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Tre lettere dell'Ing. Biancardi


Premessa

L'Ingegnere Dionigi Biancardi di Lodi, che successivamente fu deputato nel Parlamento Nazionale per diverse legislature come rappresentante del Collegio di Lodi, seguì l'esercito garibaldino senza appartenere a nessun Corpo, ma prese parte a diversi combattimenti.

Tre sue lettere, inviate ad un amico, l'Ing. Alberto Rubbiati, durante la campagna garibaldina, sono state pubblicate nella rivista Archivio storico per la Città e Comuni del circondario di Lodi.

Queste lettere contengono molte notizie interessanti e ci permettono anche di avere qualche altra informazione sui volontari lodigiani che non è presente nel libro di Bortolo Vanazzi.
In particolare, dalla prima lettera, apprendiamo che i volontari lodigiani della seconda spedizione, partiti il 30 luglio, hanno viaggiato sul vapore Washington cioè lo stesso della Spedizione Cosenz sul quale i lodigiani della prima spedizione non poterono salire.

Nella terza lettera si racconta una strana vicenda accaduta ad un certo Mazzoleni di cui non c'è traccia nel libro di Bortolo Vanazzi dalla quale comunque sembrerebbe di capire che la terza spedizione di volontari lodigiani abbia viaggiato assieme a questo Mazzoleni su di un vascello inglese ma non è così.

Infatti dalla lettura di altri documenti [1] si apprende che Giuseppe Mazzoleni era repubblicano e che quando, verso la metà di agosto, il Comitato pei soccorsi in Sicilia interruppe il reclutamento dei giovani, iniziò a radunare giovani ma fu arrestato a Livorno ed i giovani riconsegnati alle famiglie.

Fu rilasciato (lui racconta di essere fuggito) ed arrestato di nuovo quando tornò a Lodi in novembre. Fu messo poi in libertà provvisoria a seguito di una campagna di stampa a suo favore fatta dal giornale repubblicano Il Proletario.

La prima lettera dell'Ing. Dionigi Biancardi [2]

Carissimo amico.

Palermo 4 Agosto 1860.

Eccomi giunto nella terra dei prodigi, indescrivibile è l'ammirazione che ha questo popolo per Garibaldi, l'odio per il Borbone, ed il desiderio di formare con noi una forte nazione presieduta dal Re galantuomo: fuori di questo egli sa nulla e si cura poco degli avvenimenti secondarii. Se Lafarina è stato mandato via da Garibaldi è segno che non era degno di stare in Sicilia, se Depretis è Prodittatore è certamente un bravo magistrato, viva Garibaldi e Santa Rosalia!... Era veramente questo il luogo opportuno per incominciare la rivoluzione che dovrà fare l'Italia degli Italiani mentre non si potrebbe desiderare elementi migliori.

Feci in tragitto da Genova a Palermo nei giorni 31 Luglio e 1 Agosto sul vapore Francese Provence che portava più di 600 volontari (i Lodigiani erano partiti poche ore prima sul Washington e giunsero pure qui felicemente); mirabile è il modo con cui si diportarono i detti volontari: sul vascello costretti a restare sul ponte stipati come acciughe, non proferivano un lamento, molti di loro erano travagliati dal mal di mare; il disordine prodotto dall'inesperienza dei capi lasciò molti degli stessi digiuni per un giorno intero: i loro animi predominati da nobile sentimento rendevasi sempre superiori a qualsiasi disagio. Ai primi posti trovavansi altri volontari di maggior fortuna pecuniaria, fra i quali trovo di accennare diversi uffiziali dell'armata Sarda, un Ingegnere Polacco, un Capitano Irlandese (protestante) che appartiene tuttora all'armata delle Indie e che viene a mettersi sotto gli ordini di Garibaldi, durante il suo permesso ottenuto per causa di malattia. Ai terzi posti trovavansi anche due signore ben vestite, le quali dicevano di voler curare i feriti, quantunque all'apparenza lo scopo del loro viaggio sembrasse essere quello di fare all'amore: il compassionevole capitano accordò loro una cabina ai secondi posti. Non voglio omettere di far cenno di un medico inglese, il quale portava grandi occhiali, corto di mente come di vista, si stupiva all'udire come dopo aver liberata la Sicilia dal dispotismo Borbonico si volesse portare l'armata rivoluzionaria negli stati del Papa. Fece il medesimo grandi sforzi onde persuaderci essere necessario il potere temporale del Papa al Cattolicesimo, quest'ultimo alla civiltà ... etc.

Palermo è divisa in quattro parti uguali da due belle contrade che si intersecano ad angolo retto, fuori di queste vie sonvi dei meschini viottoli che non si possono dominare coll'occhio per essere la visuale intercettata dalle biancherie appese alle corde che vengono tirate in tutte le direzioni da una casa all'altra. Le monache di Santa Caterina si affrettano a ricostruire il convento distrutto dalle bombe borboniche, non è così degli abitanti che sono vicini a Castellamare le cui case furono saccheggiate ed incendiate dalle soldatesche durante l'armistizio: essi abitano il pian terreno che racconciarono alla meglio e lasciano esposti alle piogge i piani superiori; essi mancano di denaro per ricostruire l'abbruciato tetto. I preti sono fanatici per l'indipendenza, stampano proclami, ed i più giovani indossano la blous rossa e vanno ad ingrossare le file di Garibaldi.

Si vendono molti giornali i cui redattori, non sapendo scrivere, si limitano a copiare articoli dai nostri giornali, che danno come loro produzione. Molti di questi articoli mi ricordo di averli letti al caffè Stabilini. A te sembrerà impossibile che la Redazione possa riuscire a copiare tutto dagli altri giornali essendo talvolta necessario di comporre almeno qualche avvertenza o invito agli associati: è in questa occasione che il redattore fa il massimo sforzo di cui è capace, perché il suo stile superi in eloquenza quello dei nostri giornalisti. Ecco un saggio delle loro produzione: Il giornale La Rivoluzione cambia di formato per adeguare al desiderio dei lettori Palermitani che ne vole spendere, tutte le die, due bajocchi alle novelle stampate. Ma benché al prezzo a bassato a un bajocco, il Giornale possa apperdere niente di sua qualità: a racchiuso il testo in tre colonne affine di fornire la più possibile aspira anche a ne più ricadere nelle scorrezioni che la sta∞peria (???) a fatto, come per passatempo nelle tre primi numeri. Presto sortirà un giornale redatto da Alessandro Dumas. Qui come ben mi immaginava siamo al buio degli avvenimenti che succedono poco lontano da noi, per cui è inutile che accenni a quelle poche novelle che conosciamo; mi limito quindi a confermare l'esattezza delle descrizioni dei fatti anteriori che vennero portate dai nostri giornali.

Ho veduto dei nostri Lodigiani che partirono con la prima spedizione, saranno probabilmente a Messina: di quelli appartenenti alla seconda spedizione vidi Bocconi figlio del D. Vincenzo, Bianchi fratello dello scultore, lo scrittore del D. Paolo Terzaghi: tutti allegri e desiderosi di portarsi al campo. Incontrai anche Daniele Madini che potrei chiamare il dappertutto.

Qui si fanno due battaglioni del Genio ed uno di Artiglieria: io non ho ancora deciso se obbligarmi fino alla fine della guerra, o se restar libero in qualità di amatore: il mio spirito di indipendenza mi fa preferire il secondo partito: il desiderio di essere più utile alla causa nostra potrebbe farmi abbracciare il primo partito. Frattanto che vanno formandosi i detti battaglioni, invece di stare inerte a Palermo conto di visitare le cose principali dell'isola e nel momento che scrivo attendo i cavalli per partire alla volta di Girgenti, andrò in seguito a Siracusa, a Catania, sull'Etna e mi porterò finalmente a Messina che già conosco allo scopo di vedere i miei concittadini, di là mi porterò sul teatro della guerra e deciderò sul da farsi.

La guardia Nazionale fa un servizio attivissimo tanto in città che nelle campagne, in questa ultima si è organizzata anche la guardia a cavallo per inseguire gli assassini che tuttora infestano questo paese. Dopo che ne furono appiccati circa venti, pare che sia migliorata la sicurezza pubblica. A Monreale fu mandato jeri un battaglione di soldati per sedare qualche tumulto che da taluni si voleva classificare Borbonico ma che venne provocato senza determinato scopo da alcuni individui egoisti, soliti a fruire del cessato dispotismo. Alcuni quietisti pretenderebbero che esistesse un partito repubblicano, sono questi i sogni di Lafarina e compagnia bella, i quali furono provocati da qualche oziosa nullità, desiderosa a figurare in qualche modo sulla scena del movimento italiano. La massa della popolazione e dei volontari sta con Garibaldi, e non bada alle piccole anomalie che si manifestano in qualche luogo. Dappertutto si vedono cartellini stampati portanti le parole vogliamo l'annessione al regno costituzionale di Vittorio Emanuele II; nessuno però pensa all'annessione immediata che risulterebbe dannosa all'unità italiana.

Qui si vendono molti fucili a modicissimi prezzi, cercai di scoprire la loro provenienza, e riuscii a conoscere che vengono dall'arsenale di Torino, e sono precisamente quelli che avevano i soldati dell'Italia centrale. Moltissimi altri argomenti rendono indubitabile che il nostro governo ebbe una parte attiva in questa rivoluzione: ciò che anche noi ci siamo immaginati. Gli insorti erano certissimi della venuta di Garibaldi, e disperavano di poter riuscire da soli a liberarsi dal giogo Borbonico, di qui si spiega come in luogo di agire nella città conservassero le loro forze nelle montagne ed evitassero gli scontri de ... coi Regi.

Spero che tu abbia ricevuto mie nuove da Asti Magno al quale scrissi da Genova. Se mi avrai diretto lettere in questa città (Palermo), le riceverò a Messina avendone prese le opportune disposizioni. Se mi scrivi dirigi pure le lettere a Messina ferme in posta. Chiudo in fretta questo foglio perché è giunto l'istante della partenza, non avendo tempo di portarlo alla posta lo metterò nella bussola di Girgenti. Scrivimi notizie di Lodi, tienmi anche informato se il partito a me avverso approfitti della mia assenza per nuocermi. Compiaciti di dare mie notizie alla famiglia di mio cognato: salutami gli amici tutti.

Ho incontrato l'altro giorno Acerbi di Mantova egli è Intendente generale dell'armata, ha il titolo di generale: gli rammentai il meeting di Pompolina, mi lasciò tanti saluti per Rossetti. Fu uno dei più coraggiosi duci, all'entrata di Palermo era alla testa di un battaglione.

Incontrai sul legno a vapore un certo Conte Devecchi amico di Gorini, che senza sapere ch'io fossi di Lodi e conoscente del Professore, trattenne per lungo tempo la brigata coi racconti dei prodigi fatti da quest'ultimo, i quali coloriti a suo modo fecero stupire tutti. Pareva assai amico di Depretis e Garibaldi.

Tuo affez. D. Biancardi.

PS. Girgenti, 5 Agosto.

Riapro la lettera per farti conoscere essere io giunto in Girgenti, piccola città fabbricata ove era la fortezza della opulenta Agrigento. I raggi del sole che tramonta mi mostrano nella sottoposta valle le rovine dei templi della Concordia, di Giove Olimpico, di Giunone ed altri. Le loro colonne scanalate rimangono tuttora in piedi in mezzo ai fichi d'India, ed agli alberi di mandorle. Domani discenderò in quella valle, salirò i gradini di quei templi e metterò il piede in quelle soglie che furono calcate da una lunga serie di Pontefici.

Nuovamente addio.

La seconda lettera dell'Ing. Dionigi Biancardi [3]

Carissimo Amico,

S. Maria (di Capua), 30 Settembre 1860.

Siamo alla vigilia del più grande fatto d'armi dell'attuale campagna: i preparativi sono tali da farne comprendere tutta l'importanza. Siamo certi di vincere perché condotti da Garibaldi, del resto sappiamo di aver a che fare con 45 mila uomini rimasti fedeli al Borbone, che diedero prova di volersi battere ostinatamente. Nel giorno 19 u.s. mentre il cannone di Castel S. Elmo annunciava ai napoletani che il sangue di San Gennaro aveva bollito prima del solito, i nostri sotto Capua facevano prove di valore. Non so se intendessero dare un assalto, o fare una semplice ricognizione; si spinsero essi fin sotto le mura della città ove furono mitragliati dai cannoni nemici, di modo che tornarono alle loro posizioni lasciando sul campo 200 morti, nel mentre che un altro corpo dei nostri passando il Volturno prendeva il possesso della importante posizione di Cajazzo. Cercarono tosto i Borbonici di riprendere la perduta altura ma ne furono respinti. Dopo alcuni giorni però si spinsero colà in numero di 10 mila con cavalleria ed artiglieria e ripresero la posizione. Fu colpa del colonnello Garibaldino il non aver domandato sufficienti rinforzi, il non essersi trincerato. Frattanto di 800 uomini che aveva ne perdette 200, in parte rimasti sul campo, in parte affogati nel ripassare il fiume. In questo fatto d'armi si trovò anche la compagnia dei Lodigiani che in confronto delle altre ebbe piccolissime perdite. Dicono che Cajazzo sia stato ripreso da seimila calabresi condotti da Garibaldi stesso, ma non ne sono certo, perché qui non si può credere una cosa senza averla verificata sul posto. Dopo questi fatti che narrai si trincerò il lato esterno di questa città, che guarda a Capua, si costruirono due ponti sul Volturno, si innalzarono due fortini, ed in questo frattempo non ebbimo che dei piccoli scontri di avamposti e qualche sortita dei Borbonici impedita. Il cannone nemico cessò quasi mai, tentando esso di impedire la costruzione delle opere di difesa, e principalmente quella dei ponti sul Volturno. Oggi al fuoco delle artiglierie si unirono anche le fucilate, onde ebbimo diversi feriti fra i quali un tenente Colonnello. Dal complesso delle cose si vede che l'esercito di Garibaldi manca di uomini esperti nel corpo del Genio, nell'Artiglieria e nello Stato Maggiore: fino ad ora si è operato a forza di prodigi, per cui quelle parti importantissime dell'arte della guerra restavano quasi secondarie: ora soltanto ci accorgiamo della mancanza di uffiziali istruiti.

Sono già molti giorni ch'io mi trovo in questa città, che è il posto più avanzato verso Capua: passo il tempo sorvegliando la costruzione delle opere di difesa, e visitando gli avamposti su tutta la linea. Ieri il generale Melbiez voleva indurmi ad entrare nel corpo del Genio, e nello stato Maggiore, e si offrì di raccomandarmi al Ministero della guerra. Se ciò mi fosse avvenuto in sul principio della campagna l'avrei accettato con gran piacere, ma ora che spero tutto debba finire in una quindicina di giorni preferisco stare libero, non mancando di giovare in tutto quello che posso alla causa comune. Trovai Scotti e Cingia dopo il combattimento di Cajazzo, anche Parigi Ernesto, che è nei carabinieri Genovesi, ebbe a fare delle fucilate nel giorno di S. Gennaro. Arrigoni venne accettato come medico di battaglione.

Nei primi giorni che era qui dormiva per lo più nei vagoni della strada di ferro, ma essendomi accaduto una volta di svegliarmi a Napoli, pensai di ottenere un altro alloggio. Dopo molte ricerche riuscii a prendere in affitto per due carlini al giorno un torrino di una casa, ossia una piccola stanza che sporge sopra i tetti: dimodoché nel mentre scrivo vedo al chiaro di luna le torri di Capua, nonché il fuoco dei cannoni nemici che tratto tratto ci disturbano. Di qui si può andare a Napoli in tutte le ore del giorno o della notte colla strada di ferro senza pagare il biglietto: tutto al più quando non vi è posto nei vagoni si passa sui carri che portano i muli, sulla locomotiva, nella cassa del carbone, etc.: i Garibaldini si adaggiano dapertutto. Talvolta il semplice soldato, senza domandare permesso ad alcuno si siede vicino al generale che ordinò un treno espressamente per portarsi da un luogo all'altro.

Ricevetti appena giunto a Napoli la lettera di mio cognato, contenente la credenziale del S. Varesi: ieri poi ebbi una lettera di mio fratello Angelo ed una di mio zio di Milano. Quantunque abbia fatto tutte le pratiche necessarie per avere le lettere spedite a Palermo ed a Messina non potei avere alcun tuo scritto né di Minoia, seppi però da mio cognato che nulla di nuovo avvenne durante la mia assenza, per cui sto tranquillo.

Appena che saranno rotte le Borboniche falangi conto di tornare a casa, o per la via di Roma, o per Ancona e Bologna attraversando prima gli Abruzzi: sempreché la partenza di qualche vapore non mi inviti a passare in Spagna e Portogallo.

Se mi scrivi presto ossia prima che avvenga un fatto d'armi dirigi le lettere a Napoli: ti renderò del resto informato della via che seguirò. Frattanto favorirai recapitare la qui inclusa.

Ore 5 3/4, 1 Ottobre

Un forte cannoneggiamento indica che si dà un assalto generale: il tamburo dispone i militi alla partenza e me ne vado, addio. Comincia il fuoco di fila.

tuo aff. amico D. Biancardi

La terza lettera dell'Ing. Dionigi Biancardi [4]

Carissimo Amico,

Sulmona, 20 ottobre 1860.

Il San Martino si appressa, ed io sto attraversando gli Abruzzi, onde ritornare a casa per una via non ancora percorsa: spero di giungere a Lodi il giorno 10 Novembre, dopo aver visitate le città che trovansi sulla linea che tengo. Partii da Napoli e dagli avamposti nel giorno 25 corrente.

Ricevetti da Napoli quasi contemporaneamente le tue lettere del 22 agosto e del 9 ottobre: lessi con piacere le notizie contenutevi, delle quali una ridestò alquanto la mia ilarità ... per nulla affatto lo stupore ... fui quasi profeta ... Mi duole che per aver ricevuto tardi le tue lettere, ossia pochi giorni prima della mia partenza dagli avamposti, non possa darti notizia degli individui Salvalaglio, Berinzaghi e Gelmi; i quali io non conosco; mi limiterò quindi a dirti che Bianchi scultore, Cingia, Grossi e i due Trovati li vidi sani pochi giorni sono; quel Sirtori che era ammalato di febbre mi disse che intendeva tornare al proprio Corpo. Scotti è perfettamente guarito; con gran piacere ebbi a conoscere che Bassiano Sommariva è in piena guarigione: mi duole di non averlo potuto vedere dopo che rimase ferito; si fece molto onore per coraggio ed attività nel servizio. Anche Mamoli sta bene.

Ora scriverò una storiella che ti riescirà gradita: Jeri mi trovava in un caffè di Castel di Sangro, piccola città degli Abruzzi: un uomo di piccola statura mi si fece avanti chiedendomi se fossi Lombardo: scusava la propria curiosità col dire che io assomigliava ad un Ingegnere della sua città, detto Dionigi Biancardi: risposi allora di essere io quello stesso. e guardai con curiosità quell'individuo che non mi pareva nuovo. Indovina chi era! ... il famigerato Mazzoleni di cui mi parlasti nella tua ultima. Mi chiese il medesimo con grande interesse, cosa dicessero i Lodigiani di lui: io gli risposi che era assente dalla Lombardia da più che tre mesi. Allora il Mazzoleni mi raccontò minutamente l'affare dei fornai, mi disse della spedizione dei volontari Lodigiani di cui era condottiero e proseguì la narrazione delle proprie avventure. Questo servitore dei partiti estremi giungendo a Livorno dopo una tempesta, abbandonò i giovanetti che conduceva, e prese terra; e dopo essersi allontanato dal posto di pochi passi venne arrestato e condotto in prigione: pare che ciò sia avvenuto dietro telegramma da Lodi. Subì vari interrogatorii; nel salire le scale della prigione (sempre accompagnato dalle guardie) vide aperta una finestra e si evase da quella, stramazzò a terra in mezzo ad una folla di gente la cui attenzione era già occupata da un altro avvenimento più clamoroso. Approfittando di una tale circostanza il novello Orsini (sic), si rifuggiò in un caffè, offrì al cameriere un napoleone d'argento perché gli preparasse un carrozzino coperto che lo dovesse condurre fuori dalla città: il cameriere eseguiva tutto con una puntualità unica, pagava del suo, e gli restituiva il danaro. Il fuggitivo appena uscito di città trovava un postiglione che con un calesse portavasi di carriera a Pisa, lo fece fermare e volò in quest'ultima città: finalmente col mezzo della strada di ferro giunse a Firenze. Una commendatizia di A. Fè produsse danaro e nuove raccomandazioni al repubblicano di recente data, onde di paese in paese giunse ove io lo incontrava. Son certo che i giovanetti Lodigiani che erano portati da un vascello inglese, saranno giunti felicemente a Napoli.

Percorro ora paese non del tutto tranquilli, i quali prima della venuta di Vittorio Emanuele erano abbandonati all'anarchia: in quel tempo sarebbe stato temerità attraversarli. Gli uomini del disordine rubavano a man salva ammazzando qualunque viaggiatore anche il più neutrale, che, per propria giustificazione, classificavano amico di Garibaldi. Torme di contadini assalivano i villaggi. costrigevano i Sindaci ad innalzare la bandiera di Francesco II, ammazzavano ufficiali della guardia nazionale, fugavano altri, saccheggiavano e consumavano ogni sorta di nefandità che la penna rifugge dallo scrivere. Isernia fu il centro della reazione: ora si può dire tenuta in stato d'assedio dai Piemontesi, che mettono sentinelle in ogni angolo della città e formano pattuglie onde prevenire nelle circostanti campagne delle riunioni di contadini. Varii palazzi sono inceneriti, quasi tutte le botteghe chiuse, le contrade deserte, le prigioni riboccanti di reazionarii, tutti preti e contadini. Il Generale Cialdini agì con lodevole energia in questo affare, facendo fucilare tutti i contadini presi con le armi alla mano.

Il partito repubblicano a Napoli non dà più sentore di sé: perdette l'opinione di tutti col propugnare la confederazione degli Stati Italiani, contro l'unità con Vittorio Emanuele: la mala fede di certi mestatori si rese scoperta da sé medesima. Non avrei creduto di trovare nel Marchese Pallavicino un uomo così energico ed abile.

Ti prego di consegnare tosto a Francesco Locatelli Camparo i biglietti di riparto della R. Bolletta Ospitala, i quali già da me firmati trovansi nella relativa cartella: raccomandagli di distribuirli tutti prima del 10 Novembre e di ricevere i denari di chi intendesse pagar subito.

Compiaciti di dire a Francesco Minoja che consegnai verso il giorno 7 Novembre le chiavi delle mie camere superiori alla mia portinaja, dandole il suggerimento di preparare lucidi i pavimenti, stirare le tende e porle alle rispettive finestre. Potendo io giungere di notte, la portinaja stessa non dovrà tener chiusi gli antiporti a chiave, ma soltanto le portine di cui tengo con me la chiave.

Salutami tanto mio Cognato, Minoja, Riccardi, Gorini, Taroni, e gli amici tutti, comprese le cugine Ohel.

tuo aff. D. Biancardi.

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[1] - Ercole Ongaro Tiziano Zalli: una vita unicamente a vantaggio del paese - SATE - Zingonia 1999.   <<

[2] - pubblicata in Archivio storico per la Città e Comuni del circondario di Lodi - Anno XIX pagine 97-102 - Lodi 1900.   <<

[3] - pubblicata in Archivio storico per la Città e Comuni del circondario di Lodi - Anno XX pagine 83-85 - Lodi 1901.   <<

[4] - pubblicata in Archivio storico per la Città e Comuni del circondario di Lodi - Anno XXI pagine 38-40 - Lodi 1902.   <<


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