Il mondo sottomarino mi ha sempre attirato moltissimo. Sono riuscito a fare alcune cose interessanti ma ho sempre pensato che, per vari motivi, questa mia passione sia rimasta sempre troppo negletta, quindi, quando ho cominciato a scrivere questa pagina, ho pensato di sbrigarmela in poco tempo.
Mi sono invece reso conto che, anche citando solo gli episodi principali, c'era tantissimo da scrivere per cui, per ora, ne pubblico solo una parte, riservandomi di scrivere successivamente il rimanente che non è poco.
In questa pagina parlo solo di vacanze e non della attività agonistiche con il Gruppo Subacqueo Ferrarese e della esplorazione speleosub dell'Antro della Pollaccia delle quali parlo diffusamente in un'altra pagina [>>].
Nell'estate del 1970 ho fatto una lunga vacanza, assieme a Roberto col quale stavo seguendo la Facoltà di Ingegneria e che era anche un mio ex-compagno di scuola del Liceo. Siamo stati in tenda al Gargano ed abbiamo dedicato la maggior parte del nostro tempo alle immersioni subacquee. Le facevamo in apnea ma si trattava di immersioni di tutto rispetto.
Partivo infatti a nuoto alla mattina con la muta addosso tirandomi dietro la boa di segnalazione alla quale era appeso tutto quello che mi poteva servire e vagavo per parecchie ore al largo o lungo le rive rocciose. Lo scopo ufficiale era la caccia subacquea che era praticamente l'unica attività alla quale un subacqueo si poteva allora dedicare ma mi piaceva molto anche osservare i tanti spettacoli meravigliosi che si potevano ammirare.
Eravamo alla baia di Campi che si trova tra Vieste e Pugnochiuso. E' formata da una vasto golfo con una spiaggia di sassi con due penisole rocciose alle estremità e due isolette al largo. Allora c'era solo un campeggio che era enorme perché occupava praticamente tutta la baia.
Alle spalle della spiaggia vi era una sottile striscia di alberi ed arbusti e poi una vasta piana assolata dove, secondo il pensiero di chi aveva realizzato il campeggio, dovevano stare le tende e dove c'erano i servizi (alquanto spartani). Però tutti quelli che avevano una tenda non troppo grande la infilavano tra la vegetazione vicina alla riva stando così all'ombra.
Così facendo però si era lontanissimi dai servizi per arrivare ai quali si doveva fare un lungo tratto in salita e sotto al sole per cui tutti si recavano ai servizi in macchina suscitando le ire dei gestori del campeggio che tenevano molto a preservare il silenzio. Per lo stesso motivo c'era una sbarra che alla sera veniva chiusa piuttosto presto e che avrebbe dovuto impedire alle macchine di entrare dopo una certa ora.
La sbarra però sorgeva praticamente in mezzo al nulla per cui si poteva agevolmente passare a destra o a sinistra della sbarra stessa ed entrare lo stesso. Al campeggio soggiornava anche un fortunato possessore di una Bizzarrini (un auto che aveva un'altezza massima da terra di meno di un metro) che poteva disdegnare la sbarra e passarvi sotto.
Dato che stavamo più in mare che a terra tutto ciò ci interessava poco. Il mare era veramente stupendo. Sul fondale si poteva vedere la grande pinna nobilis comunemente chiamata nacchera dalla quale un tempo si ricavava il bisso ed in acqua libera vagavano enormi banchi di pesci che si tenevano sempre poco oltre la distanza massima alla quale poteva arrivare il fucile subacqueo (ma come facevano a saperlo?).
Una volta un banco di pesci, ancora più grande del solito, mi è arrivato incontro mentre stavo risalendo dal fondo e si è aperto tutto intorno a me per superarmi, per cui, per svariati secondi, mi sono trovato al centro di una enorme e precisissima sfera le cui pareti erano fatte di pesci vivi ed in movimento. Uno spettacolo veramente straordinario!
I punti dove c'era più vita e dove era più semplice osservarla erano le due estremità rocciose lungo le quali passavo parecchio tempo. Oltre a grandi e svariate quantità di pesci fra i quali molti coloratissimi labridi, vi erano parecchie anemoni di mare, oloturie e rose di mare (Reteporella grimaldii) che sembrano una delicatissima trina ed infatti sono chiamate anche trina di mare.
Lungo le pareti rocciose c'erano anche numerose grotte più o meno grandi, alcune delle quali venivano visitate anche dai turisti portati dai motoscafi. Le abbiamo visitate tutte a nuoto, stando attenti a non essere travolti dai motoscafi nelle più grandi. Una di queste è molto bella perché formata da una grande stanza sferica piena d'acqua ma col soffitto crollato per cui la luce entra dall'alto e si vedono le foglie degli alberi sporgere tutt'attorno all'apertura circolare [1].
La più bella di tutte però l'abbiamo trovata per caso e non so quante persone l'abbiano vista perché vi si entra solo a nuoto passando per una stretta fessura, ornata da pungenti ricci di mare, che è quasi interamente sommersa. L'interno è ampio ma completamente buio, però, dato che la stretta fessura continua per un bel po' sott'acqua, la luce che riesce a filtrare illumina l'acqua della grotta rendendola color verde smeraldo mentre i corpi di chi vi sta nuotando appaiono come delle silhouette nere.
Vicino alla nostra tenda campeggiava un gruppetto di studenti romani che, pur essendo tutti di famiglie agiate, si professavano di estrema sinistra ed estimatori anche di teorie alquanto strane e poco comprensibili (tipo i nazimaoisti). Dato che chi non concordava con loro era automaticamente un fascista ed un servo del sistema, ci siamo divertiti a chiacchierare a lungo di politica con loro ma attaccandoli da sinistra riuscendo così a spiazzarli spesso.
Se qualcuno di loro leggesse queste mie note lo saluto così come saluto il mio amico Roberto con il quale non sono più in contatto da moltissimi anni.
Nell'estate del 1972, dopo il fallimento del viaggio nel Sahara del quale parlo in un'altra pagina [>>], ho fatto una lunga vacanza, divisa in due parti, assieme ai miei cugini modenesi. Durante la prima parte sono stato con due dei miei cugini lungo le rive del Tirreno percorrendolo dall'Argentario al Cilento, fermandoci nei punti più selvaggi per fare immersioni subacquee in apnea.
Successivamente, assieme al più giovane dei miei cugini, siamo stati ospiti a casa dell'altro cugino che allora viveva in Sardegna e precisamente a Portoscuso e che era proprietario di un motoscafo (un Rio 420) con il quale abbiamo scorrazzato dappertutto.
Durante la prima parte delle vacanze la soddisfazione più grossa l'abbiamo avuta forse il primo pomeriggio quando siamo arrivati all'Argentario dopo un lungo viaggio notturno ed una sosta per un problema alla mia macchina. Abbiamo cercato un punto da dove fosse possibile scendere a mare dalla strada, cosa non facile perché all'Argentario tutto era privato, proibito ed off limits e quando l'abbiamo trovato e siamo scesi, abbiamo trovato altri due subacquei accampati in riva al mare.
Erano dotati di attrezzature tutte nuovissime e costosissime tra le quali le recentissime mute della Technisub dotate di una fodera interna per favorire lo scivolamento sulla pelle e facilitare chi le indossava mentre io avevo ancora una muta di vecchio tipo, tutta di neoprene, per indossare la quale dovevo ricoprirmi di borotalco diventando simile ad un pesce da friggere.
Costoro ci dissero che la zona non era buona e che erano lì da vari giorni ma non c'era niente da prendere. Avevamo comunque voglia di fare il bagno e di vedere i fondali così siamo andati in acqua in due, solo con pinne e maschera, portando però un fucile con noi perché non si sa mai ed abbiamo avuto la grossa soddisfazione di tornare, poco tempo dopo, con una murena di 68 centimetri. Bisognava vedere la faccia degli altri due subacquei!
C'è da dire che non avevano tutti i torti perché effettivamente nella zona non c'era molto da fare per chi fosse in apnea. Il giorno successivo ho preso solo due sogliole, straordinariamente saporite ma un po' scarse come pranzo per tutti. Ci siamo così spostati alla non lontana Ansedonia dove, nonostante si sia provata anche un'immersione notturna, la situazione non è cambiata di molto.
Qui però ci capitò un fatto estremamente buffo, infatti, mentre stavamo cercando un posto dove fermarci nella lunghissima spiaggia a sud di Ansedonia, allora del tutto deserta e che solo molti anni dopo diventerà la famosa spiaggia di Capalbio, finimmo su della sabbia troppo fine e ci insabbiamo con le auto.
Io, assieme al cugino più giovane, ero sulla mia Vignale 750 coupè che era alquanto leggera e che spingemmo senza difficoltà su di una zona più dura potendo così tornare indietro. Parcheggiata l'auto di fianco ad una duna tornammo all'altra auto che era una Primula Coupè che era del mio cugino più anziano che era sposato con figli e viaggiava con tutta la famiglia.
L'auto era pesante e carica di bagagli per cui, per quanto spingessimo non riuscivamo a riportarla sul terreno duro. Proprio per poter portare più bagagli, sul tetto era stato montato un portapacchi con sopra un grosso baule di quelli verdi con gli angoli rinforzati in metallo color ottone. Decidemmo allora di tirarlo giù e dato che era legato assieme a due remi ed un salvagente di sughero di quelli tondi da barca tirammo giù anche quelli.
Una volta alleggerita l'auto la spingemmo sul terreno duro e mio cugino partì per portare i rimanenti bagagli e la famiglia presso la nostra auto, scaricare tutto e poi tornare a prendere noi ed il baule. Mentre aspettavamo abbiamo sentito delle voci provenire da dietro una duna ed abbiamo visto che c'erano due giovani donne con alcuni bambini che stavano caricando su di una jeep Toyota apprestandosi a tornare a casa.
Abbiamo allora chiesto se ci davano un passaggio dicendo però nel contempo che avevamo un bagaglio pesante. Vedendoci spuntare dal nulla sono rimaste perplesse ma ancora di più lo sono diventate quando ci hanno visto sparire dietro alla duna e tornare con un enorme baule, due remi ed un salvagente tondo di sughero: sembravamo due naufraghi di una barzelletta!
Sono rimaste esterrefatte ma ci hanno fatto salire senza osare chiederci una spiegazione però, poco dopo, sono diventate ancora più esterrefatte perché, poche centinaia di metri più in là, mentre il sole era quasi al tramonto, abbiamo chiesto di fermare la macchina e scendendo abbiamo detto qui va bene facendoci lasciare nel nulla, col baule, i remi ed il salvagente, in un posto del tutto identico a quello dove ci avevano raccolto.
Immagino che per qualche tempo si siano chieste cosa significasse tutto ciò. Se una di loro leggesse ora queste note avrebbe la spiegazione: ci siamo fatti lasciare vicini alla duna dov'era parcheggiata la nostra macchina che però, essendo dietro alla duna, non si vedeva affatto. Se ciò accadesse, avrei piacere di ricevere una sua mail nella quale mi dicesse cosa hanno pensato allora.
Successivamente ci siamo spostati a Paestum dove, per qualche giorno, abbiamo fatto i turisti. Allora lo sport preferito era raccogliere le telline. C'era chi le raccoglieva al largo dalle barche e chi a riva trascinando appositi rastrelli. Abbiamo però scoperto che nessuno le raccoglieva nella fascia intermedia dove la profondità andava da due a poco più di tre metri e così ci immergemmo in continuazione prendendole con le mani decine alla volta e raccogliendone in breve un bel po'.
Piazzatici poi ad Agropoli riprendemmo le immersioni subacquee arrivando fino a Punta Licosa che era famosa per le sue cernie, la stragrande maggioranza delle quali era però già finita nelle pentole dei ristoranti della zona, spesso pescata, con tutto comodo, da subacquei con le bombole. I posti erano bellissimi e ricchi di vita lo stesso ma dal punto di vista della pesca subacquea, non avemmo grosse soddisfazioni.
La seconda parte delle vacanza è stata in Sardegna a Portoscuso dove, come ho detto prima, avevamo a disposizione un piccolo motoscafo con il quale abbiamo scorrazzato dappertutto. Il pesce più grosso però l'ho visto vicino al paese dove una centrale elettrica scaricava dell'acqua calda in mare. Qui i fondali erano stati stravolti ma il calore aveva favorito la crescita delle alghe sugli scogli per cui c'erano parecchi grossi cefali.
Il cefalo non è affatto facile da prendere in acqua libera per cui cercavamo di insidiarli tra gli scogli e per evitare di distruggere gli arpioni avevo regolato su di una potenza molto bassa il fucile ad aria compressa quindi, quando, facendo un giretto più al largo, mi sono trovato davanti ad un pesce enorme, non ero nelle migliori condizioni per catturarlo.
Ho tirato lo stesso ma la distanza era notevole per di più, data la sua mole, sembrava si muovesse lentamente mentre invece filava abbastanza veloce per cui l'ho colpito verso la coda anziché dalle branchie come avevo mirato. Non mi si è degnato nemmeno di mostrarsi spaventato ma si è limitato a scuotere la coda con un colpo più forte rispetto al nuoto normale e l'arpione è saltato via.
Non so con sicurezza di che pesce si trattasse ma certo era quello che si dice un tipico pescione. Tutto considerato penso potesse trattarsi di una orata particolarmente grossa.
Abbiamo conosciuto vari giovani del posto e siamo stati invitati ad una battuta di pesca in una di quelle tipiche baie marine che talvolta sono chiamati stagni e che sono molto chiuse e con l'acqua bassa per cui vi sono molte alghe e pesci [2]. La battuta si è fatta di notte e vedendo l'acqua immota, molto calda e zeppa di alghe non avevamo molta spinta a entrarci ma il ronzio di nugoli di zanzare nelle orecchie ci ha convinto rapidamente.
Non si trattava di una battuta di caccia subacquea ma di una pesca fatta tirando a mano al largo una lunghissima rete che poi veniva riportata a riva in modo da imprigionare i pesci in una largo cerchio per poi trascinarli sulla spiaggia ricuperando la rete dai due lati. Il posto era molto caratteristico e la cosa più notevole erano i batteri luminescenti che vivevano fra le alghe ed illuminavano l'acqua quando venivamo mossi.
Per questo motivo, se si camminava sulla battigia, si facevano delle impronte semiluminose che svanivano in qualche secondo. Dopo la battuta di pesca c'è stata una gran festa ed abbiamo cotto il pesce sulle braci. In questa occasione ci è stato offerto anche il famoso casu becciu cioè il formaggio coi vermi [3].
Da vedere fa una discreta impressione perché i vermi si muovono e saltano ma mangiato con delle fette di pane abbrustolito strofinate con l'aglio è veramente squisito e se me ne capitasse di nuovo l'occasione, lo assaggerei ancora molto volentieri. Di quella pesca sono stati tenuti da parte molti gamberetti da usare poi come esche e da ciò è nata la nostra successiva avventura.
Infatti poi siamo usciti in mare di pomeriggio col motoscafo per andare al largo a pescare al bolentino assieme ad un ragazzo del posto che sapeva qual era la zona adatta. Siamo andati molto al largo arrivando circa a metà strada fra Portoscuso e l'isola di San Pietro ed ancorandoci su di un fondale di una quarantina di metri.
Avevamo delle lunghissime lenze con un peso di piombo in fondo e con tre fili, ognuno dei quali con un amo, attaccati poco sopra. Si mettevano i gamberetti come esche e poi si faceva scendere il tutto finché si sentiva che il peso aveva toccato il fondo. Tenendo la lenza tesa sopra un dito o addirittura sopra all'orecchio si aspettava di sentir vibrare il filo per poi dare uno strattone e ricuperare il tutto sperando di trovare un pesce appeso all'amo.
I pesci abboccavano bene, spesso se ne tiravano su anche due alla volta ed anche se si trattava di pesci di non grande valore culinario, ci siamo divertiti lo stesso. Quando il sole era ormai prossimo all'orizzonte, abbiamo messo via tutto e ci siamo apprestati a tornare indietro ma il motore, nonostante tutti i nostri sforzi e tentativi, non ne ha voluto sapere di accendersi.
Per un po' siamo stati all'ancora ed abbiamo anche sparato un razzo ma nessuno ci ha notato. Quando si è fatto buio, la situazione si è fatta pericolosa, infatti eravamo su di una possibile rotta ed il motoscafo, non essendo attrezzato per navigare di notte, non aveva luci. Allora ci siamo mossi a remi anche se ne avevamo solo una coppia ed il Rio 420 era alquanto pesante e poco adatto ad andare a remi.
Facendo dei turni di cinque minuti per uno riuscivamo a tenere un buon ritmo ma, nonostante ciò, le lontane luci della costa non si avvicinavano anche se, per fortuna, nemmeno si allontanavano. Se non altro tutta questa fatica serviva a scaldarci perché eravamo in costume da bagno e cominciava a fare alquanto fresco.
Dopo qualche tempo abbiamo sentito un rumore di motore diesel, abbiamo sparato un razzo rosso ed abbiamo visto sbucare un piccolo peschereccio. Abbiamo chiesto se potevano trainarci fino a riva ma hanno detto che avevano un carico di aragoste vive e che non potevano perdere tempo e che al massimo potevano portarci fino a Calasetta.
Abbiamo dovuto per forza accettare ed attaccato il motoscafo dietro il peschereccio, siamo saliti a bordo dove abbiamo cercato di scaldarci stando attorno al motore. Una volta sbarcati a Calasetta e ringraziato i nostri salvatori ci siamo trovati in un porto a tarda sera, senza una lira in tasca ed in costume da bagno. Siamo allora entrati in un bar dicendo siamo dei naufraghi, potreste regalarci un gettone del telefono per chiedere che ci vengano a prendere?
Anche se avevamo percorso solamente poco più di cinque miglia di mare, eravamo lontanissimi da Portoscuso che, via terra, dista quasi 33 chilometri da Calasetta. Ci volle quindi un bel po' di tempo prima che la nostra disavventura avesse termine. Ci vollero poi alcuni giorni per aggiustare il motore e dopo c'era il problema di ricuperare il motoscafo rimasto a Calasetta.
Non avevamo infatti alcun mezzo di trasporto adatto e per di più, fuori dall'acqua, il Rio 420 era pesantissimo, quindi l'unica era tornare via mare ma intanto il tempo era cambiato ed il mare era molto mosso. La fine della vacanza però si avvicinava per cui siamo partiti lo stesso. Per prudenza avevamo indossato le mute ed avevamo con noi maschera, boccaglio e le pinne lunghe.
Nonostante il mare agitato siamo arrivati fino davanti a Portoscuso senza troppi problemi ma le onde che si frangevano sui moli facevano impressione. Quando abbiamo dovuto imboccare il varco fra i moli è stato il momento più difficile perché avevamo delle grosse onde di traverso e dovevamo stare attenti che non ci ribaltassero.
Tutto è andato bene e così è terminata questa lunga vacanza anche troppo avventurosa.
Nel settembre del 1977 il Gruppo Subacqueo Ferrarese organizzò una vacanza collettiva per i soci a Capraia. Si sarebbe stati in campeggio, si sarebbero portati molti bibombola ed il compressore per ricaricarli. In vari avrebbero messo a disposizione i loro gommoni e saremmo stati divisi in vari equipaggi.
Allora il traghetto per Capraia c'era solo in alcuni giorni della settimana per cui siamo partiti mercoledì sette. Io ero con la mia Golf stracarica e con anche il portapacchi sul tetto. C'erano altre due auto stracariche, due con dei grossi gommoni sul tetto e due con dei carrelli-rimorchio. Arrivati a Livorno abbiamo imbarcato le macchine su traghetto anche se a Capraia sarebbero state pressoché inservibili dato che le strade dell'isola erano lunghe in tutto un chilometro e mezzo ma era impensabile scaricare tutto il materiale per lasciare le macchine a Livorno.
Il mio equipaggio comprendeva Franco ed Enrico che era il proprietario del gommone che avremmo usato e che era il più piccolo fra tutti e per di più dotato di un motore da appena due cavalli. Entrambi erano più giovani di me ma alquanto in forma: Enrico era istruttore sub e Franco, che faceva gare di nuoto pinnato, aveva da poco attraversato lo stretto di Messina.
Capraia mi è subito piaciuta molto: è un'isola rocciosa, alta sul mare e con le coste dirupate. Poco sopra il porto vi sono alcuni pini marittimi cresciuti appoggiati alla roccia su ripidi pendii coperti da arbusti e macchia mediterranea. Mi sono piaciuti molto e non so perché ma questo panorama mi ricorda i romanzi di Verne ed i marinai dall'aria decisa e dalla maglia a righe orizzontali. Forse da bambino avevo un libro con una immagine simile a questi panorami.
Dato che abbiamo un gommone molto piccolo, c'è il problema di come portare l'attrezzatura da sub per tre persone e poi indossarla. Risolviamo brillantemente il problema mettendoci le mute addosso prima di partire e poi stando allineati come fiammiferi in una scatola con la testa da un lato del gommone ed i piedi che sporgono da quella opposta.
Il primo giorno esploriamo la parte nord dell'isola che allora era ancora interamente occupata dal carcere pensando, erroneamente, che proprio la presenza dal carcere faccia sì che i pesci siano stati meno insidiati. I posti comunque sono stupendi e l'acqua del mare è straordinariamente limpida.
Nei giorni successivi andiamo a sud dove c'è più pesce e dove tutti i giorni, fra tutti e tre, si prende abbastanza pesce da mangiare alla sera. I polpi sono quelli che vengono presi più facilmente e ci facciamo più volte degli ottimi spaghetti al polpo. Viene preso anche un grongo ed una murena che puliamo accuratamente e che è veramente saporita.
L'11 ci dividiamo e salgo sul gommone di un altro subacqueo. Pesco ancora in apnea e mi succede che, mentre sto togliendo dall'asta del fucile un pesce che ho preso, mi sfugge la punta dell'arpione che avevo svitato. Per non perdere anche il pesce non cerco di prenderlo ma mi limito a seguirne la caduta vedendo che finisce su di una masso largo e piatto che è sotto di me.
Scendo poi a cercarlo in apnea ma la superficie del masso è ricoperta da una vegetazione alta qualche centimetro e non è facile trovarlo. Salgo e scendo più volte e mi secca scoprire che non riesco a permanere sul fondo così a lungo come avrei voluto. Attribuisco la cosa al fatto che negli ultimi anni non ho avuto modo di fare attività subacquea: nel 1973 dovevo laurearmi, nel 1974 e nel 1975 ero militare e nel 1976 avevo cambiato lavoro proprio il due di agosto facendo così saltare la vacanza a Filicudi già organizzata.
Sul gommone c'era un bibombola e così lo prendo per cercare la punta dell'arpione che non ero riuscito a ricuperare in apnea. Quando sono sul masso guardo il profondimetro e scopro che mi trovo a 15 metri di profondità. Allora la mia forma non è così cattiva ed è del tutto logico che non riesca a stare più di un minuto sul fondo!
Il giorno successivo andiamo tutti assieme a Punta dello Zenobito che è all'estremità sud di Capraia. Questa zona è stupenda anche fuori dall'acqua: subito prima della punta c'è Cala Rossa che, pur essendo contigua a Punta dello Zenobito, ha rocce e colori diversissimi, infatti c'è un tratto di parete completamente color rosso scuro ed un altro tratto, sempre dello stesso colore, ma fatto in strisce orizzontali.
Questa volta non pesco ma faccio una lunga immersione con le bombole stando sempre fra i 20 ed i 25 metri osservando le pareti rocciose. Ci sono varie rose di mare dai colori stupendi che però sono tali finché sono vive: se le si raccoglie i colori svaniscono rapidamente e la loro bellezza se ne va.
Poi, assieme ad Enrico e Franco, salgo fino al torrione che svetta sopra alla punta. Ora è proibito avvicinarsi al torrione perché è diventata zona di nidificazione del raro gabbiano corso (Ichthyaetus audouinii) ma allora il gabbiano non c'era e quindi non c'era nemmeno il divieto. La salita è una sfacchinata tremenda anche perché ho dei sandali da mare e non delle calzature adatte. Il panorama però è notevole ed il nostro gommone, che è di un giallo vivo, si vede bene ma lontanissimo.
Torniamo ancora a Punta dello Zenobito che c'è piaciuta molto ma questa volta sono in apnea, porto con me il fucile ma gironzolo senza impegnarmi a dar fastidio i pesci, perché mi diverto di più ad osservare con calma gli abitanti del mondo sottomarino. Il mare non è mai stato del tutto calmo ma il 14 è decisamente agitato.
Gli altri non escono e noi, dopo vari tentennamenti, proviamo ad uscire senza attrezzature per vedere com'è il mare ma, appena fuori dal porto, si spegne il motore e non si riaccende più. Riusciamo a rientrare e ci ancoriamo all'interno. Al pomeriggio quindi lavoriamo sul motore che però non parte lo stesso.
Non vogliamo però rinunciare alla nostra immersione giornaliera e così facciamo un'uscita notturna partendo dal porto e stando sulla sinistra che è il lato più ripido e selvaggio. Vedo però solo un paguro e vari pesci piccoli.
Il giorno successivo si va tutti assieme alle Formiche. Noi abbiamo avuto in prestito un motore da 15 cavalli da un altro subacqueo che lo usa come motore di scorta per il suo grosso gommone e così il nostro gommoncino vola letteralmente scalpitando come un cavallo selvaggio e dobbiamo stare in due sulla punta per evitare che s'impenni.
Quando entro in acqua scopro che la mia maschera ha dei problemi e tende ad allagarsi. Faccio così poche immersioni e passo più tempo a guardarmi intorno. Le Formiche spuntano appena dall'acqua e si trovano a varie centinaia di metri dalla riva rocciosa subito ad est della punta nord di Capraia. Fantastico sui naufragi che possono essere avvenuti qui dato che una nave che arrivi col maestrale alle spalle e doppi il capo sperando di mettersi a ridosso dell'isola potrebbe facilmente finire contro le Formiche.
Effettivamente, vari anni dopo, si è scoperto che c'era stato un naufragio proprio in questo punto ma che, essendo accaduto in tempi molto antichi (circa il 150 avanti Cristo), tutti i suoi resti si sono consumati tranne alcuni oggetti finiti nella sottostante prateria di posidonie e che gli archeologi hanno ora ricuperato.
Avendo un motore come si deve possiamo tornare al campeggio a mangiare per uscire di nuovo nel pomeriggio. Ho cambiato la maschera e posso pescare in apnea e proprio quando stiamo quasi per tornare, prendo il pesce più grosso di tutta la vacanza: un bel grongo lungo oltre 4 spanne. Un po' mi dispiace perché i gronghi hanno un muso simpatico ma sono sempre belli grossi e se puliti come si deve, sono ottimi da mangiare.
Venerdì 16 facciamo l'immersione con le bombole più interessante perché andiamo a vedere un relitto di un aereo della Seconda Guerra Mondiale che si trova al largo del porto di Capraia. Provo così l'emozione di fare quello che viene chiamato un tuffo nel blu perché il fondo è a 52 metri di profondità e quindi, quando si scende, nonostante l'acqua sia limpidissima, intorno a sé si vede solo del blu.
L'aereo però non si trova sul fondo ma su di una specie di secca che sporge dal fondale per cui non scendo fino giù ma quando sono a 35 metri abbandono il cavo e vado in orizzontale per osservare bene il relitto dell'aereo. C'è solo lo scheletro che è inclinato in basso e va da 35 a 45 metri. Lo spettacolo è molto bello perché varie reti sono rimaste avvolte nell'aereo ed alcune di queste sono tenute sollevate dai galleggianti e formano una specie di baldacchino tutto attorno.
Nel pomeriggio, avendo ora un motore potente, accompagniamo due ragazze conosciute da Franco, a fare il bagno a Punta della Civitata. Quando siamo già al largo dello sperone su cui sorge la fortezza di San Giorgio ed abbiamo già doppiato Punta del Ferraione, vediamo che anche col motore più potente ad andare in cinque su quel gommoncino si va troppo piano. Allora Enrico, che non aveva tanta voglia di venire dice io torno indietro e si tuffa in mare col solo costume da bagno.
Noi ci allontaniamo con le ragazze che ridacchiano per un minuto circa e poi dicono scherzate vero?, noi chiediamo cosa intendano e ci spiegano quando lui si è tuffato stavate scherzando ed ora torniamo indietro a prenderlo. Quando diciamo che Enrico è perfettamente in grado di tornare a riva a nuoto e che non abbiamo alcuna intenzione di tornare a prenderlo, si preoccupano. Al ritorno Enrico è al campeggio e ci dice che non ha avuto alcun problema a tornare a nuoto ma poi, essendosi dimenticato a prendere i sandali, ha fatto una gran fatica a fare la salita scalzo.
Il giorno successivo vorremo tornare ad immergerci sulla secca del relitto ma il mare mosso dà fastidio ed allora doppiamo il Capo Teia, portandoci a ridosso e ci fermiamo alla punta prima di quella della Manza dove giro con le bombole a poca profondità e dove catturiamo viva una piccolissima aragosta per l'acquario marino del Gruppo Subacqueo.
Uno dei subacquei del nostro gruppo ha anche una cinepresa subacquea con un grande apparato di fari per fare abbastanza luce e quando fa delle riprese ha bisogno dell'aiuto di più persone. Vuole riprendere un subacqueo che scende in apnea e cattura una murena nascosta in una tana. Solo che quando la murena è colpita alla testa non viene trattenuta dall'arpione e come impazzita, si slancia fuori mordendo tutto quello che trova e passa tra le gambe dei subacquei che stavano facendo le riprese. La seguo ma si intana e non la troviamo più.
Quando è ora di partire c'è di nuovo il mare mosso. Ci si imbarca da un lungo molo che sporge in mare con il traghetto che si ormeggia alla punta. Ci viene detto di essere là presto perché può darsi che il traghetto non riesca a tenere gli ormeggi e debba partire prima che tutte le auto siano salite. Le macchine in attesa si dispongono lungo il molo già posizionate come poi dovranno stare nel traghetto.
Il tutto assomiglia molto alla partenza di una gara di Formula 1 e per la paura di non riuscire a salire, appena scende il portellone del traghetto, tutti partono come se si trattasse di una gara automobilistica con i marinai stupefatti che si affannano a far segno di rallentare. Riusciamo comunque a salire tutti e si torna a casa senza problemi.
Da molto tempo non ho più contatti con i subacquei che parteciparono a quella vacanza e se qualcuno di loro leggesse queste righe, avrei piacere di avere loro notizie.
Nel 1979 e nel 1980 ho fatto due lunghe vacanze con una ragazza, mia amica, ed entrambe le volte ho portato con me l'attrezzatura subacquea. Nel 1979 siamo stati in Scozia dove ho fatto solo due brevi immersioni per cui descrivo questo viaggio nella mia pagina sui Grandi Viaggi [>>].
La prima volta mi sono immerso ad Oban dove ho visto varie cose interessanti, tra le quali due squaletti e parecchie laminarie, ma anche un fondale molto tetro, dove tutte le alghe sono sul marroncino e la seconda sono partito da una spiaggetta sul Loch Ewe (poco a sud di Ullapol). Il posto è molto bello: c'è un prato d'erba che finisce contro la spiaggia rosa dove la sabbia bagnata dalle onde diventa color mattone.
Durante questa seconda immersione ho visto solo meduse, tantissime e di tutti i tipi, anche di dimensioni enormi. Molte avevano una raggiera di tentacoli finissimi e lunghi anche qualche metro. C'era qualche banco di pesciolini ed una medusa col pesciolino che viveva sotto la sua protezione. Sono arrivato fino alle rocce ma ho visto solo delle gran alghe marrone.
Nel 1980 invece siamo stati in Corsica dove ho avuto più occasioni di andare sott'acqua, avendo anche con me un piccolo gommone con un motore da 4 cavalli, per cui ne parlo in questa pagina.
Siamo partiti da Livorno il 7 luglio e dopo aver ammirato dal traghetto Punta dello Zenobito e Cala Rossa mentre costeggiavamo Capraia, siamo sbarcati a Bastia ed abbiamo risalito il dito della Corsica fino ad arrivare a Capo Corso, fermandoci poi a Barcaggio che è in cima al mondo di fronte all'isola di Giraglia.
Il posto è stupendo ma siamo veramente in cima al mondo perché il negozio più vicino si trova a 25 km chilometri. Faccio un'immersione vedendo un bel fondale con prati di posidonie su cui sembra di volare e con parecchi saraghi e cefali, tutti però sospettosissimi ma ci sono anche delle triglie abbastanza grosse che mi disdegnano e pensano ai fatti loro e così qualcuna finisce a bagno nel succo di limone.
Il giorno dopo il tempo peggiora ed il mare è mosso. Così, per qualche giorno, facciamo i turisti senza pensare ad andare in acqua. Ci spostiamo a Centuri e poi nell'interno, tornando sul mare e fermandoci alla marina d'Albo e a Nonza per arrivare poi a St. Florant che è una località turistica importante.
L'11 il tempo è migliorato e siamo pronti a fare un giro con Achille (che è il nome del nostro gommone). Si parte, si va abbastanza bene anche se gli spruzzi ci bagnano tutti. Doppiamo Punta della Mortella e poi un'altra punta ed arriviamo ad una meravigliosa spiaggia delle Maldive o per lo meno che sembra delle Maldive. Tiriamo a riva il gommone, c'è pochissima gente tutta giunta in barca.
Ci troviamo infatti in corrispondenza del Deserto degli Agriates, una vasta zona disabitata fatta di dune e di qualche stagno salmastro. La sabbia della riva è bianchissima ed è questo che dà una colorazione straordinaria all'acqua simile a quella che si vede sulle spiagge coralline più famose. Al ritorno abbiamo il vento, che è piuttosto teso, a nostra favore e si va molto meglio.
Il giorno successivo torniamo col gommone nella stessa zona ma ci fermiamo subito dopo Punta della Mortella dove ci sono delle secche e degli scogli e passo il tempo a raccogliere i bighorneau che sono quelle conchiglie che a Venezia chiamano caragoli e a Murano bovoletti (Trochocochlea turbinata) e che qui sono abbondantissime. Nei giorni seguenti si fa il grande giro delle Balagne e si visita l'Ile Rousse, si torna nell'interno, si arriva a Calvi e poi ci si sposta a sud fino a Galeria.
Il 15 siamo pronti a rimettere in acqua Achille. La costa è dirupatissima e molto bella. Ci si ancora in posto stupendo ed anche sott'acqua si vedono dei grandi spettacoli. Decido di cercare prima di pescare il pranzo e poi di scattare qualche foto subacquea, ho infatti con me una custodia subacquea in grado di scendere per pochi metri ma qui, appena si mette la testa sott'acqua, si vede già qualcosa degno di essere fotografato.
Vedo una murena bella grossa sui 10/12 metri in uno scoglio sommerso, memorizzo il luogo e torno al gommone. Dopo un po' vado dalla murena con il fucile, la arpiono ma si intana e non si riesce a toglierla. Lascio sul fondo il fucile e torno in superficie. Scendo più volte facendo numerosi ed inutili tentativi di stanarla (ed intanto vedo due aragoste). Torno al gommone, mi riposo e poi faccio altri tentativi infruttuosi. Mi rendo conto che sono troppo stanco e decido di smettere, scendo un'ultima volta per svitare l'arpione e ricuperare il fucile e l'asta e si torna indietro.
Ho fatto così una gran fatica senza alcun costrutto e rischiando anche e perdendo l'opportunità di scattare delle belle foto. Così, dopo questa volta, lascio stare il fucile e mi dedico solo ad osservare il mondo sottomarino che è bellissimo, limitandomi al massimo a raccogliere le cozze, i ricci di mare e le varie conchiglie commestibili.
Stanchi di gommone il giorno successivo decidiamo di andare a piedi a Girolata, gita che la nostra guida definisce stupenda. Si tratta invece di una scarpinata terrificante sotto un sole tremendo e con un caldo terribile, anche se bisogna ammettere che il panorama è bellissimo e ricorda la Valle della Morte con cardi enormi e crani secchi di capra sparsi qua e là.
Si arriva a Porto e poi, nei giorni successivi, si torna a fare i turisti anche perché il tempo peggiora di nuovo. Visitiamo i Calanchi tra Porto e Piana, si passa Piana, Sagone e si va nell'interno superando il Col di Savi ed arrivando ad Evisa. Abbiamo infatti in mente una gita che, pur essendo di montagna, ha a che fare con l'acqua.
Si tratta infatti di scendere nelle Gole della Spelunca dove scorre un torrente. Si scende in continuazione per moltissimo tempo (ci sono 400 metri di dislivello) ed alcuni tratti del sentiero sono lastricati perché questa era l'antica via genovese. Finalmente si arriva giù accaldatissimi, si è in fondo a una stretta gola, c'è un bel torrente grosso e il ponte genovese di Zaglia (molto bello). Ci si spoglia e ci si bagna nel torrente, l'acqua è molto fredda ma non impossibile e poi per ore si prende il sole sulle rocce. Il problema è quando si deve tornare su perché la salita è sotto il sole e lunghissima.
Ci prepariamo da mangiare nella foresta di Aitone ed intanto arriva un maiale (a 4 zampe) che cerca di annusare tutte le cose che abbiamo in giro. In Corsica infatti molti maiali vengono lasciati liberi nei boschi dove mangiano castagne e ghiande. Abbiamo modo di constatare come la parola smaialare per dire sporcare moltissimo sia perfettamente azzeccata.
Per vari giorni rimaniamo nell'interno arrivando fino a Corti dove ha sede la Legione Straniera. Vedere passare i legionari della Polizia Militare su di una jeep scoperta fa sì che sembri di essere in un film di Humphrey Bogart. Arriviamo poi ad Ajaccio e decidiamo di andare in gommone alle isole Sanguinarie per cui ci fermiamo ad Ansa del Miniaccio.
Il giorno 20 facciamo i turisti e ce ne stiamo sulla spiaggia che è molto bella ma il giorno successivo il mare è molto mosso e non si può andare alle Sanguinarie. Si continua allora verso sud visitando l'interessante sito preistorico di Filitosa, e si campeggia sulla spiaggia di Tizzano-Palaggiu che è un posto abbastanza selvaggio e dove c'è qualche altra tenda ed una roulotte.
La mattina dopo scopriamo che la tenda, benché sia fornita di zanzariera è stata invasa da delle formiche nere piccolissime che si infilano dappertutto e che hanno invaso anche la macchina. Pensiamo di aver rotto un formicaio montando la tenda e così spostiamo tutto, poi prendiamo il gommone e si va attorno al capo di Zevia. Il mare però è ancora mosso e visto che non si trovano spiaggette isolate, si torna indietro e si va dall'altra parte della baia dove ci ancoriamo.
Alla sera scopriamo che le formiche cominciano a riemergere, chiediamo a quelli delle altre tende e ci dicono che sono dappertutto. Noto che la roulotte ha i quattro sostegni infilati in altrettanti catini pieni di petrolio per impedire alle formiche di entrarvi. Il tutto mi ricorda il racconto La formica argentina di Italo Calvino che avevo letto trovandolo esagerato ma che ora invece capisco benissimo [4].
Ormai è tardi per partire e così il 23 ci svegliamo tra formiche che impazzano più che mai, smontiamo tutto e ci dedichiamo per due giorni a visitare i menhir ed i dolmen della zona, arrivando, il 24 pomeriggio, al golfo di Figari di cui ci hanno parlato molto bene. Troviamo un bel posto, vicino al fiume San Giovanni ed andiamo subito a remi all'isolotto che vi si trova di fronte.
Il 25 siamo a Bonifacio, che una cittadina molto caratteristica. Dopo averla visitata ed essere stati al faro di Pertusato da dove si gode un panorama stupendo sulla lontana Sardegna e sull'arcipelago delle Lavezzi, vorremmo andare in gommone alla grotta dello Sdragonato ma al porto non si può arrivare con la macchina ed in uno stradello che porta ad uno spiazzo adatto per mettere il gommone in acqua c'è un guardiano che, con voce stridula, dice privè, privè.
Allora andiamo a Calalonga Plage che è una piccola spiaggetta, fitta di gente e di sub e proprio di fronte c'è l'arcipelago delle Lavezzi. Decidiamo di mettere in acqua Achille e di andare verso l'isola di Cavallo. Sbarchiamo su di una prima isola e vediamo che si tratta di un isolotto. Esaminando la carta appuriamo che si tratta dell'isola di Ratino. Di fronte a noi c'è l'isola di Cavallo.
Raggiungiamo l'isola principale che è pressoché deserta, con pochi yacht qua e là ed una costruzione, che non mi piace affatto, che ricorda la villa di Curzio Malaparte che si trova a Capri. Continuiamo allora in direzione di quello che la nostra guida chiama lo sperduto isolotto di San Bainzo dove ci sono delle antiche cave romane.
La cave ci piacciono molto perché sembra che il tempo non sia passato: qua è là si vedono dadi di granito e parti di colonne appena sbozzate che danno l'impressione di essere in attesa di una nave romana che venga a caricarle. Dalla gita riportiamo anche alcune patelle di dimensioni notevolissime: la nostra guida raccontava che l'isola di Cavallo è nota per le sue patelle giganti ed aveva ragione.
Nei giorni seguenti siamo stati a Punta di Ventilegne dove ho passato molto tempo in acqua ad osservazioni i gamberi e dei pesci buffi ed abbiamo esplorato il Golfo di Figari tentando anche di risalire, a remi, il fiume di San Giovanni che però è troppo poco profondo. Abbiamo anche visitato alcune piccolissime isole poco lontane.
Prima che la vacanza finisse volevamo però vedere la Grotta dello Sdragonato, così, avendo notato che i numerosi guardiani, che impedivano ai turisti di avvicinarsi con l'auto agli unici posti dove si potesse mettere il gommone in acqua, sparivano tutti all'ora di pranzo e stavano via un bel po', siamo arrivati un minuto dopo che se n'erano andati ed abbiamo messo in acqua il gommone.
La grotta è vicinissima al porto per cui non abbiamo impiegato molto tempo per andare e tornare. La grotta è molto bella e grande con un'acqua stupenda. Qui per la prima volta mi è servita la tromba sonora del gommone per segnalare la nostra presenza ed evitare, nell'entrare e nell'uscire, di essere travolti dai grossi motoscafi che portano i turisti alla grotta e che vanno molto veloci.
Mentre navigavamo tra le due altissime pareti rocciose che formano la stretta entrata del porto pensavo a quanto ha sostenuto Victor Bérard a proposito dell'Odissea e cioè che sarebbe stato questo il porto dei Lestrigoni che distrussero le navi di Ulisse gettando grandi massi dall'alto. Sicuramente la descrizione che fa l'Odissea di quel porto combacia perfettamente con quello che abbiamo di fronte a noi.
[1] - Si tratta della Grotta Sfondata Grande che si trova nel promontorio che chiude a nord la Baia di Campi.
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[2] - Se non ricordo male, ci trovavamo a Porto Botte.
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[3] - Il casu becciu o anche casu marzu è un formaggio pecorino, tipico della Sardegna, dove si lasciano nascere appositamente le larve della mosca casearia (Piophila casei) che, con i loro enzimi, trasformano l'interno della forma di in una morbida crema. Va mangiato prima che le larve si trasformino in pupe e quindi quando sono ancora ben vive.
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[4] - Il racconto di Italo Calvino La formica argentina è stato scritto nel 1952 ma si ispira ad una invasione di formiche che realmente avvenne negli anni '20 e '30 nella Riviera di Ponente. Non c'è dubbio che anche le nostre fossero formiche argentine (Linepithima humile) dato che questa specie ha colonizzato una vastissima area del Mediterraneo.
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