avvicinare la barca a riva tirando le gomene che la ormeggiano e poi, prima che si allontani di nuovo, fare un salto verso l'alto.

Mercoledì 17 giugno 1998 - Rio Marina - Marciana Marina

Si parte relativamente presto anche se non alle nove come promesso. Di andare a Capraia non se ne parla e si decide di andare a Marciana Marina passando però a nord dell'Isola d'Elba, fermandosi per il bagno lungo il tragitto e facendo esercizi di navigazione vari.

Quando siamo al largo e dirigiamo su Palmaiola Fabio ci fa fare esercizio di skipper ed ordinare l'issa e l'ammaina randa. Lo fa prima Roberto. Fabio segue tutto e poi spiega gli errori: Roberto non è sicuro di sé negli ordini, nei militari direbbero scarsa attitudine al comando.
Poi tocca a me: tono di voce buono (viene chiesto a tutti il loro parere e dicono che si sono sentiti più sicuri) però non ho tenuto la prua al vento (sono a motore) e ho girato in tondo durante le manovre (senza accorgermene).

Ci chiama il Luni che invece sta andando per la sua strada e gli diciamo cosa stiamo provando e ci dicono Guardandovi ci chiedevamo cosa steste facendo.
Poi tocca agli altri ognuno sta attento all'errore fatto dal precedente e in quel settore va benino ma poi fa qualche altro errore madornale nuovo.

Si fanno poi un po' di virate arrivando fin quasi a Palmaiola. Tengo il timone per un po' fin quasi all'isola dei Topi poi lo passo a Massimo. Si continua con un bel vento per lunghi tratti. Si sta proprio bene e ci rilassiamo. Si supera lo Scoglietto ed il porto di Portoferraio e ci si avvicina a Capo d'Enfola.

Siamo tutti tranquilli quando sobbalziamo sentendo odore di bruciato. Su di una barca il fuoco è una delle cose più pericolose nonostante ci sia tutta l'acqua che si vuole e ci guardiamo attorno non vedendo niente di sospetto.

Dopo qualche secondo scopriamo la causa dell'odore: un accendino è stato lasciato sul pagliolato dei bordi del pozzetto [11] e Fabio, che è in piedi, ci ha messo un piede sopra senza accorgersene.

In realtà l'accendino è quasi tutto fuori dal piede tranne la punta e così facendo nel pestarlo l'ha acceso e la tenuto acceso per cui la fiammella gli sta bruciando un pezzettino di suola della scarpa.

Già accendere un accendino pestandolo con un piede è una cosa difficilissima ed improbabile ma poi mantenere accesa la fiamma tenendo premuta la levetta è ancora più difficile. In pratica uno potrebbe provarci per mille anni senza riuscirci!

A Capo d'Enfola è ormeggiata una goletta ma noi viriamo per entrare nel golfo di Viticcio dove fare il bagno. Ci si ancora e si scende per il bagno, cerchiamo di sistemare la scaletta a poppa per averla più comoda ma come scaletta è molto scarsa e non si può allora preferiamo tuffarci, io prendo solo la maschera e la macchina foto.

L'acqua è limpida ma il fondo è di sabbia senza panorami, faccio una lunga nuotata fino a riva. Giro qua e là c'è un fondale simile ad ieri ma niente di speciale.

Su di un fondale di circa quattro metri vedo qualcosa che non capisco cosa sia. Scendo e si tratta di un berretto da sole. Lo ricupero e me lo metto in testa.
La mia collega velista mi aveva detto di portarmi due berretti perché in mare è facilissimo perderlo e mi aveva assicurato che sarei partito con due e tornato con uno, invece io sono partito con uno e torno con due!

Faccio una nuotata lunghissima costeggiando la costa (per l'appunto). Rimaniamo a lungo ascoltando la musica, prendendo il sole e scattando foto. Poi noi ripartiamo mentre quelli del Luni rimangono ancora.

C'è pochissimo vento, proviamo le strambate [12] e a me vengono abbastanza bene però fatte con uno che tiene la scotta di randa e non facendo tutto da solo e tenendo il timone fra le gambe.
Poi ci dirigiamo diritti a Marciana ed andiamo a motore. Ormeggiamo belli comodi all'inglese [13] ma poi arriva un tizio che dice di spostarci perché arriva la navetta da San Vincenzo.
Spostiamo di poco indietro la barca in modo che non sporga dalla linea blu che delimita l'area di attracco riservata a questa navetta che deve arrivare.

Arriva anche il Luni e si ancora in seconda fila attaccato a noi. Siamo curiosi su cosa sia questa fantomatica navetta. Arriva un battello buffissimo con una schiera di antenne, argani, telecamere subacquee, bombole, etc. Sicuramente è attrezzato per degli studi oceanografi, si chiama Manning e batte bandiera americana.

Giovedì 18 giugno 1998 - Marciana Marina - Capraia

Si parte ma ci si ferma subito di prua presso il pontile per fare il pieno d'acqua perché siamo senza. Dovevamo avere il serbatoio pieno ma sembra che non fosse così. Per fare tutto ciò non ci ancoriamo ma teniamo ferma la barca con le cime [14] e tenendoci alla barca di fianco. Poi ci si stacca dalla banchina e Fabio mi lascia il timone e mi fa uscire dal porto, lui se ne va addirittura di sotto.

Quando siamo fuori devo assumere le vesti dello skipper ed ordinare di issare la randa. Con l'allenamento già fatto me la cavo abbastanza bene. Si prova ad andare a vela ma c'è pochissimo vento e ben presto dopo vari tentativi si deve andare a motore.

Ci si dà il cambio al timone e quando siamo più avanti (dopo poco meno di due ore a motore) si alza un pochino il vento. Fabio fa issare le vele e proviamo a spegnere il motore, anche se piano si va avanti. Regola bene tutte le vele e poi prova a scarrellare la randa sopravvento [15] e si guadagna ancora velocità.

Ci mettiamo in rotta su Capraia e facciamo praticamente un unico bordo [16] limitandoci a mantenere la rotta. Si sta benissimo e sono tutti rilassatissimi e riposati. Come al solito si mangia con una insalatona rinforzata da formaggio.

Incontriamo vari traghetti. Si spera di vedere dei delfini ma niente da fare. Io vedo saltare un pesce a prua, probabilmente un cefalo e più tardi vedo saltare qualcosa di grosso a poppa, risalta alcune volte diritto in aria e lo vedono anche gli altri.

Non ha però la sagoma di delfino, né salta come un delfino. Ha la forma di pesce e salta verso l'alto senza girarsi e ricadendo quasi di coda, forse si tratta di un tonno anche se mi sembra più slanciato di un tonno.

Siamo in vista di Capraia fin dalla partenza ma ora si vede piuttosto bene, a nord si vede anche Gorgona. La torre dello Zenobito si vede da tempo anche se è solo un puntino sopra ad uno sperone roccioso.

Il vento è un po' più forte e si va bene. La nostra rotta ci porta a sud di Capraia e si vira di prua portandoci paralleli all'isola e risalendone a distanza il lato est.

Ridiamo perché quando chi è al timone dà l'ordine Pronti a virare? invece di veder tutti scattare come al solito si sente rispondere ma perché?

Mentre siamo paralleli a Capraia vediamo due aerei militari sfrecciare a fianco dell'isola a bassissima quota. Sono più bassi della torre dello Zenobito che è a 83 metri sul livello del mare quindi sono a settanta metri da terra ma forse sono solo cinquanta.

C'è una barca a vela a metà dell'isola ed ho anche l'impressione che si abbassino ulteriormente mentre ci passano sopra e si alzino poi, simulando forse di attaccare la barca. A quanto pare il Cermis non è servito a niente.

Si cerca il Luni e lo chiamiamo per radio, stanno andando a motore da tempo perché erano scaduti molto e sono sottocosta dell'isola. Il vento cade anche per noi e si fa l'ultimissimo tratto a motore.

Si entra in porto ed è tutto pieno di barche anche perché una parte notevole del porto è inutilizzabile perché insabbiata e lì ci stanno solo alcuni gommoni locali.

Allora proviamo ad attraccare dal benzinaio perché ci hanno detto che ha finito la nafta ma non vuole e dice che è possibile solo dalle sette in poi. Non si sa che fare (sono le cinque e mezza) e ci arrangiamo alla meglio di fianco al Luni. Quando diciamo a Gianni che oggi abbiamo anche cazzato il meolo [17] ci chiede scherzando se si tratta di uno dei sette nani.

Arriva un motoscafo e si attracca dal benzinaio e non si sposta dicendo di essere in avaria. Poco prima delle sette ci stacchiamo e ci mettiamo in posizione, c'è anche un altro che manovra ed arriva un terzo. I posti sono tre ma tutti hanno paura di qualche fregatura.

Fabio manovra per non spostarsi dalla posizione migliore lamentandosi nel contempo dell'Italia (di fianco al Luni ci si poteva stare ma c'è uno che parte alle cinque di mattina ed un altro che non vuole che si attracchino a lui).

Sembra un rodeo con le barche che manovrano pericolosamente in uno spazio ristretto. Alle 6 e 59 iniziamo la manovra di attracco, intanto un ketch enorme, appena arrivato, targato Roma ma con su dei toscani inizia anche lui ad attraccare affiancandosi di forza fra le altre barche senza nemmeno i parabordi [18] su e frega il posto ad uno dei tre.

Venerdì 19 giugno 1998 - Capraia - Marciana Marina

Dobbiamo partire entro le otto perché il benzinaio ha detto che alle otto e tre quarti taglia le cime d'ormeggio (per modo di dire). Comunque la cosa è utile perché così, una volta tanto, partiamo presto.

Si esce a motore come al solito e poi si prova ad issare la vela, c'è poco vento ma si riesce ad andare. Si risale la costa e ci si avvicina alle Formiche che distano un quattrocento metri dalla costa.

Quando siamo al largo delle Formiche c'è sempre meno vento e bisogna andare a motore, ci si alterna al timone ed io sto attento ai punti dove scattare le foto dato che questo lato dell'isola non lo avevo mai visto.
La luce però non è delle migliori e sarebbe stato meglio passarci di pomeriggio. Comunque scatto varie foto specialmente in corrispondenza delle punte più caratteristiche e dove ci sono scogli e scoglietti sotto costa.

Si supera Punta della Manza dove c'è anche uno scoglio a poca distanza della riva e poi Punta del Trattoio su cui si vede una lampada che è segnata anche sulla carta nautica con questa sibilline indicazioni: Lamp. 8s 150m 7M.
Chiediamo spiegazioni a Fabio che dice che 8s significa (come avevo immaginato) un lampo ogni otto secondi, 150m è l'altezza sul livello del mare in metri e 7M è la distanza in miglia dalla quale è visibile il faro.

Sempre a motore si arriva a Punta dello Zenobito dove sorge una bella torre. In basso c'è una sporgenza rocciosa attaccata alla costa che, da questa visuale, è assolutamente identica ad una torricella in rovina e sembra un complemento della torre soprastante mentre invece si tratta di una formazione naturale.

Si gira intorno alla punta e si comincia anche a vedere Cala Rossa che è contigua a Punta dello Zenobito ma diversissima infatti c'è un tratto di parete completamente color rosso scuro ed un altro tratto, sempre dello stesso colore, ma fatto in strisce orizzontali.

Il Luni è ancorato qui e ci sentiamo per radio. Loro si fermano a fare il bagno. Fabio chiede se vogliamo fermarci anche noi ma tutti sono dell'idea di continuare per fare strada nel caso si debba fare tutto il tragitto a motore.
Facciamo bene perché, quando siamo al largo di Capraia, si alza un po' di vento e riusciamo a spegnere il motore. Regoliamo di fino le vele e scarrelliamo la randa sopravvento per sfruttare tutto il poco vento che c'è e riusciamo a muoverci dignitosamente.

Ritorno da CapraiaIl viaggio di ritorno è molto lungo. Si mangia qualcosa e poi ci si stravacca qua e là sfruttando l'ombra delle vele però mentre al sole ci si ustiona, all'ombra c'è troppo fresco.

A turno timoniamo tutti ma non c'è da virare né molto da fare e dormicchiamo qua e là, io riesco a dormicchiare in tutte le posizioni, anche quasi in piedi e cioè stando seduto sui gradini della scala che scende sotto e con la fronte appoggiata al tambuccio.
Questo è successo anche all'andata e Massimiliano ci ha fatto ridere tutti raccontando che mi vedeva appoggiato al tambuccio che è trasparente e pensando che fossi sveglio e scrutassi dabbasso, visto il gran tempo che rimanevo fisso in questa posizione, si chiedeva chissà cosa sta guardando?

Quando siamo finalmente sotto costa il vento casca di nuovo e dobbiamo accendere il motore, siamo scaduti verso est e dobbiamo navigare per un po' lungo la costa per riguadagnare il porto di Marciana Marina.

Il Luni è indietro a noi e ci dicono per radio che, dopo molto motore, hanno trovato un po' di vento di gran lasco [19] e che hanno alzato anche lo spinnaker. Li vediamo lontanissimi e colorati ma non riguadagnano su di noi e quindi non arrivano abbastanza vicini perché io possa fotografarli.

Si entra in porto, c'è posto lungo la banchina alta ma dopo è complicato scendere da Utopia II che è sprovvisto di passerella e c'è un altro posto in fondo vicino alla torre pisana dove la banchina è più bassa.
C'è però un motoscafo ormeggiato in seconda fila che chiude in parte l'ingresso. Fabio si avvicina e prova per bene la manovra perché il problema è anche la cima che ormeggia il motoscafo a prua. Stiamo tutti ai bordi, Massimiliano fila l'ancora ed in breve siamo ormeggiati.

Sabato 20 giugno 1998 - Marciana Marina - Cavo

Ci si prepara per uscire dal porto. La manovra non è semplicissima perché abbiamo davanti a sinistra un motoscafo in seconda fila e a destra il cavo dell'ancora di un'altra barca.

Prova l'uscita Roberto con Fabio che lo controlla e noi pronti ai lati della barca. Quando siamo in mare proviamo ad issare le vele ma c'è talmente poco vento che le vele non servono nemmeno per aiutare il motore.

Il Luni parte dopo di noi ed è indietro. Si procede tranquilli rimanendo al largo. Vediamo il volo di alcuni cormorani che vanno radenti l'acqua e sembrano sempre sul punto di precipitare. Sono quasi sempre isolati ma ne vediamo tre assieme che formano un bel gruppetto.

Col motore non ci vuole molto ad arrivare in vista dell'isola dei Topi. Fabio ci chiede cosa vogliamo fare, si era parlato di ancorarsi a Palmaiola per fare il bagno ma c'è chi programma di fermarsi addirittura subito.

Foto di fine corsoIl posto non è brutto ma è raggiungibile anche da terra (è Cala dell'Alga e ci si arriva anche a piedi da Cavo) mentre a Palmaiola ci si arriva solo con una bella barca e propongo di continuare per Palmaiola.

Si prosegue ed appena doppiata l'Isola dei Topi, abbiamo la sorpresa di trovare un po' di vento. Si issano le vele e si inizia a provare, a turno, delle strambate. Quando tocca a me la prima mi viene benissimo. Poi ne faccio due fatte male e poi una un po' meglio stando più attento.

A turno proviamo tutti ed intanto si fanno anche alcuni bordi con virate di prua per rimanere fra Cavo e Palmaiola. Fabio scende e prepara la solita insalatona che però sa fare ogni volta diversa.

Mentre sono al timone e siamo di bolina è pronto e dice Prendo il timone io mentre mangiate ma io propongo di metterci di cappa [20] e dice che è una buona idea, faccio così la manovra e rimaniamo fermi (scarrocciando [21] solo un po') in mezzo al mare mangiando comodamente.

Intanto arriva anche il Luni che anche oggi ha alzato lo spi (ma fa tutto Alessandro), invece noi non abbiamo mai avuto occasione di issare lo spinnaker e di poter provare questa nuova manovra; oggi però ci siamo esibiti anche nello scarrellare la randa sottovento in quanto di bolina stretta il timone era un po' duro.

Infine si torna in porto, si ormeggia e si mette ordine. Ci facciamo scattare una foto tutti assieme. Ci siamo divertiti molto ed è stata una vacanza bellissima. Abbiamo ancora una serata tutti assieme ed un'altra notte a bordo poi domani ci divideremo ed ognuno andrà per la propria strada.


[1] - La parola deriva ha vari significati: il primo senso di deriva è, infatti, lo spostamento laterale che un corpo galleggiante subisce per l'azione di una massa liquida in movimento, ad esempio una corrente marina. Per resistere all'effetto di deriva le imbarcazioni hanno dei dispositivi che si chiamano appunto derive. Nelle imbarcazioni a vela si dice deriva o chiglia di deriva un piano verticale che sporge in basso sotto il natante.
Qui però col termine deriva si intende una piccola barca aperta, particolarmente adatta alla navigazione in mare con buon vento . Le derive sono in genere veloci ed agili, adatte per chi ama le prestazioni . In genere si impara prima sulle derive e si prosegue poi sulle imbarcazioni da crociera.
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[2] - Il tambuccio (o tambucio o tambugio) indica l'apertura e la relativa porta (o pannello scorrevole) usata per scendere sottocoperta.
Gli osteriggi sono delle finestrature sulla coperta o sul cielo della tuga (cioè la parte rialzata rispetto al piano di coperta per aumentare l'altezza in cabina) e servono per dare aria e luce all'interno della barca.
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[3] - La è la vela posteriore e più grande di uno yatch armato con vele Marconi (all'estero dicono vele Bermuda). Quando si arriva in porto di solito non si toglie la randa ma la si ammaina sul boma (che è il pennone, cioè un palo, posto orizzontalmente e unito alla parte posteriore dell'albero. Il punto di unione si chiama varea), la si lega e la si copre con un telone che si chiama appunto copriboma.
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[4] - Le scotte sono le cime (cioè le corde ma guai a dire corda!) utilizzate per regolare le vele partendo dal loro angolo posteriore basso (punto di scotta). Prendono il nome dalla vela che manovrano. <<

[5] - Il fiocco è la vela triangolare anteriore all'albero di trinchetto (nel nostro caso dell'unico albero che abbiamo). Essendo molto più piccola della randa sembrerebbe molto meno importante ma invece dà una grande forza propulsiva, specialmente quando non si è in favore di vento. <<

[6] - Scapolare significa oltrepassare un capo, un riferimento o un ostacolo, mantenendosi lungo una rotta di sicurezza. <<

[7] - I canestrelli sono le slitte che scivolano nell'apposita fessura praticata nell'albero. La loro definizione sarebbe: garrocci per inferire la randa. Il nome deriva dagli anelli di legno che, legati alla randa e fatti passare attorno all'albero, servivano per issare la vela sulle barche d'epoca. <<

[8] - Terzarolare significa diminuire la superficie della vela (in questo caso della randa) esposta al vento ammainandone solo una frazione. Ogni frazione di vela ammainata si chiama mano (o presa) dei terzaroli. <<

[9] - La bolina è l'andatura che si effettua mantenendo una rotta il più possibile contraria alla direzione di arrivo del vento (cioè circa a 40-45 gradi a destra o sinistra rispetto al vento, se si riduce troppo l'angolo la barca non può più proseguire); si distingue in bolina stretta, bolina o bolina larga a seconda dell'ampiezza dell'angolo al vento). <<

[10] - La gassa d'amante è un nodo molto usato e facile da sciogliere che serve per formare un anello al termine di una cima così che essa possa serrare senza strozzare; la gassa d'amante è usata anche per fissare la scotta alla vela. <<

[11] - Il pozzetto è lo spazio situato in coperta, al centro o a poppa delle barche da diporto per permettere all'equipaggio di sedere ed essere riparati in caso di maltempo; vi è situata la barra o la ruota del timone, la bussola e vi arrivano le principali manovre correnti. <<

[12] - La strambata è il cambiare di bordo in una andatura di poppa, ovvero cambiare il bordo della barca contro cui arriva il vento passando con la poppa per la zona da cui arriva il vento. <<

[13] - Ormeggiare all'inglese significa ormeggiare la barca parallelamente alla banchina; è più comodo ma così, lungo una banchina, ci stanno meno barche per cui, di solito, si ormeggia la barca perpendicolarmente alla banchina e con la poppa dal lato della banchina, ovviamente la manovra da fare è più complessa rispetto a quella necessaria per ormeggiare la barca parallelamente alla banchina. <<

[14] - Cima è il termine generico per indicare una corda (guai a dire corda!) che poi può prendere vari nomi a seconda del suo scopo. <<

[15] - Con venti leggeri bisogna portare il boma al centro e il carrello della rotaia della scotta leggermente sopravvento.
Invece scarrellare la randa sottovento quando si è di bolina stretta ha l'effetto di ridurre lo sbandamento.
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[16] - Un bordo è tratto di mare percorso seguendo la stessa rotta. Quando si è di bolina è necessario fare molti bordi per risalire il vento e cioè procedere a zigzag virando di prua alla fine di ogni bordo. Talvolta, data la direzione del vento e dato il punto che si vuole raggiungere, è possibile fare un lunghissimo tratto di bolina stretta, senza virare. <<

[17] - Cazzare il meolo significa tendere il meolo che è una sottile sagola fatta passare all'interno di una guaina cucita lungo la balumina, parola che, a sua volta, indica il lato della vela da cui esce il vento (nel nostro caso, essendo il fiocco a forma di triangolo rettangolo, è la sua ipotenusa). Ciò nel tentativo di creare un po' di "unghia" lungo la balumina e aumentare così il grasso della vela (cioè la pancia che si forma col vento). <<

[18] - Un parabordo è un oggetto messo a protezione dello scafo; normalmente si tratta di un corpo sferico o cilindrico gonfiabile sorretto da una cimetta legata alle draglie (cioè il cavo teso tutt'attorno alla barca per impedire cadute accidentali fuori bordo). <<

[19] - Il gran lasco è una delle possibili andature della barca. Si è al gran lasco quando la barca va in una direzione tale da avere il vento che arriva con un angolo da 140 a 170 gradi (in pratica molto vicino alla poppa). <<

[20] - Mettere in cappa significa mettere le vele in modo che la spinta propulsiva su di una di esse sia controbilanciata e annullata dalla spinta sull'altra; è una manovra che si effettua con cattivo tempo per ridurre al minimo la velocità della barca e mantenere sempre le onde al mascone, cioè circa 45 gradi rispetto alla prua. Si chiama invece cappa secca quella di un veliero che decide di sostenere il cattivo tempo stando a secco di vele (con tutte le vele ammainate).
La cappa filante consiste nel regolare le vele in modo che lo scafo si mantenga un po' più stretto del traverso con timone all'orza in modo che avanzi solo il tanto da mantenere attivo il timone. In questo modo lo scafo scarroccia leggermente sottovento perdendo il minor cammino e lasciando sopravvento una remora che riduce la possibilità che si crei qualche frangente pericoloso.
Infine la cappa è detta ardente se lo scafo avanza per poi rinculare sotto l'azione del vento e del mare e riprende quindi ad avanzare leggermente, serpeggiando. Ogni scafo, in relazione alla propria alberatura e velatura ha un suo equilibrio particolare sotto vela e, pertanto, il tipo di cappa, e il tipo di vele da mantenere issate, varia notevolmente.
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[21] - Lo scarroccio è lo spostamento laterale della barca per effetto del vento. <<


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