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La diversione di Zambianchi


Fatti poco noti della Spedizione dei Mille

Tutti sanno che la spedizione in Sicilia di Garibaldi iniziò la notte del cinque maggio 1860 con la partenza dei Mille da Quarto, a bordo dei vapori Piemonte e Lombardo, comandati da Giuseppe Garibaldi e Nino Bixio. Non tutti sanno che a bordo dei due vapori vi erano più uomini dei Mille (che poi erano 1089) i cui nomi sono poi stati tramandati dalla Storia in quanto una cinquantina di volontari furono sbarcati da Garibaldi a Talamone per tentare una diversione negli Stati pontifici.

Quasi nessuno sa (ed io stesso l'ho scoperto solo nel corso delle mie ricerche) che quanto scritto sopra è alquanto impreciso e che, in realtà, la spedizione in Sicilia di Garibaldi iniziò la sera del tre maggio 1860 con la partenza da Livorno della tartana Adelina del capitano Francesco Lavarello con a bordo 78 uomini comandati dal maggiore Andrea Sgarallino.

Il motivo per cui ben pochi conoscono questo fatto è dovuto alla decisione di Garibaldi di tentare una diversione negli Stati pontifici dove sperava di suscitare rivolte in Umbria e nelle Marche. Gli uomini della diversione dovevano creare una testa di ponte che permettesse poi, con ulteriori rinforzi, di attaccare il Regno di Napoli attraverso gli Abruzzi.

Gli uomini di Sgarallino parteciparono a questa diversione che però, sia perché i rinforzi non ci furono, sia forse per la condotta troppo prudente del suo comandante Zambianchi, fallì rapidamente e quindi anche la loro storia fu dimenticata.

Cosa dicono gli storici della diversione di Zambianchi

Cesare Abba è il più famoso fra i cronisti della spedizione di Garibaldi in Sicilia. Nella sua opera più nota, che è Da Quarto al Volturno [1], dedica solo due righe alla diversione e non nomina né Sgarallino, né la tartana Adelina.

Nella prima riga accenna appena allo scopo della diversione e cioè attaccare il Regno di Napoli da nord e scrive Una mano dei nostri si staccheranno tra poco da noi. Passeranno il confine romano condotti da Zambianchi. Mi duole pei tre medici di Parma destinati a seguirlo. Diverse venture, comunque la meta sia una. Noi non ci siamo detti addio.

Nella seconda riga riporta la voce che molti di quelli che si sono offerti per la diversione l'avessero fatto perché non volevano più seguire Garibaldi in quanto al grido di guerra aveva mescolato il nome di Vittorio Emanuele e scrive E mi hanno detto che sono partiti, o stanno per partire, non so quanti, che non vogliono più seguire il Generale, perché al grido di guerra ha mescolato il nome di Vittorio Emanuele. Se ne parla, se ne giudica, ma non se ne sente dir male.

Che tra i volontari girassero le voci più strane sui veri motivi della diversione è perfettamente plausibile ma, per molti storici, le voci riportate da Cesare Abba sono diventate una verità assoluta quando invece, come vedremo più avanti, non sia affatto così.

Nell'altra sua opera Storia dei Mille [2] Cesare Abba parla un po' di più della diversione alla quale dedica un capitoletto dove racconta ancora come ai volontari non apparisse chiaro lo scopo della diversione e riporta un'altra voce che si era sparsa fra i Mille e cioè che Garibaldi avesse affidato il comando a Zambianchi per toglierselo dai piedi in quanto gli era odioso. Per altro Abba stesso fa notare che questa voce è assurda dato che Garibaldi ha mandato con Zambianchi anche dei validi ufficiali.

In quest'opera Abba parla nuovamente di coloro che non vollero più seguire il Generale, perché al grido di guerra aveva mescolato il nome di Vittorio Emanuele e che nulla ebbero a fare con la diversione ma se ne tornarono semplicemente a casa e scrive Molti non si sapevano liberare da certo scontento che aveva lasciato loro il motto monarchico; ma la disciplina volontaria era forte. Difatti si staccarono poi dalla spedizione e se ne tornarono di là alle loro case, soltanto sei o sette giovani cari. Seguivano il sardo Brusco Onnis che del motto 'Italia e Vittorio Emanuele' era rimasto quasi offeso.

Spesso nelle opere storiche meno specialistiche la diversione di Zambianchi non è nemmeno nominata come accade nella biografia di Garibaldi pubblicata, nel 1962, da Indro Montanelli con Marco Nozza [3].
Nel 1960, in occasione del centenario della spedizione, il settimanale Visto pubblicò a puntate Mille berretti rossi di Luigi Fossati [4] dove viene dato un notevole spazio alla diversione di Zambianchi e viene citato anche Andrea Sgarallino e la tartana Adelina.

Il racconto è abbastanza preciso ma l'autore mostra una certa animosità nei confronti dello Zambianchi e degli uomini da lui comandati e riporta una serie di commenti poco favorevoli, però, dato che praticamente tutte le notizie ivi riportate, sono state prese da un'opera scritta da Giovanni Pittaluga che fu furiere del gruppo di volontari comandati dallo Zambianchi ritengo più interessante utilizzare direttamente quest'opera per scrivere le mie note.

Cosa scrive Giovanni Pittaluga

Il libro di Giovanni Pittaluga sulla diversione [5] è particolarmente interessante, non solo per la ricchissima messe di dati che contiene, ma anche perché racconta i motivi della diversione e come questa fosse stata programmata da tempo e come si cercò poi di organizzare una nuova diversione.

Dal racconto di Pittaluga si vede come Garibaldi non fu affatto quasi travolto dagli eventi come hanno scritto anche autori famosi ma abbia sempre avuto l'accortezza di prevedere una molteplicità di mosse diverse fra loro scegliendo di volta in volta la più appropriata a secondo di come evolvevano le circostanze.

E' proprio questa capacità di adattare rapidamente il proprio agire anche ad avvenimenti imprevisti che ha fatto grande Garibaldi. Certo è che, a posteriori, chi non tenga conto di questa capacità di prevedere in anticipo mosse e contromosse anche di fatti improbabili penserà soltanto che Garibaldi abbia avuto dalla sua una fortuna incredibile.

Garibaldi sapeva bene che era possibile prendere la Sicilia con l'aiuto dei siciliani stessi. Del resto era già accaduto solo dodici anni prima, nel 1848, quando gli indipendentisti del Frunti Nazziunali Sicilianu avevano liberato l'intera isola dai Borboni che erano riusciti a mantenere il possesso della sola fortezza di Messina.

Prendere la Sicilia però non era sufficiente ad abbattere i Borboni che dodici anni prima erano riusciti poi a riconquistare l'isola. I Borboni infatti avevano una flotta moderna e potente (la prima nave ad elica del Mediterraneo era stato il vascello corazzato Monarca varato nel 1850 e napoletana fu anche la prima nave da guerra a vapore d'Italia, la pirofregata Ercole, varata a Castellamare) e quindi appariva arduo varcare in forze lo stretto di Messina; inoltre la Calabria è molto lunga ed è difficile risalirla con un esercito.

Per tutti questi motivi Garibaldi aveva a lungo pensato alla possibilità di attaccare il Regno di Napoli da nord passando attraverso la Stato pontificio. L'anno precedente i territori delle Legazioni e la Romagna erano insorte e si erano staccate dallo Stato pontificio ma anche in Umbria e nelle Marche vi era stata una forte opposizione al governo del Papa.

Era quindi del tutto logico pensare che fosse possibile suscitare la rivolta in queste regione per poi dirigersi sul Regno di Napoli passando per gli Abruzzi. Del resto Mazzini, in una lettera a Nino Bixio del 19 febbraio 1860, aveva scritto: il moto del sud non si otterrà che mettendo Napoli fra due fuochi, il moto dell'Isola ed il moto al di là della frontiera romana.

Le mosse fatte da Garibaldi, prima della partenza della spedizione, in vista di un attacco al Regno di Napoli anche da nord sono state molte: il 30 aprile fa stampare un proclama indirizzato agli italiani dello Stato romano, il 2 maggio scrive a Cattali di Faenza i presti ed i Borboni devono essere combattuti, per ora, tanto nella Sicilia quanto nella Cattolica, il 3 maggio scrive a Caldesi Io vado verso mezzogiorno. Vi sarà movimento nella Marche, Umbria ecc. Io spero che spingerai il possibile la gioventù borghese a non lasciarci combattere soli contro i soldati del Papa e del Borbone ed infine il 5 maggio, nel pubblico mandato conferito a Bertani prima della partenza, scrive l'insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla ma nell'Umbria, nella Marche, nella Sabina, nel Napoletano, ecc., dovunque vi sono dei nemici da combattere.

La storia della spedizione di Andrea Sgarallino

Il 2 maggio Garibaldi ordina ad Andrea Sgarallino, che in quel momento era con lui a Quarto, di andare a Livorno per imbarcare i livornesi già arruolati sulla tartana Adelina del capitano Francesco Lavarello e di recarsi con quella ad aspettarlo nel Canale di Piombino.

Alla sera del 3 maggio la tartana Adelina, al comando del maggiore Andrea Sgarallino, prende il largo da Livorno con 78 uomini a bordo e si reca nel Canale di Piombino dove, come da ordini ricevuti attende l'arrivo di Garibaldi con i suoi volontari.

All'alba del 7 maggio il Piemonte ed il Lombardo avvistano la tartana Adelina che li attendeva da due giorni nel Canale di Piombino e che li segue a Talamone e su disposizione di Garibaldi, attracca ad oriente di Talamone verso Fonte Blanda.

Nel corso della stessa giornata Garibaldi propone a Zambianchi, che accetta, di prendere il comando della diversione verso lo Stato Pontificio. Zambianchi avrebbe avuto ai suoi ordini anche Andrea Sgarallino ed i suoi uomini che già lo attendevano a Fonte Blanda. Garibaldi avvisa Sgarallino dicendo che Zambianchi andrà da lui il giorno dopo e manda a Sgarallino armi, munizioni e le camicie rosse coi berretti.

Quando però gli uomini da Zambianchi giungono a Fonte Blanda trovano che Sgarallino ed i suoi volontari sono già partiti in direzione di Scansano. L'8 maggio i due gruppi si ricongiungono e proseguono assieme verso Scansano. Ai 78 livornesi giunti con l'Adelina si erano già aggiunti vari altri giunti per via di terra o dalle borgate intorno oltre ad otto bersaglieri che avevano disertato dai battaglioni di Radicofani (5) ed Orbetello (3).

Da qui in poi la storia dei livornesi dell'Adelina è la stessa della diversione di Zambianchi fino al ritorno in Toscana dove Sgarallino, insieme ad altri, fu arrestato, tradotto a Firenze e sottoposto ad un consiglio di guerra che però, dopo sette, giorni, li assolse.

Molti dei livornesi di Sgarallino riuscirono poi a partire per la Sicilia con la spedizione di Malenchini che salpò il 10 Giugno da Livorno con 800 volontari a bordo del vapore francese Amsterdam ribattezzato Franklin.

La storia della diversione

Riporto qui la storia della diversione con il dettaglio degli avvenimenti che accaddero a chi seguì Zambianchi secondo quanto racconta Giovanni Pittaluga ed utilizzando talvolta le sue stesse parole.

La spedizione dei Mille, partita da Quarto il cinque maggio, giunge all'alba del sette in vista di Talamone e qui incontra la tartana Adelina, al comando del maggiore Andrea Sgarallino, che li attendeva da due giorni nel Canale di Piombino e che li segue a Talamone e su disposizione di Garibaldi, attracca ad oriente di Talamone verso Fonte Blanda.

Una volta sbarcati a Talamone Garibaldi fatto chiamare Callimaco Zambianchi e alla presenza di Sirtori, gli propone di prendere il comando di un drappello che avrebbe effettuato una diversione verso lo Stato pontificio. Zambianchi accetta risolutamente ed il Generale lo informa che Sgarallino già lo attendeva a Fonte Blanda e che una spedizione comandata dal Medici o da Cosenz lo avrebbe poi raggiunto e che egli stesso, Garibaldi, sarebbe sopraggiunto a prenderne il comando.

Si trattava quindi di un'avanguardia che avrebbe suscitato la rivoluzione che era già pronta a scoppiare e che avrebbe dovuto poi essere raggiunta dal grosso dei volontari che sarebbero partiti successivamente. Gli ordini erano di dirigersi nell'Umbria dove il partito d'azione era organizzato e pronto e di mirare poi agli Abruzzi dove pure tutto era preparato per l'insurrezione.

Garibaldi scrive di suo pugno le Istruzioni al comandante Zambianchi dove si specifica che Zambianchi avrà i volontari arrivati da Livorno e potrà sceglierne altri 50 fra quelli arrivati da Quarto, inoltre avrà per cooperatori tre ufficiali dei Cacciatori delle Alpi (Giuseppe Guerzoni, Alberto Leardi e Cesare Orsini) oltre al capitano Elia Stecouli, ufficiale greco (che volle con sé il suo compatriota Francesco Tibaldi).
Nelle istruzioni a Zambianchi si dice chiaramente che, se Vittorio Emanuele avesse attaccato i Borboni, Zambianchi si sarebbe dovuto mettere ai suoi ordini.

Prima di proseguire il racconto è necessario dire qualcosa di più su Callimaco Zambianchi che era un personaggio controverso e del quale il Pittaluga dice ben poco, specie sui suoi precedenti, limitandosi a commentare le sue scelte durante la diversione e a riportare i dissapori che vi erano fra lo Zambianchi ed i suoi ufficiali.

Cesare Abba, nella suo opera Storia dei Mille ne fa un breve ritratto non certo molto favorevole. Scrive infatti:

Era un forlivese già sulla cinquantina, quadrato, barbuto, di poca testa, assai rozzo e millantatore. E aveva fama d'esser uomo di sangue, perché nel '49, a Roma, era stato crudo contro tre preti, i quali, volendo entrare nelle città travestiti da contadini, avevano dato del capo nei suoi avamposti. Egli li aveva tenuti prigionieri; poi, senza averne ordine dal Governo, gli aveva fatti fucilare. Per tal suo fatto gli pesava addosso l'accusa di sterminatore di preti e frati, e sin d'averne colmato un pozzo.

Peggio ancora lo descrive Luigi Fossati, nella sua opera Mille berretti rossi dove prima ricorda che Mazzini lo aveva definito ciarlatore di guerra più che guerriero e poi, raccontando dell'incontro avvenuto fra Giuseppe Bandi e lo Zambianchi lo descrive come un tipo che somiglia ad un contrabbandiere o un mercante di cavalli, vestito con un abito di tessuto marrone ed in testa una papalina rossa.

Garibaldi avvisa poi Sgarallino dicendo che Zambianchi andrà da lui il giorno dopo e manda a Sgarallino armi, munizioni e le camicie rosse coi berretti. Intanto arriva da Livorno in carrozza il maggiore Siccoli che era mandatario del comitato di Livorno che recava informazioni sullo stato delle province pontificie. Con lui c'erano 10 o 12 volontari livornesi e maremmani. Garibaldi dà a Siccoli l'ordine di aggregarsi al gruppo di Zambianchi come commissario di guerra.

Intanto i volontari vengono suddivisi in sette compagnie formate da 130 a 150 uomini ciascuna. Gli uomini di Zambianchi avrebbero formato l'ottava compagnia (dopo la partenza di Zambianchi i Mille furono suddivisi nelle otto compagnie tipiche dei Cacciatori delle Alpi).

Molti volontari, specie fra i più giovani, vorrebbero far parte dei cinquanta che sarebbero andati con Zambianchi e molti di questi sono parmensi. Gli uomini di Zambianchi vengono dotati dei fucili migliori che si hanno e che sono cinquanta carabine di un modello recentissimo svizzero oltre a quaranta revolver. Zambianchi ha quindi cinquanta uomini armati di carabina mentre gli ufficiali hanno revolver e sciabola, come anche il furiere Giovanni Pittaluga.

Visto questo quattro volontari della 7a compagnia Cairoli vorrebbero far parte dell'8a e lo chiedono a Zambianchi e Guerzoni i quali rispondono di no, sia per la mancanza di ordini in merito, sia per la mancanza di armi e vestiario per equipaggiarli. Allora Guglielmo Fumagalli chiede se sarebbero stati presi se equipaggiati e gli viene detto di sì perché se i superiori fornivano l'equipaggiamento davano anche il consenso alla cosa.

Fumagalli conosceva Bixio essendo stato con lui nei Cacciatori delle Alpi e riesce ad ottenne il permesso di Bixio che, non avendo il necessario per scrivere, affumica un piatto sul lume e vi scrive sopra l'ordine di consegnare quattro equipaggiamenti completi.
Così si aggiungono alla compagnia Zambianchi il dott. Luigi Cantoni di Milano, l'ing. Lorenzo Panserini di Cedegolo (BS), l'ing. Francesco Locatelli di Pontida (BS) e Guglielmo Fumagalli di Brescia.

Giovanni Pittaluga, furiere della compagnia Zambianchi, segna, nel suo ruolino, 61 volontari. Di questi 6 sono ufficiali delle precedenti campagne e 11 sono laureati. Vi sono poi studenti, artisti, possidenti, impiegati e pochi artieri ed operai. Riguardo all'origine geografica vi sono 2 greci, 1 triestino, 23 parmensi, 6 bresciani, 6 milanesi, 5 bolognesi, 3 alessandrini, 3 ascolani, 3 romagnoli, 3 romani, 2 genovesi, 1 anconitano, 1 barese, 1 perugino ed 1 piacentino (di questi 6 morirono poi nelle patrie battaglie, 20 diventarono ufficiali, 2 furono deputati al parlamento).

Fra i volontari ci sono molte discussioni sul vero scopo della spedizione Zambianchi e molti pensano che non si andasse più in Sicilia perché, del resto, nel Proclama ai Romani fatto diffondere da Garibaldi non vi era alcun accenno alla Sicilia. Anche l'ordine del giorno, emanato ai garibaldini quella mattina stessa, non conteneva alcun accenno alla Sicilia.

Altri tre volontari che erano sul Piemonte e sul Lombardo riescono ad aggregarsi alla compagnia di Zambianchi ma dopo che Pittaluga ha scritto il ruolino per cui non vi compaiono. Essi sono: Giuseppe Montana di Parma, Francesco Sochiniani e Nicola Sottini.
L'8a Compagnia di Zambianchi viene divisa in due parti comandate rispettivamente dal Capitano Guerzoni e dal Capitano Leardi. Il Tenente Orsini ha le funzioni del colonnello Zambianchi.

Nel pomeriggio inoltrato dello stesso giorno, sette maggio, la Compagnia si dirige a Fonte Banda da dove però i livornesi di Sgarallino sono già partiti verso Scansano. Durante la mattinata seguente la Compagnia di Zambianchi si ricongiunge con il gruppo di Sgarallino.
Ai 78 giunti con l'Adelina si erano già aggiunti vari altri giunti per via di terra o dalle borgate intorno oltre ad otto bersaglieri che avevano disertato dai battaglioni di Radicofani (5) ed Orbetello (3).

L'8 maggio i volontari raggiungono Scansano dove sostano tre giorni e dove viene arruolata una trentina di altri volontari. L'attesa è dovuta al fatto che quella di Zambianchi doveva essere un'avanguardia e si aspetta o l'intervento di altri volontari forse guidati da Medici, o lo sbarco di Garibaldi a Montalto o le rivolte preparate a Orvieto, Viterbo, Todi, Perugia, Foligno, Terni e Spoleto.

L'esercito pontificio che Zambianchi si apprestava ad affrontare era comandato dal generale Cristophe de Lamoricière, già generale e ministro della Guerra francese, che era stato messo a capo dell'esercito papalino da pochissimo tempo (il 7 aprile 1860).

L'esercito era formato in gran parte da truppe straniere (specialmente irlandesi e croati) che erano mal viste dalla popolazione. Tra i brigadieri di Lamoricière troviamo: Smidt svizzero (noto per le stragi di Perugia), De Pimodan francese, De Curten svizzero e Crapft tedesco.

Un accordo con il Regno di Napoli che garantiva il confine con le truppe del generale Pianell permetteva di schierare tutto l'esercito papalino a nord. Ad Ancona vi erano 3000 uomini, Pesaro, Fano e Senigallia erano ben presidiate, 2000 uomini erano a Gubbio e a Viterbo vi era il 2° battaglione di cacciatori indigeni, una parte del quale era ad Orvieto.

Nella mattinata del 13 maggio Zambianchi riparte in direzione di Manciano. Intanto Garibaldi non ha abbandonato l'idea di spedire consistenti rinforzi ed in una lettera spedita da Salemi nello stesso giorno e diretta al comitato di Genova scrive che Medici dovrebbe occuparsi del Pontificio.

Il 14 maggio Zambianchi arriva a Pitigliano dove ci si ferma nuovamente e dove si arruolano alcuni volontari. Nel frattempo la diversione ha avuto almeno il merito di diffondere grande incertezza su quello che stesse facendo realmente Garibaldi: il 12 maggio la Gazzetta di Parma scrive che non si sa dove sia Garibaldi e che notizie del giorno prima dicevano che fosse sbarcato a Terracina, il 14 maggio il giornale Perseveranza di Torino, riferendosi al giorno prima, scrive che le notizie su Garibaldi sono incerte e che piccoli sbarchi avrebbero avuto luogo sulle coste dello Stato Pontificio e a Montalto ed il Piccolo Corriere di Milano dice che gli è giunto un proclama di Garibaldi, il quale, il giorno 10, si trovava a Montalto nello Stato Romano.

La sosta a Pitigliano si prolunga e solo alla sera del 17 maggio Zambianchi annuncia ai suoi volontari, che già mormoravano per gli indugi, che l'indomani si sarebbe partiti. Si voleva occupare Orvieto. alcune casse d'armi erano state introdotte da Cetona. I doganieri lungo il confine erano dalla parte dei garibaldini e quelli e Latera e Onano erano pronti ad unirsi a loro.

Le strade per andare ad Orvieto erano due: una passava per Gradoli, Bolsena, Osterie di Bicio e l'altra per Grotte di Castro, San Lorenzo, San Giorgio. La lunghezza era circa la stessa ma la prima era da scartare perché passava per Bolsena, luogo di qualche importanza, ed obbligava a percorrere un lungo tratto della strada principale Montefiascone - Acquapendente.
La distanza da percorrere era di 50/55 chilometri con molta salita e dato che si voleva arrivare ad Orvieto di notte e subito prima dell'alba si decide di partire nella notte fra il 18 ed il 19 ed attraversare il confine di notte per poi sostare in un luogo appartato a metà strada in modo di giungere ad Orvieto prima dell'alba del 20.

Alla sera del 18 maggio il gruppo di Zambianchi parte quindi per Orvieto passando per una strada secondaria che attraversa il caseggiato che ha l'infausto nome di La Sconfitta. Una pattuglia va al posto di dogana di Latera per simulare di sorprendere i doganieri che erano già dalla parte dei Garibaldini. Inaspettatamente però vi si trovano anche dei gendarmi a cavallo, c'è così uno scontro a fuoco, un cavaliere viene ucciso e gli altri fuggono. Allora abbattuti gli stemmi pontifici e presi con sé i doganieri la pattuglia si ricongiunge al grosso del drappello con molto ritardo.

Alle 9 e 30 del 19 maggio il gruppo di Zambianchi giunge al paese di Grotte di Castro e lo occupa senza incontrare resistenza. Zambianchi scopre che in paese vi era per caso Monsignor Jona, vescovo di Montefiascone e vorrebbe catturarlo per tenerlo come ostaggio ma Siccoli ed altri lo convincono a desistere in base agli ordini di Garibaldi che dicevano di non far nulla che potesse inimicare la popolazione.

I garibaldini pongono delle sentinelle e poi cercano dove rifocillarsi nel paese. Bisogna tener presente che ormai sono più di duecento e quindi devono necessariamente spargersi qua e là. Dopo due ore uno squadrone di gendarmi pontifici a cavallo, comandati dal colonnello Pimodan, entra in paese come se volesse eseguire una ricognizione.

Si ha così uno scontro a fuoco che dura due ore dopo di che i gendarmi si ritirano verso Bolsena. Rimangono uccisi tre gendarmi (il brigadiere Costarelli, il vicebrigadiere Zappoli ed il gendarme Rizzoli), il garibaldino Antonio Cambiaso di Genova viene ferito mortalmente da una sciabolata e rimangono gravemente feriti il tenente Cacchi dei gendarmi pontifici ed il brigadiere Paparelli di Cingoli dei gendarmi pontifici, inoltre sono stati feriti cinque garibaldini e quattro gendarmi (il brigadiere ed uno dei gendarmi morirono successivamente per le ferite ricevute).

Questo fatto, male interpretato da molti storici, ha fatto sì che ancor oggi si legga che i garibaldini di Zambianchi furono sorpresi mentre erano all'osteria e messi in fuga da pochi gendarmi a cavallo. In realtà entrambe le parti si erano comportate correttamente secondo le regole militari ma avevano trovato delle condizioni avverse: i garibaldini non prevedevano di essere subito attaccati da truppe nemiche (il Pimodan infatti passava di lì per caso) e si erano quindi limitati a mettere delle sentinelle mentre il Pimodan non credeva di avere di fronte una forza ben superiore alla sua ed aveva quindi attaccato le sentinelle ed era entrato in paese non pensando di incontrare una accanita resistenza.

Dopo che i gendarmi pontifici si sono ritirati Zambianchi, dopo aver parlato con Guerzoni, Leardi e Sgarallino, decide che, essendo stata individuata la spedizione, è ormai impossibile marciare su Orvieto e che è meglio rientrare in Toscana. Ciò suscita veementi proteste nei volontari.

Qualche ora dopo lo scontro giunge un signore a cavallo che si qualifica come commissario di S.M. il Re Vittorio Emanuele con l'ordine di rientrare in Toscana per la via di Onano, San Quirico, Sorano e così viene fatto.
Si trattava del Cav. Gaspero Petrucioli di Pitigliano che era stato incaricato di ciò dal Conte Ferdinando Avogadro di Valdengo e Collobiano, ufficiale d'ordinanza di Vittorio Emanuele II che era il vero Commissario Regio ma che non poteva passare il confine essendo un ufficiale dell'esercito in divisa.

Il fatto del Commissario Regio e dello scontro con Pimodan che era a Montefiascone per puro caso dimostrano come avessero ragione i volontari che protestavano e come l'attesa a Pitigliano sia stata fatale per la riuscita dell'impresa.

Il 20 maggio i garibaldini di Zambianchi arrivano a notte inoltrata a San Quirico dove muore Cambiaso che era stato gravemente ferito ed il giorno successivo giungono a Sorano dove la sera prima era arrivato il 1° reggimento granatieri di Sardegna comandato dal Commissario Regio capitano Avogadro di Collobiano e depongono le armi. I volontari vengono lasciati liberi di andare dove vogliono e dotati di foglio di via personale, viene trattenuto solo Zambianchi.

Nella stessa giornata del 21 maggio la Gazzetta di Roma pubblica il resoconto del colonnello Pimodan (scritto il 19) sullo scontro a Grotte di Castro nel quale vi sono molte inesattezze e menzogne: vi si dice che i garibaldini erano 350, si racconta di un saccheggio di Latera mai avvenuto e dove i garibaldini non sono passati e si afferma che i garibaldini sono stati dispersi lasciando sul terreno nove morti fra i quali il fratello di Felice Orsini, l'attentatore di Napoleone III.

Il colonnello Pimodan aveva scritto il suo resoconto il 19 affermando di aver disperso i garibaldini ma in realtà era stato respinto ed era andato a cercare rinforzi. Nella notte fra il 19 ed il 20 accade un fatto che smaschera la sua bugia in quanto accade a Valentano, a 15 chilometri da Le Grotte: mentre il colonnello Pimodan con i suoi gendarmi sta conducendo il 2° battaglione cacciatori a Le Grotte per attaccare nuovamente i garibaldini avviene per errore una sparatoria fra i gendarmi e la fanteria pontificia a causa di un colpo di fucile sparato, per sbaglio, da non si sa da chi e a seguito della quale furono colpiti il capitano aiutante maggiore Corelli, il tenente Gomez e cinque soldati (secondo Pittaluga il colpo non sarebbe partito per errore ma sarebbe stato sparato da un militare pontificio segreto sostenitore dei garibaldini).

Ciò obbliga la Gazzetta di Roma a pubblicare (il 22 maggio) un nuovo resoconto del colonnello Pimodan sullo scontro a Grotte di Castro dove intanto i garibaldini diventano 400/500 e dove però si racconta anche della sparatoria avvenuta per errore fra i gendarmi e la fanteria pontificia.
Nei giorni successivi viene anche detto che i garibaldini hanno rapito i doganieri di Onano che in realtà si sono uniti a loro.

Comunque i pontifici sono soddisfatti di quella che viene considerata una grande vittoria ed il 30 maggio la Segreteria di Stato del Vaticano premia tutti gendarmi del Colonnello Pimodan con medaglie e danaro e promuove vari ufficiali. Stranamente non è previsto alcun premio per i tre morti in combattimento che non sono nemmeno elencati fra i partecipanti alla battaglia.

Le vicende successive

I volontari si dividono e si dirigono chi ad Arezzo, chi a Siena e chi a Grosseto. Nei giorni successivi però una cinquantina di questi garibaldini vengono arrestati qua e là e fra loro Sgarallino, Orsini, Fumagalli, Locatelli, Panserini, Cantoni, Bandini, Soncini, Fochi. Vengono tradotti a Firenze e sottoposti ad un consiglio di guerra che però, dopo sette, giorni, li assolve.

Un grosso nucleo di volontari arriva a Genova in tempo per aggregarsi alla spedizione Medici che sembrava dovesse invadere l'Umbria sbarcando a Montalto ma che poi si dirige in Sicilia non volendo scontrarsi col Ministero che non voleva l'invasione dei domini papali.

La spedizione era di 3400 uomini dei quali 2500 imbarcati con Medici (che aveva come capo di stato maggiore il maggiore Guastalla) sull'Helvezia e l'Oregon che partivano da Sestri e 900 con Corte che partiva da Conegliano sull'Utile che però, non potendo portare tanti uomini, rimorchiava il clipper americano Charles Georgy con a bordo la maggior parte dei volontari. Essendo più lento l'Utile doveva partire due giorni prima.

I volontari di Talamone, sapendo che l'Utile partiva prima, chiedono ed ottengono di essere arruolati con Corte e partono l'8 giugno mentre le altre due navi sarebbero partite il 10 per trovarsi poi tutti a Cagliari ma accade che l'Utile venga catturato dalla flotta dei Borboni e portato a Gaeta. La bandiera americana però proteggeva il carico del Charles Georgy e quindi i volontari rimangono a bordo per ben venti giorni dopo di che i legni vengono rilasciati con l'ordine di non rientrare più nelle acque del Regno delle Due Sicilie.

Corte riparte allora da Genova il 15 luglio sull'Amazon con quasi tutti i suoi uomini fra i quali anche Leardi e molti di quelli di Talamone arrivando in Sicilia in tempo per partecipare alla battaglia di Milazzo dove Leardi muore caricando alla baionetta.
Invece alcuni altri dei garibaldini di Talamone, appena liberati da Gaeta, erano andati a Genova con mezzi propri riuscendo ad imbarcarsi per la Sicilia il 10 luglio anziché il 15.
Altri ancora, specie i livornesi di Sgarallino (come già detto), si imbarcano con Malenchini il quale col Franklin partiva dalle acque toscane contemporaneamente a Medici.

Una ventina d'altri, tra i quali Pittaluga e Pedani, vanno con Siccoli a Livorno e partono, a fine maggio, con un piroscafo delle messaggerie francesi. Con loro c'è anche Giuseppe Civinini. Arrivati a Messina il comandante della piazza vuole farli arrestare, per cui non sbarcano e proseguono per Malta dove Nicola Fabrizi aveva organizzato una vera segreteria di stato per favorire prima la cospirazione, poi la rivoluzione ed infine la guerra.

Dopo due giorni dall'arrivo a Malta partono tutti su due barche a vela. In una c'è Nicola Fabrizi che ha anche un carico di 1500 armi con le munizioni e che sbarca a Pozzallo il 2 giugno da dove si reca a Catania dove giunge il 6.
Nell'altra si imbarcano quelli di Livorno che vanno direttamente a Catania che il 31 di maggio era stata devastata dal Generale Clary colla sua divisione e con le truppe del generale Afan de Rivera ma che poi viene chiamato a Messina ed appena uscite le truppe, la città insorge di nuovo e proclama Garibaldi dittatore.

Il giorno successivo a questi fatti arriva la barca dei livornesi con i garibaldini in camicia rossa che vengono accolti con grandi feste.
Intanto Fabrizi aveva avuto ordine da Garibaldi di portarsi a Barcellona con le armi passando ad occidente dell'Etna per raggiungere i molti patrioti che erano là e prenderne il comando. Il Fabrizi con gli uomini portati da Malta ed altri volontari siciliani forma il Battaglione del Faro mentre, successivamente, con quelli di Barcellona forma il Battaglione dell'Etna. Entrambi i battaglioni partecipano alla battaglia di Milazzo.
I livornesi devono invece rimanere a Catania per aiutare nella difesa della città ed attendere l'arrivo della brigata Eber che da Palermo si stava dirigendo a Catania per entrare poi a far parte di tale brigata.

Cesare Abba, nelle sue note del 22 luglio, a proposito degli sbarcati a Talamone scriverà: Lunga odissea. Eppure non si stancarono. Ostinati a venire, qua o là ci hanno raggiunti tutti.

Solo Zambianchi era ancora in carcere con l'accusa di attentato a mano armata contro uno Stato straniero. Il processo però non fu mai fatto e dopo alcuni mesi Cavour offrì a Zambianchi, che intanto si era ammalato e che accettò, la libertà e 20000 lire purché emigrasse nell'America del Sud. La somma sarebbe stata pagata metà alla partenza e metà all'arrivo a Buenos Aires. Zambianchi partì ma morì 24 ore prima di sbarcare in Argentina.

Questo è quanto ci dicono il Pittaluga ed altri storici ma, secondo ricerche effettuate da Giuliano Oliva [6], Callimaco Zambianchi non morì affatto sul piroscafo che lo portava in Argentina ma, dopo un ulteriore viaggio a Londra, entrò nello Stato Maggiore dell'Esercito Argentino con l'incarico di ufficiale del Genio addetto alle fortificazioni. Morì poi a Cordoba il 13 febbraio 1862 e la sua famiglia rimase in Argentina.

I papalini, dopo aver presentato lo scontro delle Grotte come una grande vittoria, spostarono uomini dalle guarnigioni di Orte, Narni, Terni, Spoleto, Foligno e Todi per mandare una colonna di 4000 uomini ad Orvieto e poi ad Acquapendente per cui, se Garibaldi fosse sbarcato a Montalto, avrebbe effettivamente trovata libera la via da Viterbo e Terni.

Quando, nel novembre 1860, vengono distribuite le medaglie ai Mille, quelli di Talamone vengono dimenticati (benché Pittaluga ne avesse mandato l'elenco) ma successivamente i loro diritti vengono riconosciuti e vengono decorati anche loro.
Negli elenchi del ministero c'erano però solo 54 nomi e mancavano Francesco Poli, Ciro Bianchi, Giuseppe Montali, Francesco Lodigiani, Angelo Pagani, Francesco Comolini e Nicola Pesoli ma poi furono riconosciuti anch'essi ed ebbero la pensione.

Il problema dei riconoscimenti non era però ancora sistemato, infatti la legge 26 gennaio 1879 n. 4708 serie 2a concedeva ai 61 di Talamone la pensione già concessa ai Mille nel 1865 ma non parlava di quelli partiti con la tartana Adelina addirittura prima di Garibaldi.
Allora la legge 28 giugno 1885 n. 3182 serie 3a aggiunse quelli che erano partiti da Livorno sulla tartana Adelina e che avevano raggiunto posteriormente Garibaldi in Sicilia, ma questa dizione escludeva quelli che, partiti sull'Adelina, parteciparono poi alla campagna nei volontari, nell'esercito e nell'armata e la cosa fu infine sistemata dalla legge 16 agosto 1893 n. 453.

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[1] - Giuseppe Cesare Abba - Da Quarto al Volturno - Noterelle di uno dei Mille - Edizioni Zanichelli - Bologna 1890.   <<

[2] - Giuseppe Cesare Abba - Storia dei Mille - Bemporad & figlio - 1926.   <<

[3] - Indro Montanelli e Marco Nozza - Garibaldi - Editore Rizzoli - Milano 1962.   <<

[4] - Luigi Fossati - Mille berretti rossi - allegato al settimanale Visto - Aldo Palazzi Editore - Milano, 1960.   <<

[5] - Gen. Giovanni Pittaluga - La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860 - Casa Editrice Italiana - Roma, 1904.   <<

[6] - Giuliano Oliva - Quel maledetto Zambianchi - Edizioni Di Mauro - Cava dei Tirreni, 1981.   <<


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