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Pubblico qui la storia della Spedizione Sacchi (chiamata anche la quarta spedizione) raccontata dal suo principale protagonista e cioè Gaetano Sacchi stesso.
Questa relazione è stata pubblicata nel 1913 sul Bollettino della Società pavese di Storia Patria [1].
La Spedizione Sacchi è composta da più di duemila volontari su due navi. Arriva a Palermo quando la battaglia di Milazzo è già conclusa.
I volontari sono organizzati in quella che viene chiamata la Brigata Sacchi. Sono impegnati negli sforzi per attraversare lo stretto e sono poi quasi sempre all'avanguardia nell'avanzata in Calabria.
La Brigata Sacchi è tra i pochi reparti che percorrono a piedi tutta la Calabria arrivando sino a Sapri. E' impegnata negli scontri avvenuti prima e dopo il fallito tentativo di occupare Caiazzo. Durante la battaglia del Volturno viene schierata a guardia di posizioni importanti e non ha molta parte attiva nei combattimenti. E' poi impegnata nell'assedio a Capua ed assiste alla resa dei borbonici.
Gaetano Sacchi nasce a Pavia nel 1824. Nel 1842, a causa di problemi familiari, smette gli studi e trova lavoro nella marina mercantile. L'anno seguente a Montevideo entra nella Legione Italiana comandata da Anzani e Garibaldi dove raggiunge il grado di capitano. Viene ferito nei combattimenti di Sant'Antonio.
Nel 1848 torna in Italia con Garibaldi. Combatte per la Repubblica Romana col grado di Colonnello e comanda la Legione Italiana.
Nel 1859 diventa Maggiore dei Cacciatori delle Alpi e poi comanda il 46° reggimento di linea.
Nel 1860, come lui stesso racconta, non è dei Mille su richiesta di Garibaldi che non vuole che vi siano diserzioni dall'esercito sardo. Comanda poi quella che viene chiamata la quarta spedizione garibaldina.
Dopo la fine della spedizione di Garibaldi rimane nell'esercito. Muore nel 1886.
Compagno d'armi del Generale Garibaldi sino dal 1843 in Montevideo (America meridionale) ove con lui divisi pericoli, fatiche e glorie, sicuramente gli sarei stato compagno nella spedizione di Sicilia se altri doveri non mi avessero tenuto vincolato a segno che lo stesso Garibaldi mi imponeva di rimanere al mio posto di Comandante del Reggimento di Linea 46° in una con i miei compagni che pur anelavano far parte di quella spedizione.
Ogni desiderio di Garibaldi è legge per me e per i suoi commilitoni. Compresi del dovere di cooperare per quanto fosse in noi con qualunque sacrificio al benessere della Patria, sacrificammo a questa le nostre aspirazioni rimanendo al nostro posto. Parlo di me, di Chiassi, Pellegrini, Winkler, Lombardi, Grioli, Isnardi e tanti altri che con me si trovavano vincolati nel 46° di Linea; con tutta la coscienza lavorammo a mantener salda la disciplina ed impedire le diserzioni, attendendo pazienti il giorno in cui senza tema di promuovere lo scioglimento del Reggimento potessimo accorrere pur noi a dividere i pericoli e la gloria dei nostri compagni nell'Italia meridionale e contribuire alla unità della Patria, meta dei nostri desideri, delle nostre aspirazioni.
Meno pochi, tutti i soldati del 46° Reggimento si persuasero della necessità di rimanere al loro posto e, sebbene a malincuore si abituarono anche all' idea di lasciar libero il loro capo ed una parte degli ufficiali per rappresentarli nell'opera di redenzione, a cui pel momento era ad essi vietato di prender parte senza pregiudizio di interessi generali.
Ricordando il 46° Reggimento l'animo mio si commuove; era una nobile riunione di giovani animati dai più generosi sentimenti di patriottismo, di abnegazione, di virtù civili e militari; la più parte delle Province venete, vincolati al servizio per 18 mesi!
Garibaldi partendo, dietro mia richiesta, indirizzava alla gioventù italiana dell'esercito le seguenti parole:
Soldati italiani!
Per alcuni secoli la discordia e l'indisciplina furono sorgenti di grandi sciagure al nostro paese, oggi è mirabile la concordia che anima le popolazioni tutte dalla Sicilia all'Alpi - però di disciplina la Nazione difetta ancora - e su di voi, che si mirabile esempio ne deste e di valore, essa conta per riordinarsi e compatta presentarsi al cospetto di chi vuol manometterla.
Non vi sbandate dunque giovani! Sovvenitevi che anche nel settentrione abbiamo nemici e fratelli schiavi - e che le popolazioni del mezzogiorno, sbarazzate dai mercenarii del Papa e del Borbone - abbisogneranno dell'ordinato, marziale vostro insegnamento per presentarsi a maggiori conflitti.
Io raccomando dunque, in nome della Patria riconoscente, alla gioventù che fregia le file del prode Esercito, di non abbandonarle ma di stringersi di più ai loro valorosi ufficiali ed a quel Vittorio, la di cui bravura può essere rallentata un momento da pusillanimi consiglieri, ma che non tarderà molto a condurvi tutti a definitiva vittoria!
G. GARIBALDI
Questo indirizzo più che tutto giovò a persuadere i soldati ed io potei senza tema di disordini nel Reggimento chiedere la dimissione dal servizio con altri ufficiali e riunire in Genova 2 mila e più uomini che forniti di tutto il necessario sì d'armi che di vestiario ed altro occorrente dal Bertani, s'imbarcarono a bordo del piroscafo il Torino, la sera del 19 luglio.
Lasciavo in Genova l'attivo ed energico Pellegrini, pure Capitano dimissionario del 46°, per attendere all'imbarco d'altra gente appartenente alla spedizione.
Arrivo a Palermo il 22, organizzo subito una Brigata di quattro Battaglioni, l'addestro nelle manovre coadiuvato dai miei bravi compagni del 46°. Non parto subito per raggiungere Garibaldi perché mi mancano le armi caricate su l'altro bastimento non ancor giunto. Il primo battaglione è comandato da Winkler, il secondo da Isnardi, il terzo da Chiassi, il quarto da Pellegrini; per capo di Stato Maggiore il Capitano Amos Occari. Il quadro degli ufficiali è approvato del Ministro della Guerra Colonnello Longo.
Arriva Pellegrini il 26 con 400 uomini circa e prende il comando del suo battaglione.
La notte del 29-30 luglio, parto per Messina con cinque sole Compagnie per mancanza di trasporti; lascio il Maggiore Pellegrini in Palermo con l'ordine dì raggiungermi al più presto. Sbarco al porto di Messina ove mi è dato stringere la mano a Garibaldi a cui presento la mia truppa.
Son veramente grato al Generale Garibaldi per la deferenza usata in quella circostanza al suo vecchio compagno d'armi. Egli mi comunica che la mia Brigata era richiesta da Medici, da Türr, da Cosenz, ma che aveva stabilito di lasciarla al mio comando diretto e dipendente dal quartier generale.
Accantono la mia truppa al Faro Superiore, paese di montagna salubre ed abitato da gente cordiale.
Il 7 agosto arriva Pellegrini col rimanente della Brigata meno il Maggiore Chiassi che dal Pro Dittatore De Pretis fu mandato con due Compagnie a Monreale per ristabilirvi l'ordine turbato da alcuni briganti e reazionarii. Ebbe il Chiassi in quella circostanza altra occasione per distinguersi per l'intelligenza, l'attività e l'energia con cui disimpegnò la sua missione.
L'otto agosto Garibaldi mi comunica l'intenzione sua di far passare nella stessa notte una mano di soldati in Calabria onde sorprendere il forte Cavallo la di cui possessione avrebbe agevolato il passaggio delle nostre forze, impedendo e molestando la crociera dei bastimenti da guerra borbonici.
Colsi l'occasione per chiedergli che soldati della mia Brigata facessero parte di quella spedizione: i miei soldati anelavano di trovar l'occasione di poter distinguersi al pari dei loro compagni che li precedettero in Sicilia ed io non la lasciavo sfuggire. Una compagnia di cento e più uomini scelti fra i migliori di tutte le Compagnie fu destinata a quell'arrischiata impresa. Il Capitano Racchetti fu preposto al comando; gli ufficiali Corti e Perelli a coadiuvarlo; tutti tre giovani distintissimi e superiori ad ogni elogio.
L'esito e relazione di tale impresa veggasi nel Rapporto del Capitano Racchetti [2] solo aggiungerò che la Compagnia, mirabilmente condotta dal suo Capo meritò gli encomi dei superiori e contribuì in massima parte a ravvivare lo spirito degli insorti calabresi con opportune avvisaglie contro il nemico di gran lunga superiore di forze: a mantenere e a far nascere la fiducia nelle popolazioni e a preparare insomma la via ai grandi avvenimenti che si maturavano, coadiuvando poi opportunamente il Generale Garibaldi nella presa di Reggio il giorno 21 agosto dopo di aver superato fatiche, privazioni e pericoli d'ogni sorta; non fu opera facile il mantenere per più giorni quel nucleo sulle montagne ed operar poscia la congiunzione con Garibaldi; ma la costanza di quei pochi, l'intelligente direttiva e l'ardire dei capi, ebbero il loro compenso nel felicissimo risultato.
La Brigata venne suddivisa in due Reggimenti: ebbe il comando del primo il Maggiore Winkler, promosso Tenente Colonnello; ufficiale distinto sotto ogni rapporto, di nazionalità ungherese; lasciò la bandiera austriaca nel 1848 a Venezia per arruolarsi sotto quella della libertà d'Italia; ebbe il comando del secondo il Tenente Colonnello Pellegrini; continuò nelle funzioni di Capitano di Stato Maggiore il Capitano Occari, promosso a Maggiore.
Colgo ogni occasione per esercitare la Brigata accantonata al Faro Superiore ed a Ganzirri. Il 12 agosto il Dittatore si assenta dal Faro improvvisamente; egli assisteva e dirigeva giornalmente i lavori di difesa di quella spiaggia ed i preparativi pel passaggio dello stretto. Ogni giorno si tenta con infelice successo il passaggio di quello con alcune forze; finalmente al Generale Cosenz, in sull'alba del 16 agosto riesce a gettarsi sul continente, proprio sotto il forte Scilla, con circa mille uomini.
Lo stesso giorno ricevo ordine dal Generale Sirtori di portarmi con la Brigata a Spadafora e colà attendere i mezzi di trasporto; non mi viene comunicato il piano di sbarco: suppongo sia pel golfo di Salerno o Capri. Fò partire nella stessa notte, il 1° Reggimento; ma nella giornata del 17 ricevo ordine di sospendere la marcia del rimanente della Brigata. Il 1° Reggimento ha fatto una marcia disastrosa per giungere a Spadafora da dove fa ritorno. Garibaldi andò a Castellamare per portar via una fregata al Borbone, ma fallì il colpo.
Il giorno 19 Garibaldi sbarca a Melito con circa 3000 uomini; il 21 attacca e s'impadronisce di Reggio; qui pure la Brigata è rappresentata dalla Compagnia Racchetti e dalle due Compagnie comandate dal Maggiore Chiassi, che ebbe la fortuna, mentre si portava a raggiungere la Brigata da Monreale, ove era rimasto distaccato, di unirsi al Generale e partecipare a quella gloriosa azione in cui ebbe una buona parte di gloria, meritandosi gli encomi del Dittatore, che incaricava il Generale Bixio di esternare al Maggiore Chiassi la sua soddisfazione pel brillante valore spiegato da lui e dai suoi soldati e per l'intelligenza. con cui diresse le varie fazioni che gli vennero affidate. Veggasi la relazione del Maggiore Chiassi [3] per tutto quanto riguarda quel distaccamento da Monreale in Sicilia sino alla sua congiunzione con la Brigata in Lagonegro il giorno 8 settembre.
Lo stesso giorno ricevo ordine da Sirtori di concentrare tutta la Brigata a Torre del Faro e d'imbarcarla su due legni a vapore all'uopo destinati. Si esegue l'imbarco, ma tanto lentamente per mancanza d'imbarcazioni che vi si impiega tutta la notte.
D'ordine superiore è sospesa la partenza, e verso le ore 10 antimeridiane si mettono a terra le truppe. La fregata borbonica Fulminante per molestare il nostro sbarco ingaggia un breve combattimento con le nostre batterie non ancora perfettamente ultimate. Rimane ferito il soldato del 2° Reggimento Mistrangeli Federico al quale viene amputata la gamba destra. Alla sera il 1° Reggimento accampa nelle campagne circonvicine alla Torre del Faro; il 2° ritorna agli alloggiamenti in Ganzirri.
Ricevo altro ordine di partenza da Sirtori; si riesce ad imbarcar sollecitamente mercè ponti volanti gettati dalla spiaggia sui legni. Sul Franklin e sull'Washington m'imbarco col 1° Reggimento e lo Stato Maggiore; sull'Aberdeen s'imbarcava il 2° Reggimento, un Battaglione bersaglieri della Divisione Cosenz ed una Compagnia d'artiglieria. Senza ostacolo sbarco il 1° Reggimento a Villa S. Giovanni verso la mezzanotte; alle tre del mattino stringo la mano a Garibaldi e a Bixio e ricevo ordine di tenermi pronto alla partenza; il 2° Reggimento mi raggiunge opportunamente nel mattino. Verso le 8 antimeridiane s'intraprende la marcia verso Forte Cavallo.
Con il Generale Garibaldi, ed il 1° Reggimento prendiamo la via dei monti per girare il forte. Il 2° Reggimento marcia sulla strada postale Il forte inalbera bandiera bianca e dietro intimazione si rende a discrezione. Si continua la marcia verso il forte Scilla ove si fa il rancio; qui la Brigata si riunisce. Verso sera si parte e si giunge alle ore 11 pom. a Bagnara ove si accampa. La Brigata dalla Villa S. Giovanni forma l'avanguardia dell'esercito mantenendola sino a Napoli.
Alle ore 4 ant. (25 agosto) si parte alla volta di Palmi; giunti a mezza strada si fa alt e si dispone per il rancio; ma un pressante ordine di Garibaldi ci fa proseguire la marcia sino a Palmi, ove si arriva alle tre pom. e si bivacca fuori città. Alle ore 4 ant. si prosegue sino a Rosarno; sono sette ore di continua marcia; alle sette e mezza pom. si riparte e dopo una marcia di circa due ore ci accampiamo nel bosco di Ponopoli. Alla Brigata va unito un battaglione della Divisione Cosenz e gli insorti Calabresi il di cui numero varia dai mille ai duemila.
Alle quattro antimeridiane (27 agosto) si prosegue per Mileto; attraversato il paese ci accampiamo sul posto ove due giorni prima i Borbonici uccidevano il Generale Briganti; giace ancora in questo campo il cavallo del Generale trapassato da una quantità di palle. Si riprende la marcia alle ore cinque pom. per Monteleone ove si arriva alle 9 pom. La Brigata bivacca fuori città.
Si parte per il Pizzo alle 4 antimeridiane (28 ag.). Giunge notizia che bande d'insorti si battono coi Borboni. Si marcia avanti sino al fiume Angitola. Garibaldi coi Calabresi e suo seguito ci precede; si fa alt al ponte e si dispone per il rancio; verso 16 quattro pom. viene ordine di partenza immediata, si marcia avanti. Verso le 9 pom. si arriva ai piedi del monte sulla cui vetta sta Chirinea; si fa il rancio che non si era potuto mangiar prima e si riesce a consumarlo alla mezzanotte.
Alle 4 ant. (29 agosto) si prosegue la marcia sino alle 11; si fa alt alla stazione della Porta [sic, forse era della Posta] e si dispone per il rancio; si presentano molti insorti Calabresi; è sublime lo spettacolo che ci offrono; bellissima gioventù tutta; armati sino ai denti e vestiti secondo i costumi dei loro paesi; la gioia e l'ardire è dipinto su quei visi abbronzati!
Verso le 4 pom. ordine pressante di partenza; si abbandona di nuovo il rancio e si marcia verso Tiriolo ove si giunge arrampicando per tre ore verso le 9 pom. Si bivacca sulla strada fuori del paese e si distribuisce pane e formaggio. Scopo del Dittatore era di raggiungere con marcie [sic] forzate il corpo nemico del Generale Ghio, che ci precedeva ormai di poco.
Veramente chi guarda a Tiriolo non sa comprendere come mai il Generale Ghio non avesse prescelta quella posizione per combattere; essa offre tutti i vantaggi ad un grosso corpo come ad una piccola colonna che si accingesse a contrastare quel passo; sacrificando una parte minima delle sue forze in quello stretto poteva salvare il rimanente! Ma la stella d'Italia era con noi!
Alle 4 si parte (30 agosto) Garibaldi percorre le file dei miei soldati estenuati dalle fatiche e li rianima con la speranza di raggiungere il nemico, "con quattro salti ancora" (sono le sue parole). La sua voce, come sempre, opera miracoli; si continua la marcia sotto un sole ardente, senza acqua lungo la strada e con uno strato di polvere finissima che estenua affatto i soldati. Ciò nonostante si continua la marcia coi più arditi e verso le 2 pom. si arriva finalmente a raggiungere il nemico sotto Soveria. Un grido di gioia s'innalza dal miei soldati che ormai stanno per raggiungere il frutto delle lunghe e penose marcie e delle privazioni d'ogni sorta; molti mancano all'appello, ma pure a poco a poco raggiungono il corpo spinti dalla tema di non essere coi loro compagni nell'ora del combattimento; ognuno si sforza di raggiungere la propria bandiera abbenché coi piedi letteralmente piagati per le lunghe marcie e perché senza uose la finissima polvere di quelle strade era perniciosissima ai piedi; poco tempo non uno mancava all'appello.
I Borbonici in Soveria sono in numero di circa diecimila con due batterie e cavalleria; la nostra forza al primo avvistarli arriva appena ai duemila e cinquecento e poco più si aumenta dopo: gli altri Corpi del nostro esercito sono ancora a due giorni da noi. Garibaldi si stacca coi calabresi e gira la posizione dei Borbonici pei monti; il battaglione della Divisione Cosenz comandato dal Tenente Colonnello Albuzzi corona le alture di destra, io quelle di sinistra ed il centro in modo che i Borbonici si trovano da ogni banda chiusi non avendo avuto la preveggenza di occupare le alture. Tutto è pronto per il combattimento non si attende che l'ordine di attacco; i generali Türr e Cosenz sono con noi.
I Borbonìci, che stanchi e demoralizzati dalle lunghe marcie e dalle privazioni non si peritarono d'incontrarci prima, visto occupate le alture davanti Soveria, visto Garibaldi scendere a tergo alla testa degl'insorti Calabresi, visto inevitabile il combattimento e perduta la ritirata si resero a discrezione; anzi i soldati impazienti gettarono le armi a terra senza attendere il risultato delle trattative che i loro capi tentarono iniziare.
Ad effettuare il disarmo onde non far conoscere la pochezza delle nostre forze pensò Garibaldi eseguirlo coi Calabresi facendo poi sortire le colonne disarmate e dirigendole verso noi che stavamo sempre in posizione; un solo Battaglione del 1° Reggimento occupò il paese e le vicinanze per mantenere l'ordine ed impedire che si trafugassero armi e cavalli. Gli ufficiali ebbero conservate le loro armi, cavalli e bagagli; tutti ebbero un sussidio ed a tutti fu data facoltà di prendere servizio o ritirarsi alle proprie case. Si bivacca nelle posizioni occupate. Dovendo combattere contro Italiani veramente non deploro di non avere combattuto in quell'occasione: ma pure in quei momenti il combattimento era ardentemente desiderato; la resa a discrezione del nemico ci lasciò delusi e amareggiati ... così è la natura umana!
La Brigata perdeva l'occasione di un brillante combattimento in cui tutto presagiva la vittoria ad onta del preponderante numero del nemico!
Si partì alle ore 4 antimeridiane (31 agosto) per Rogliano; dopo dieci miglia si fa sosta a Corpenzano; alle tre pom. si riprende la marcia; la truppa prende una scorciatoia per Marzi indicata dagli abitanti; i cavalli prendono la strada postale. Avevo fatto precedere i viveri al ponte di Marzi ove si prepara il rancio. La colonna invece vien portata dalle guide direttamente in Rogliano per sentieri dirupati. La maggior parte dei soldati affranti dalla disastrosa marcia resta in Rogliano, pochi scendono in Marzi per il rancio.
Alle tre ant. (1 settembre) del mattino riunisco tutta la Brigata a Rogliano e la fo' accampare fuori paese. Un consiglio di guerra fa condannare alla fucilazione il Caporale tromba Canepa Luigi, confesso e convinto di furto di diciotto ducati e maltrattamenti a carico di una povera vecchia del paese; la sentenza viene eseguita pochi momenti prima della partenza da Rogliano alla presenza di tutta la Brigata schierata in battaglia sulla strada. Dolorosa necessità ma pure salutare esempio ai tristi! Nella Brigata non uscì una voce chiedente grazia! malgrado che i soldati ricordassero altra occasione in cui le loro istanze valsero la grazia ad un altro individuo convinto di furto. Si parte alle 4 pom. e si arriva a Cosenza alle 10 pom.
Si resta in Cosenza per dare riposo ai soldati (2 sett.) e provvedere scarpe ed altro indispensabile. Tutti ricordiamo e visitiamo devoti il luogo ove i fratelli Bandiera suggellarono col loro sangue la fede negli avvenimenti di cui noi eravamo allora più fortunati attori. La città di Cosenza, eminentemente italiana, nulla tralasciò per festeggiare il nostro arrivo; la gioventù era tutta armata, e qui dirò di volo che le Calabrie tutte sin dai più umili tugurii presentavano un aspetto imponente, e sublime di concordia; l'insurrezione era generale, e credo di non errare affermando che se Garibaldi avesse voluto avrebbe potuto trascinare dietro di sé sino a Napoli pressoché tutta la nazione maschile armata.
Alle 2 ant. si parte per Tarsia (3 settembre) a dodici miglia circa da Cosenza; a Taverna Nuova i soldati mangiano il rancio che preventivamente colà avevo fatto preparare; si riprende la marcia alle ore quattro pom. e si arriva a Tarsia alle dieci e mezza pom. dopo aver percorso 22 miglia di strada senz'acqua, senza abitazioni, su di un terreno coperto da una strato di finissima polvere rossa che penetra nei pori della pelle e si rende molestissima; per fortuna che preventivamente avevo fatto munire le borracce dei soldati di acqua e aceto.
A Tarsia si accampa in un boschetto di uliveti e la popolazione tutta va a gara per sollevare i nostri soldati; le donne portano tinozze d'acqua nell'accampamento; il paese è povero, ma grande di ospitalità e tutto viene cordialmente offerto.
Per ristorare i soldati non fo' riprendere la marcia che alle cinque pom. per Camerata passando per Spezzano Albanese; si accampa davanti all' unica casa che serve a cambio della Posta. (4 settembre).
Alle ore due ant. (5 sett.) distribuzione di pane e formaggio; alle 4 ant. partenza per Castrovillari ove si fa il rancio. Alle cinque pom. si parte per Morano ove si giunge alle 8 ed attraversato il paese tutto illuminato ci si accampa ad un miglio in un boschetto ove trovasi una fontana d'acqua eccellente; tutte le colline all'intorno risplendevano di fuochi.
Alle due ant. (6 sett.) partenza per Campo Tenese, da cui si continua la marcia dopo breve sosta perché l'acqua è cattivissima. Alle 9 ant. si arriva alla Rotonda e ci si accampa fuori paese essendo questi ingombro d'insorti Calabresi che partono poche ore dopo il nostro arrivo. Il Dittatore col suo Stato Maggiore ci precede sempre.
Alle 4 ant. (7 sett.) si parte per Castelluccio; si passa a spalle d'uomini il fiume Mercuro; alle ore otto ant. si arriva al paese e ci si accampa in un boschetto in vicinanza di un convento. Alle 5 ant. si parte per Lauria ove si arriva alle otto e mezza pom. per una scoscesa e lunga discesa; la truppa viene ricoverata nelle case e chiese imperversando un forte temporale.
In Lauria si viene a sapere l'entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il Generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di recarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere mezzi di trasporto di mare per Napoli.
Alle quattro e mezzo pom. si parte da Lauria per Lagonegro; un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori di conseguenza, cioè strade rotte, pozzanghere da per tutto, alberi svelti e gettati sulla colonna etc.
Si giunge a Lagonegro alle 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s'imbarcava al Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando da lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L'aiuto suo e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi, avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti ed inzuppati, come realmente lo erano.
Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino la partenza per terra sino a Napoli di un convoglio di muli, cavalli e carri.
Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia che riesce molta faticosa e dopo sette ore di marcia ci si accampa in un bosco fuori paese e si fa il rancio con carne salata. Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s'impiega nell' imbarcare la truppa; per insufficienza di mezzi resta in terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie.
Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver date le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d'Angri.
Alle tre ant. (12 Sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata al Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.
Si stabilisce il servizio di caserma, ma alle quattro pom. (13 sett.) viene l'ordine di partenza per Caserta; alle cinque parto col 1° Reggimento e trovo Garibaldi alla stazione proveniente da S. Maria di Capua ove, con la Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, aveva disposto gli avamposti verso Capua. La Brigata Milbitz si era imbarcata al Pizzo; le uniche forze che arrivarono a Sapri furono la mia Brigata, il Battaglione Albuzzi della Divisione Cosenz e la Brigata Assanti. Ricevo altre istruzioni per il collocamento di altri avamposti e verso le ore undici pom. accampo con la Brigata sul gran piazzale davanti al Palazzo Reale. Il Tenente Colonnello Winkler secondo le istruzioni avute lo mando a S. Leucio con un Battaglione.
Alle tre ant. (14 sett.) sveglia. Il Maggiore Isnardi va con il suo Battaglione a Casa Nuova. Alla sera dò avviso di star pronti e faccio la distribuzione delle cartuccie; ci si accampa al Quartiere d'Oriente.
Dal Ministro della Guerra Cosenz riceve l'ordine di far muovere subito per Pietrarsa due compagnie per ragioni d'ordine pubblico. Queste rimangono per alcuni giorni a disposizione del Colonnello Corsi.
Alle 4 ant. (15 sett.) il 2° Reggimento parte per appoggiare un ricognizione del Maggiore Isnardi verso S. Prisco. Ritorna a Caserta senza novità. Alle dieci pom. un falso allarme ci fa accorrere verso S. Maria; si rientra a Caserta senza nulla di nuovo.
Come di costume si prendono le armi alla sveglia (16 sett.) durante le ricognizioni agli avamposti. Alle ore nove ant. arriva il Dittatore ed il Generate Türr; con un Battaglione corro ad appoggiare Winkler a S. Leucio che è attaccato; dopo breve scaramuccia senza perdite, il nemico si ritira.
Garibaldi ordina la formazione di diverse colonne mobili da gettare al di là del Volturno per molestare il nemico, riconoscerne le forze, fare insorgere le popolazioni, armarle etc.; una di queste colonne è comandata dal Maggiore Ungherese Czudafy proposto dal Generale Türr; cento scelti uomini della mia Brigata comandati dal Capitano Racchetti ed ufficiali Curti e Perelli, gli stessi in gran parte della spedizione in Calabria, fanno parte di quel Distaccamento; il Capitano Racchetti in quell'occasione in una coi suoi soldati raccolse nuovi allori e fu l'anima della spedizione.
Nessuna novità importante (17 sett.); il Dittatore è partito per la Sicilia.
Uno dei distaccamenti mandato al di là del Volturno (18 sett.) era comandato dal Maggiore Cattabene, comandante un Battaglione di Bersaglieri bolognesi. Il Cattabene aveva avuto ordine, parmi, di tentare un colpo di mano su Caiazzo, che si sapeva sguernito di truppe.
Ad appoggiare l'operazione del Cattabene (17 sett.) e per conoscere le forze nemiche fino allora poco note, ordina il Generale Türr una ampia ricognizione sul Volturno verso Capua.
Alla Brigata è affidata la ricognizione dalla Scafa Formicola a quella di Caiazzo; nella sera del 18 parte il 2° Reggimento per S. Leucio onde riconoscere le posizioni; le istruzioni che io ebbi dal Generale Türr e che trasmisi al Tenente Colonnello Pellegrini, Comandante il 2° Reggimento, erano: "Per le ore 6 del mattino del giorno 19 fare occupare dal Battaglione Ferraccini il terreno davanti la Scafa di Caiazzo; occupare con un Battaglione del 2° Reggimento il terreno innanzi la Scafa di Formicola; lasciare due Compagnie al Bivio delle due strade sino all'arrivo del 1° Reggimento e le altre due tenerle nel bosco di S. Vito.
Scopo di tale spiegamento era conoscere le forze nemiche e tenerle occupate per dar agio al Maggiore Cattabene di attaccare Caiazzo.
La Brigata Eber della Divisione Türr partendo da S. Maria doveva operare la sua congiunzione con le forze della mia Brigata alla Scafa di Formicola, ove di contro il nemico aveva occupata una cascina sulla sponda sinistra del Volturno con circa due Compagnie. Il fatto però nella sera del 18 non fu bene constatato dal Maggiore Ferraccini che ne faceva la ricognizione. Trascrivo il rapporto del Tenente Colonnello Pellegrini sul fatto d'armi del 19.
Al Colonnello Brigadiere Sacchi.
Come da ordini ricevuti alle 4 ant. mossi silenziosamente dal Casino regio di S. Leucio, verso il Volturno, ritirando i varii posti messi la sera. Giunto alla biforcazione d'una strada (quella a destra va alla Scafa di Caiazzo, quella a sinistra verso quella di Formicola) feci occupare l'entrata del Parco ed un casino di contro a questo, poco lontano dal fiume. Ordinai al Maggiore Ferracini di prendere la strada a destra e portarsi alla Scafa di Caiazzo; mi diressi a sinistra verso quella di Formicola con tutto il Reggimento, meno un pelottone lasciato a guardia dell'entrata del Parco ed una mezza Compagnia al bivio; spedii la nona compagnia al Casino che dubitavasi occupato dal nemico con ordine di rilevare un piccolo posto intermedio del Battaglione Ferracini.
Fatti pochi passi la detta Compagnia venne ricevuta da forti fucilate dal nemico che effettivamente occupava il Casino. A questo punto arrivò al bivio V. S. col primo Reggimento, due cannoni, parte dei Carabinieri genovesi ed il Generale Türr. Feci quindi raggiungere la Colonna alla mezza Compagnia lasciata al bivio suddetto. La 9
Trovandomi col resto della Colonna sulla strada, che era scoperta, come V.S. mi ordinò feci discendere in un burrone che taglia per lungo tratto i campi e passa sotto la strada l'11
Giunto all'altura vidi la 9
I Regi abbandonarono la casa battendo in ritirata verso Capua.
Per la sinuosità del terreno e del fiume e per essere la mia sinistra perfettamente scoperta poterono sotto la protezione della loro artiglieria restare al sicuro senza rivalicare il fiume e tormentarci quasi di fianco. Occupata la casa con la 14
Dopo due ore di fuoco dovetti sostituire la catena della 9
La Colonna nemica tenuta occupata davanti la mia fronte la posso valutare a circa tre Reggimenti ed alquanta cavalleria, che stette quasi sempre in gran lontananza formata in battaglia.
Durante l'azione Ufficiali e soldati fecero il loro dovere. Si distinsero maggiormente per coraggio ed intelligenza nel dirigere le Compagnie il Maggiore Grioli ed Occari ed i Capitani Stagni Gaetano della 15
Tenente Colonnello
PELLEGRINI GIOVANNI
La Brigata Eber doveva congiungersi alle mie forze alla Scafa di Formicola; per circostanza che ignoro non arrivò; le due Compagnie borboniche che ebbero così salva la ritirata senza rivalicare il fiume, danneggiarono in tal modo i nostri di fianco, mentre inevitabilmente sarebbero rimaste prigioniere se la Brigata Eber fosse giunta al punto determinato. Scopo della dimostrazione, come si disse, era di riconoscere le forze nemiche e deviare l'attenzione da Caiazzo per dare agio al Maggiore Cattabene di occuparlo; lo slancio delle nostre truppe fu improvvido e sprecato contro ostacoli per allora insormontabili quali erano il Volturno e le mura di Capua. Per quanto io abbia fatto per arrestare la temeraria impetuosità dei soldati, non riuscii che in parte, poiché molti si gettarono imprudentemente alla riva del fiume e di lì, poco coperti, obbligarono le catene nemiche della riva destra ad allontanarsi; ma pur troppo costò cara la loro temerarietà giacché ancor più scabrosa fu di poi la ritirata tanto più che quando questa si eseguì, d'ordine superiore, s'erano già ritirati i nostri due pezzi che da una piccola eminenza sulla strada avevano tenuto in soggezione l'artiglieria nemica ed a rispettosa distanza le catene dei cacciatori; ma al cessare del fuoco della nostra artiglieria, avanzò quella del nemico e le catene, e quelli dei nostri che non furono pronti a ritirarsi dalla temeraria posizione ove un cieco valore li aveva spinti rimasero bersaglio ai colpi nemici e diversi ne furono vittime.
Arrivò il Dittatore col Generale Medici sul campo appunto quando era ultimata la ritirata e non rimanevano che i pochi compromessi sopra citati che andavano ritirandosi alla spicciolata ed a passo di corsa. Fu salutato dai nemici con una salva di granate e fucilate ben dirette, ma la sua stella lo salvava! Fu rattristato dal vedere inutilmente sparso il sangue di valorosi soldati da nemici imbaldanziti dietro ripari.
Sebbene l'intenzione del Generale Türr fosse di non impegnare serii combattimenti, pure lo slancio e la temerarietà di alcuni ufficiali e soldati fecero di quel giorno una giornata sanguinosa e tutta a profitto del morale del nemico. Dalla parte di S. Maria le nostre forze comandate dal Colonnello di Stato Maggiore Rüstow arrivarono sino alle mura di Capua ed ebbero di poi gravissime perdite. Il Rüstow nel suo libro dice che in quella giornata avrebbe preso Capua se ... ma non ho intenzione di confutare le sue idee: quello che è certo si è che fu una giornata disastrosa per noi e vantaggiosa pel nemico di cui ne rialzò il morale! Da noi sovrabbondò il valore ma fu sprecato!.
Il Rüstow nella sua narrazione [4] dice che la mia Brigata ebbe tra feriti e morti cinque o sei soldati; disgraziatamente le perdite di quel giorno furono molto maggiori; la Brigata ebbe 15 morti, 43 feriti e 24 prigionieri. Questi ultimi lo furono per imprevidenza del Tenente Sandri, che feci sottoporre al Consiglio di guerra al suo ritorno dalla prigionia.
Nella mattina dello stesso giorno il Maggiore Cattabene occupò Caiazzo: Non era nelle intenzioni di Garibaldi di occupare quella posizione, ma una volta occupata mandò rinforzi ed il giorno 21 ebbe luogo altro disastroso combattimento. Caiazzo tu attaccato da circa 10 mila uomini con artiglieria e difeso da Cattabene per ben sei ore con accanimento ed ardire degno di migliore esito. Il Maggiore Cattabene comandava un battaglione di bolognesi, appartenente alla Brigata comandata dal Colonnello Puppi, morto il 19 sotto Capua. Detto Battaglione sofferse enormi perdite ed il Maggiore Cattabene combatté eroicamente benché ferito in più parti del corpo. Egli infatti rifiutò di ritirarsi e quando, per le forze esauste dalla perdita del sangue, cadde prigioniero né poté più oltre difendersi, fece l'ammirazione degli stessi nemici, che lo trattarono come un eroe meritava. Il Dittatore allora affrettò le pratiche per la sua liberazione e lo nominò Colonnello, grado degnamente meritato!
La Brigata Puppi decimata dai due combattimenti del 19 e 21 venne aggregata alla mia Brigata e ne formai un terzo Reggimento dandone il comando al Tenente Colonnello Bossi di Pavia, già distinto Capitano nell'esercito regolare.
Nella giornata del 19, oltre ai citati nel rapporto del Tenente Colonnello Pellegrini si distinsero lo stesso Pellegrini, il Tenente Colonnello Chiassi ed in generale tutti gli ufficiali, sottufficiali e soldati che presero parte al combattimento, compreso il Corpo sanitario diretto dal medico divisionale Cav. Maurilio Marazzi, medici di Reggimento Cesare Bossi e Facci, medici di Battaglione Pietrasanta e Natali, i quali andarono a gara nel soccorrere i feriti e nel raccoglierli a pochi passi dal fiume, sotto vivissimo fuoco nemico.
Dopo questo giorno (dal 19 al 26 settembre) la Brigata alternativamente di 48 in 48 ore per Reggimento fece il servizio di avamposti dalla Scafa di Caiazzo fino quasi a quella di Formicola con distaccamenti a Grottole, Sant'Andrea e l'Annunziata. Fatti importanti non avvennero, qualche avvisaglia di avamposti e null'altro.
Dietro mia richiesta la Brigata passò a far parte in data 29 settembre della Divisione Türr e ciò per l'amicizia che mi legava allo stesso Generale e perché in sua assenza mi era devoluto il comando della Divisione.
La sera del 26 settembre il Maggiore Ferraccini ripiegava col suo Battaglione a S. Leucio dagli avamposti di S. Andrea e l'Annunziata. Il Maggiore Cattaneo e Bianchi della Brigata Eber abbandonarono Castel Morrone e Limatola, e nel ritirarsi verso Caserta avvisarono il Maggiore Ferraccini dell'avvicinarsi del nemico con imponenti forze. Ordinai allora al Maggiore Occari di portarsi con due Compagnie a riconoscere la verità del fatto e ne diedi avviso al Generale Medici che allora comandava in Caserta. Era stato un falso allarme; il Maggiore Occari prima che arrivassero le forze spedite da Caserta aveva già occupate con le sue Compagnie tutte le posizioni abbandonate fino a Limatola.
La sera del 30 riceveva avviso di stare in guardia perché sembrava che il nemico volesse nel giorno successivo attaccare le nostre posizioni. Difatti sorgeva l'alba del giorno 1 ottobre ed il nemico usciva da Capua ed iniziava su tutta la nostra linea quella battaglia che sarà sempre celebre negli annali della storia italiana sia pel valore con cui fu combattuta, come perché fu suggello alla unità della Patria. Lasciando ad altri la descrizione di quella battaglia mi limito ad unire a questa relazione il rapporto che trasmettevo al Comando generale da cui risulta la parte avuta dalla Brigata nei giorni 1, 2 ottobre, parte non brillante, ma che pure ebbe il suo lato di valore e di utilità.
Dopo questo rapporto ne trasmisi un altro accennante a fatti parziali con più o meno fortuna sostenuti dalle truppe della Brigata nella estesissima linea da essa occupata; non ne tenni copia, però nell'Ordine del giorno del Comando generale ne fu tenuto conto.
Il Maggiore Occari col suo Battaglione molto opportunamente arrivò di primo mattino sulla vetta del monte S. Angelo e contribuì a scacciarne i Regi. Le Compagnie distaccate a Grottole e a l'Annunziata con diversa fortuna combatterono e dopo la caduta di Castel Morrone e dei prodi che capitanati dal Bronzetti lo difesero (ore 11 ant.) raggruppati ad altre poche forze comandate dal Tenente Colonnello Bossi, contribuirono a trattenere la colonna nemica, la di cui missione era quella di congiungersi con quella di Von Meckel ai ponti della Valle, per tutta la giornata sulle circostanti colline del Parco di S. Leucio.
Von Meckel sostò dopo ì primi successi ai Ponti della Valle in attesa del rinforzo che doveva arrecargli l'inoltrarsi di quella colonna; Bixio trasse profitto della sosta per prendere l'offensiva e lo respinse in disordine; così le forze della mia Brigata sparpagliate su lunga linea a guardia di posizioni importanti, se non ebbero una parte brillante, contribuirono non di meno al felice risultato della battaglia.
Dopo questi fatti la Brigata continuò il servizio faticosissimo di avamposti sulla estesa linea; a questo servizio s'aggiunsero ricognizioni importanti e lontane, lavori in terra, frequenti allarmi etc.; ebbi la fortuna di veder sempre i miei soldati docili ed allegri per qualunque fatica, intrepidi e bravi per qualunque impresa disciplinati e sempre affezionati a me ed ai loro ufficiali che indefessamente di essi si occupavano!
Il giorno 9 ottobre il Generale Türr sentendo il bisogno di riposo per gli strapazzi della Campagna e per le ferite riapertesi mi lasciò il comando della Divisione che assunsi con ordine del Comando generale proseguendo a presiedere alla mia Brigata ed al Quartiere generale di S. Leucio.
Il Generale Garibaldi si portava spesso sulle nostre posizioni, scendendo da monte S. Agata, sua abituale dimora, durante l'assedio di Capua. Il giorno 20 ottobre venne accompagnato dai Generali Medici e Avezzana e volle percorrere l'intera linea rasentando il fiume per scegliere i punti acconci per piazzarvi delle batterie. Tutta la linea d'avamposti nemici fece un fuoco vivissimo sul Generale e seguito; si cercò, distrarre il nemico facendo impegnare il fuoco con un piccolo posto del 2° Reggimento e dopo reiterate preghiere si poté mettere il Generale al coperto dai colpi nemici. Nella notte s'incominciò il lavoro per erigere le batterie nei punti indicati, lavoro che si proseguì nelle notti successive disturbati dal nemico ma senza serii combattimenti.
Il 29 ottobre l'intera Brigata, rilevata nelle sue posizioni dalla Brigata Guardie dell'Esercito settentrionale, partì alla volta di S. Angelo, ove il 30 rilevava un Reggimento della Divisione Medici, comandato dal Maggiore Caravà nella linea d'approccio dalla destra dello stradone di S. Maria a Capua al Volturno. In queste posizioni furono respinte tre sortite del nemico inseguendolo sino alle abbattute del Piazzale.
Restò la Brigata in quella posizione fino a tutto il 1 novembre.
Il giorno 2 Capua si arrese; il 3 la guarnigione consegnò le armi; la Brigata si schierò davanti a Capua, perpendicolarmente alla Porta verso S. Maria e parallelamente alla Brigata del R. Esercito Settentrionale; in questo spazio gli ottomila Borbonici sortirono dalla piazza e vennero a formare i fasci proseguendo poi la marcia a S. Maria e indi, per ferrovia, a Napoli.
La Brigata, rimasta di guardia ai fasci, veniva sulla sera rilevata da un Reggimento della Divisione Medici e portavasi ai suoi vecchi alloggiamenti di S. Leucio e Vaccheria.
D'ordine del Generale Sirtori il 16 novembre io assumevo il comando delle truppe, che si trovavano accantonate nel circondario di Caserta, S. Leucio, Falciano, Casanova etc. e stabilivo il mio Quartiere generale a Caserta.
La mia Brigata rimase sino all'8 dicembre nei suoi accantonamenti ed in quel giorno essendo la maggior parte dei soldati congedati si sciolsero i Reggimenti, formando un deposito al quale vennero aggregati tutti gli ufficiali ed i pochi soldati rimasti.
Il 12 febbraio 1861 il Deposito partiva per Mondovì ove riunivasi agli altri depositi dei diversi corpi che costituivano la Divisione Türr.
LA Brigata che io ebbi l'onore di comandare non venne mai meno ai suoi doveri, non prese parte ai tumulti di Caserta e mi servì in più occasioni a ristabilire l'ordine.
Bari, 16 maggio 1875.
G. SACCHI.
[1] - Gaetano Sacchi - Relazione sui fatti d'arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861 - pubblicato in Bollettino della Società pavese di Storia Patria - Volume XIII - Mattei & C. Editori - Pavia, 1913.
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[2] - Questa relazione è stata pubblicata nel numero di luglio 1912 della Rivista d'Italia. Non ho ancora avuto occasione di leggerla.
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[3] - Anche questa relazione è stata pubblicata nel numero di luglio 1912 della Rivista d'Italia.
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[4] - Wilhelm Rüstow - La guerre italienne en 1860 - Geneve 1862 - pag. 358.
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