Dato che amo molto il mare, l'idea di fare vela mi attirava da molto tempo ma non ne avevo mai avuto la possibilità. Ero anche stato all'UISP a chiedere informazioni sulle attività veliche da loro organizzate e da allora ricevevo ogni tanto dei depliant con pubblicità di corsi di vela e attività consimili.
Nel 1998, avendo accumulato tantissime ferie non godute dell'anno precedente, mi sono trovato nella necessità di consumarne una parte prima dell'estate e quindi nel periodo in cui mio figlio era ancora a scuola.
Mi era arrivato il programma dei corsi tenuti all'isola d'Elba della scuola di vela Utopia che aveva, come rappresentate a Bologna, l'agenzia Eritros.
Esaminando il catalogo, avevo guardato con attenzione i programmi di vari corsi per principianti ed il più interessante mi era sembrato uno di due settimane nel quale, nella prima settimana, si imparavano i rudimenti della vela su delle derive e nella seconda settimana si circumnavigava l'isola d'Elba a bordo di piccolo cabinati.
Sono allora andato dall'agenzia Eritros per chiedere informazioni sui corsi di vela. Alla mia prima domanda (fino a che età si può partecipare ai corsi?) mi hanno detto che sono aperti a tutte le età però il corso che avevo individuato io è quello più impegnativo dal punto di vista fisico perché la prima settimana la si fa tutta sulle derive [1].
Spiego allora cosa mi interessa imparare e mi consigliano il corso di precrociera su cabinati che è molto interessante ma che avevo scartato perché è definito di perfezionamento. Mi dicono che si tratta solo di sapere un po' di teoria e che anche chi non ha precedenti esperienze di vela ricupera in fretta.
Anche questo corso è di due settimane, nella prima si sta di base a Cavo sull'isola d'Elba e si fanno uscite giornaliere con dei cabinati e nella seconda settimana si naviga fermandosi nei vari porti e dormendo a bordo. Mi prenoto allora per il corso dal 7 al 21 giugno 1998.
Il corso è stato interessantissimo, mi sono divertito tanto ed ho conosciute molte persone con le quali, purtroppo, non sono rimasto in contatto. Se qualcuno di loro leggesse queste pagine mi mandi una mail per raccontarmi le sue ulteriori avventure marinaresche ed io gli manderò le foto che ho scattato durante quelle due settimane.
Purtroppo, dopo questo corso, non ho avuto quasi più occasione di fare vela sui cabinati. Solo nel 2002, invitato da una mia collega skipper, ho partecipato ad un viaggio da Ravenna a Dugi Otok in Croazia attraversando l'Adriatico.
Di seguito riporto un sunto del diario di bordo del corso e della crociera fatta nel 1998 con Utopia ed anche qualche notizia sulla traversata dell'Adriatico fatta nel 2002.
Spero di avere ancora l'occasione di fare in futuro qualche nuovo viaggio per mare e di poter così aggiungere altre avventure a queste.
Il 7 giugno parto in treno diretto a Piombino dove prenderò l'aliscafo per Cavo. Durante il lungo viaggio rileggo un manuale sulla vela di Dennis Conner, il famoso skipper che ha vinto quattro volte la Coppa America, che ho comprato e letto subito essermi iscritto al corso di vela.
A Cavo siamo un gruppetto e ci viene incontro uno degli istruttori della scuola (Giorgio). Sull'aliscafo c'erano anche due ragazze di Bologna (Giorgia e Roberta) ma loro faranno il corso sulle derive e non quello che seguo io.
Nel mio corso siamo in quattro, c'è una coppia che viene da Francoforte, lui è italiano (Gianni), lei olandese (Conny) e poi un ragazzo che si chiama Roberto. Gli altri vanno tutti sulle derive.
Siamo alloggiati all'Ecovillaggio in stanzette da due letti. Conosciamo Donato che sarà il nostro istruttore. Il programma è: colazione alle otto e mezza, lezione di teoria dalle 9 alle 9.30/10 e poi mare fino alle 12 e 30. Alle tredici si mangia a terra, riposo fino alle tre e poi ancora in mare fino alle cinque e rotti, infine cena alle otto.
Lunedì 8 giugno 1998
Fatta colazione tutti assieme si fa lezione di teoria. Noi quattro ci mettiamo sul retro dove c'è un bel prato con una lavagna. Donato ci chiede varie cose e tutto sommato le sappiamo abbastanza tranne il nome dei venti.
Prima ancora di salire in barca, Donato ci fa imparare ad adugliare le cime [2] poi ci spiega tutta la nomenclatura (che conoscevo ma che non avevo ancora visto) e ci fa vedere tutte le cime e come usare gli winch [3].
La barca che useremo questa settimana è un Rimar 31, si chiama Luni ed è lunga 31 piedi (che sono nove metri).
Togliamo il copriboma, si parte a motore e poi, fuori dal porto, si issa la randa e poi si srotola il fiocco [4].
Si parte in bolina stretta [5] verso Palmaiola facendo continue virate. Io prima faccio il prodiere (cioè mi occupo del fiocco) poi manovro la randa ed infine sto al timone che su questa barca è a barra.
Non c'è molto vento e quando torniamo indietro si va piano. Proviamo anche le strambate [6]. Arrivati vicino al porto si ammaina il fiocco e poi si ammaina la randa e si riaccende il motore.
Io sto a prua per prendere il cavo lasciato sulla barca di fianco alla nostra e si ormeggia. Nel complesso non siamo andati malaccio.
Nel pomeriggio c'è molto più vento e proviamo strambate e virate a iosa. Nelle strambate la cosa più difficile è, quando la si è finita, fare la cosa giusta per non rifarla per sbaglio, questo perché, cambiando di mura il vento, orza e poggia si invertono [7].
Il vento si alza forte mentre siamo tra l'isola dei Topi e la terraferma così si incanala e l'effetto è maggiore. Donato prende una mano di terzaroli [8] ma le raffiche si susseguono finché si rompe la borosa [9].
A virare di prua ci si inclina moltissimo e si fa fatica fisica a stare diritti. Comunque andiamo molto bene. Stiamo per provare un'altra serie di strambate quando arriva il vento di colpo e Donato deve saltar su per prendere una mano di terzaroli. Il vento arriva fino a 23 nodi relativi.
Si torna indietro e si riduce anche il fiocco ma poi si riesce ancora a fare tantissime virate e simili anche se il mare è un po' più mosso e tutto diventa più complicato.
Quando siamo a ridosso il vento cala un po'. Si torna a riva, si ammaina quasi tutto e si va a motore ad un gavitello. Io lo prendo col mezzomarinaio [10] e ci fermiamo.
Scendo in acqua con pinne e maschera. Per fortuna non è tanto freddo. Controllo ben bene il timone che temono abbia preso un colpo nei giorni scorsi ma tutto è a posto.
Rimango a mollo un po' e si va in porto a motore mentre io mi asciugo, attracchiamo e poi aiuto a sguazzare la coperta per lavarla.
Martedì 9 giugno 1998
Oggi abbiamo una lezione teorica relativamente lunga perché Donato ci spiega la presa di terzaroli che ieri ha fatto lui in emergenza. Prima di partire Donato impiomba [11] la borosa che si era rotta ieri.
Io sto ai piedi dell'albero e scopro che è un posto comodo da dove non si deve fare molto e si ha la vista ottima. Specialmente quando si vira di prua l'effetto è notevolissimo e sarebbe bello filmarlo.
Poi devo provare e riprovare la strambata finché non la faccio bene. Dopo si fa un lungo tratto di bolina ed io devo tenere il timone, cosa non facile perché la barca è sensibile e si tende ad esagerare ogni correzione dovendola poi rifare. Torniamo all'una passata.
Nel pomeriggio prima ripassiamo le mani di terzaroli e le varie cose, poi ci mettiamo al gran lasco [12] ed andiamo fin oltre Palmaiola (con varie correzioni di rotta). Si va abbastanza oltre e ci si mette in bolina stretta e con un gran bordo [13] si torna verso riva doppiando l'isola.
Io faccio un po' il prodiere poi mi scambio con Roberto e vado al piede d'albero e scatto qualche foto mentre siamo di bolina e tutti sbandati. Si arriva in porto a motore, si mette tutto a posto e si scende.
Io sento un lieve mal di mare eppure sono a terra! Si tratta del cosiddetto mal di terra cioè un lieve capogiro che può venire appena tornati a terra dopo molto tempo in mare.
Mercoledì 10 giugno 1998
Oggi sono di comandata (cioè di turno, detto in linguaggio marinaresco), l'aiuto che dobbiamo dare a turno consiste solo nell'apparecchiare, c'è infatti una cuoca che pensa a tutto e che ci prepara ottimi manicaretti.
Alle nove Donato ci fa la lezione teorica (in terrazza ma all'ombra) e ci spiega la presa di gavitello a vela (cioè come ormeggiare la barca ad un gavitello facendo l'intera manovra a vela e non a motore). Ci vuole il suo tempo e scendiamo alle dieci passate.
Appena fuori dal porto proviamo ad ormeggiare, io sto a prua e prendo con facilità il gavitello col mezzo marinaio ma poi non so cosa fare e come attaccarsi. Non è così semplice e riproviamo la manovra molte volte con Conny che mi aiuta (e poi prova lei) e Roberto e Gianni che governano da soli.
Avvistiamo un sacchetto galleggiante e Donato fa manovrare per prenderlo su (si impiglia nelle eliche e può uccidere tartarughe e cetacei). Ne avvistiamo altri e per un po' giriamo su e giù per la baia e raccogliamo sacchetti. Gianni e Roberto diventano bravissimi ed io e Conny ci divertiamo a prua col fiocco che ci passa continuamente sulla testa e dobbiamo chinarci fin quasi distesi per terra per lasciarlo passare.
Alla fine io passo al timone, Conny manovra le scotte [14] e Donato va a prua con Roberto e Gianni per spiegare loro la manovra però è ora di pranzo e torniamo a riva. Comunque timonare non è affatto facile.
Alle tre facciamo la solito lezione teorica. Donato ci spiega la cappa ardente e la cappa filante [15], facciamo varie domande e così ci spiega anche la presa dell'uomo a mare. Si scende poi alla barca e continuiamo le prove di presa di gavitello. Conny ed io siamo stati a prua stamattina ed ora tocca starci a Gianni e a Roberto. Anche Gianni e Roberto, una volta che hanno in mano il gavitello si confondono e fanno la nostra stessa figura di stamattina.
Poi tocca a me timonare, ci allontaniamo un bel po' ed intanto arriva una barca che si ancora non troppo distante dal nostro gavitello così non possiamo più continuare. Si passa allora a provare la presa di uomo a mare. Anziché arrivare sull'uomo a mare di prua come fanno alcuni, rischiando di travolgerlo, proviamo a prenderlo superandolo e mettendosi poi in cappa per scarrocciargli [16] sopra e prenderlo di poppa o di fianco.
L'uomo in mare consiste in un parabordo [17] legato ad un bugliolo (cioè un secchio detto in linguaggio marinaresco) che, riempiendosi di acqua, lo tiene abbastanza fermo.
Ovviamente la manovra non è facile e passiamo più volte vicino all'uomo mancandolo e scarrocciando poi troppo in là. Ci divertiamo ad immaginare le parolacce che ci direbbe se fosse veramente in acqua e ci vedesse passare più volte vicinissimi senza prenderlo su.
Quello che imbroglia è che guidando un oggetto come il Rimar che è lungo come un camion, uno pensa che si debbano fare larghe curve ed invece la barca gira in pochissimo spazio e non si può certo correggere la virata perché se si va in prua al vento ci si ferma. Quindi, benché ci aiuti Donato, è difficile capire che manovre fare per andare da un punto all'altro.
Mentre scendiamo dal Luni, arriva in porto una barca a vela non molto grande che si chiama Peyote. A bordo c'è un ragazzo da solo che chiede notizie degli istruttori di Utopia e poi chiede dove ormeggiare. La manovra da solo è difficile e Donato sale con lui per aiutarlo.
Alla sera conosciamo il ragazzo di prima che si chiama Alessandro ed è un istruttore di Utopia arrivato qui per restarvi a lungo. E' di Roma e la barca è sua, è venuto da Fiumicino da solo in tre giorni.
Giovedì 11 giugno 1998
Oggi c'è la partita dell'Italia ai mondiali di calcio e quindi abbiamo deciso di rimanere fuori senza rientrare ad ora di pranzo per poi smettere prima al pomeriggio e fare in tempo a vedere la partita che inizia alle cinque e mezza.
Prima di partire però c'è la lezione teorica che è abbastanza lunga perché riguarda gli ancoraggi a vela e c'è quindi una prima parte sui vari tipi di ancora (e di fondali) e poi su come fare le manovre a vela.
Si va al porto e si sale in barca, con noi abbiamo della frutta e del sugo al pesto che ci ha dato la cuoca che non era stata avvisata della nostra intenzione di rimanere fuori e che quindi non ha preparato panini.
Si prepara l'ancora e la catena prima di partire. Si parte, si esce, si fa qualche virata e si torna subito sottocosta dirigendosi verso la zona a monte del porto ai piedi di una casa-castello in una posizione invidiabile.
Per il primo ancoraggio io sto all'ancora e si fa tutta la manovra abbastanza bene. Donato ogni tanto si dichiara soddisfatto dei nostri progressi e del nostro affiatamento.
Intanto si è fatta ora di pranzo e Donato mette su l'acqua. Io vado in mare e vengono anche lui e Conny. Mi metto la maschera e le pinne e faccio un lungo giro fino alle rocce della costa. Il fondo è bello con posidonie fin sotto riva, nuotare sulle praterie di posidonia dà l'impressione di volare.
Intanto la pasta è cotta e risalgo. Ci mangiamo degli ottimi fusilli al pesto comodamente seduti nel pozzetto [18], poi ci si riposa un po' al sole e mangiamo la frutta. Dopo faccio io il caffè ed accendo il fornello da barca che è dondolante, fornito di bloccapentole e con termostato di sicurezza fatto come quelli delle caldaie a gas.
Si riparte abbastanza presto per continuare gli ancoraggi. Ora tocca a me timonare, si toglie l'ancora e la manovra non è molto difficile (almeno per il timoniere), andiamo al largo e torniamo in bolina stretta.
Siamo appunto in bolina stretta con le vele cazzate a ferro [19] quando arriva una raffica di vento, la barca, che è già sbandata, si inclina ancora di più ma all'improvviso lo sbandamento aumenta vistosamente.
Donato salta su come un tappo e mi zompa praticamente in braccio prendendo il timone e la scotta di randa e manovra il tutto rapidamente cambiando rotta e lascando la randa [20].
E' successo che, oltre ad arrivare una raffica, è girato il vento che ci è venuto di lato facendoci sbandare ancora di più. Riprendo il timone ed arriviamo a riva mentre io cerco di capire le variazioni continue del vento per rimanere di bolina.
Comunque alla fine dobbiamo fare qualche virata in più del previsto ma arriviamo in zona. La manovra di ancoraggio è un po' laboriosa perché la barca si sposta continuamente e non sta al vento che gira spesso. Comunque ci si ancora e l'ancora tiene.
Poi Donato ci spiega varie cosette su quello che è successo oggi. Si avvicina l'ora della partita e si riparte a motore per entrare in porto. Oggi però Donato ci ha anche spiegato come si accende e si usa il motore (che in questa barca è un entrobordo diesel) con Roberto al timone che prova anche l'ancoraggio in banchina.
Ci si ancora, si sistema la barca, la si lava di fuori (la vetroresina col sale del mare si rovina) e si scende.
Si avvicina un tizio che si mette a chiacchierare con Donato che ce lo presenta, si chiama Pierre ed è un sessantenne belga proprietario dell'Alize, una barca a due alberi ormeggiata al molo proprio all'altezza del nostro pontile.
Ci dice che la barca è di fabbricazione belga ed infatti ha una linea molto diversa da quella delle altre, appare molto più panciuta e pensata per affrontare altri climi. Non è particolarmente grande ma ha già fatto due volte la traversata dell'Atlantico!
Venerdì 12 giugno 1998
Di notte c'è un vento tremendo. Scendo a colazione. Stanotte il vento era a forza 9 (la forza è del vento e non del mare), ora il tempo è molto variabile ma con raffiche tremende di vento (poco meno di 30 nodi) per cui non si può uscire. In effetti fuori non si vede una vela ed al largo è tutto bianco di onde (il porto di Cavo invece è a ridosso). Così questa mattina si farà lezione teorica tutti assieme.
Donato tiene lezione di meteorologia a tutti in uno degli stanzoni del piano terreno. Ci sono alcune cose che sapevo già ed altre che ignoravo come il fatto che i venti nelle basse pressioni ruotano in senso antiorario e nelle alte in senso orario per cui quando sta arrivando una perturbazione se mi metto faccia al vento avrò il brutto tempo (ma anche il vento forte) a dritta ed il bel tempo a sinistra.
Si va a mangiare e poi alle tre si torna alla barca e ci mettiamo tutti sotto, c'è sempre vento fortissimo e lo si sente sibilare fra le sartie e le barche dondolano. Si usa la proiezione di Mercatore per poter usare linee diritte per le rotte in quanto tutti i meridiani ed i paralleli risultano perpendicolari fra di loro (cioè anche i meridiani sono paralleli fra di loro).
Intanto fuori, ora piove furiosamente, ora torna il sole. Facciamo anche varie soste e ci facciamo un caffè oltre a bere bicchieroni di tè freddo. Domani, tempo permettendo, dovremo andare al golfo di Baratti per poi tornare assieme ad un Meteor che viene da San Vincenzo e fargli sicurezza (noi intrepidi marinai).
Sabato 13 giugno 1998
Alle nove ed un quarto siamo pronti a scendere per andare a San Vincenzo a prendere i Meteor. Il tempo è tornato bello ed il sole picchia. Di prima mattina sembrava addirittura ci fosse poco vento ma poi rinforza.
Alle dieci molliamo gli ormeggi, con noi c'è Elena (la segretaria di Utopia), partiamo con già una mano di terzaroli. Quando usciamo dal ridosso del capo che c'è a nord di Cavo l'onda si comincia a sentire.
Sono ondone enormi e lunghe. Il vento è di bolina, piuttosto largo e si prende bene. Il mare rinforza ancora e Donato ci spiega che il fetch, cioè la distanza che percorre il vento, è aumentata perché ora siamo oltre la punta della Corsica e quindi le onde sono più grandi.
Si supera la punta alta sul mare che chiude a sud il golfo di Baratti e poi anche quella più bassa che la chiude a nord. Ora c'è un tratto di costa bassa e sabbiosa per cui l'unico punto di riferimento è una villa isolata in mezzo alla vegetazione.
Siamo già in vista di San Vincenzo, anche se fatichiamo a vedere il porto; quando siamo più vicini, col binocolo vediamo le onde che si frangono con violenza sui frangiflutti. Prima che si vedano passa un bel po' di tempo e così andiamo oltre San Vincenzo e torniamo indietro. Anch'io mi faccio un lungo turno al timone ma devo solo tenere la rotta e cercare di prendere bene le onde (fare tutte e due le cose non è semplicissimo).
Finalmente i Meteor escono, uno parte vele al vento verso sud, l'altro esce al largo ma passa molto tempo prima che riescano ad issare la vela. Ci accostiamo e diamo le indicazioni sulla rotta da tenere. Abbiamo ridotto un'altra mano di terzaroli ed arrotolato quasi tutto il fiocco per andare piano come il Meteor che è più corto e quindi più lento di noi e Donato dice Tirate fuori il fiocco che andiamo a prenderlo. Al timone c'è Roberto che gongola.
In breve lasciamo indietro l'altro Meteor e cominciamo a guadagnare terreno. Ovviamente ci vuole il suo tempo e Gianni propone di togliere la mano di terzaroli ma basta il solo fiocco per acchiappare il Meteor. Visto che navighiamo in flottiglia e che siamo venuti fin qui per fare sicurezza, è assurdo che ognuno vada per conto suo così c'è un nuovo inseguimento e nuovi improperi allo skipper il quale si giustifica dicendo che tanto siamo in vista (cioè ci vediamo gli uni con gli altri).
Comunque anche lui riduce l'andatura ed i due Meteor stanno in fila con noi che stiamo in coda e li controlliamo come un cane da pastore con le pecore. Tocca di nuovo timonare a me e resto al timone fino a Cavo puntando prima sull'isola dei Topi. Ci ancoriamo e poi laviamo la barca. Abbiamo fatto la bellezza di 32 miglia a vela e cioè circa sessanta chilometri. Non avendo mangiato niente siamo abbastanza affamati.
La domenica dopo il corso ci si riposa e si preparano i bagagli per la crociera che ci aspetta. Partiremo domani su due barche. Gianni e Conny rimarranno sul Luni che è il Rimar 31 che abbiamo usato fino ad ora. Con loro saliranno Giorgia e Roberta che sono le due ragazze di Bologna che hanno fatto il corso sulle derive. Lo skipper sarà Alessandro, l'istruttore arrivato fin qui da solo sul Peyote.
Io invece, insieme a Roberto, andrò su di una nuova barca. Si tratta di un Comet 33 che si chiama Utopia II. Dato che 33 indica la lunghezza in piedi questa barca è più lunga (e più larga) del Rimar ed arriva ai dieci metri di lunghezza. L'itinerario che si spera di fare è il seguente: Marciana Marina - Capraia - Macinaggio (che è in Corsica) - Marciana Marina - Portoferraio - Cavo. Tutto però è legato ai capricci del tempo che, in questi giorni, è sempre stato molto variabile. Lunedì 15 giugno 1998
Fabio fa l'elenco delle cose da comprare per riempire la cambusa ed andiamo alla CONAD riempiendo due carrelli. Compriamo anche una bombola del gas di scorta, si chiama di rispetto. Il tempo è coperto e le previsioni non un granché e si pensa di fare l'itinerario previsto nell'altro senso.
Finalmente si esce dal porto, ci si dirige su Palmaiola e si fanno un mucchio di bordi, a turno tutti facciamo tutto: scotta di randa, scotta di fiocco, timone e limitarsi a fare da contrappeso spostandosi sopravvento ogni volta che si gira.
Rimaniamo a lungo nella zona fra Palmaiola, Cerboli e Capo Pero mentre il Rimar fa le stesse cose. Si scapola [22] poi Capo Pero e siamo poi in vista di Rio Marina e si continua, avendo addosso la cerata sono comodo con la macchina fotografica perché la tengo in tasca.
Prima delle tre abbiamo fame e Fabio scende sotto e ci taglia pane, formaggio e salame. Quando siamo stanchini si va verso Porto Azzurro, il Luni ormai è distante e non capiamo più dove sia. Anche via radio tutto quello che otteniamo è di sentire dei napoletani che parlano sul canale 71.
Si passano Capo Artano, Punta delle Cannelle e Capo Bianco prima di arrivare a Porto Azzurro. In lontananza si vede il cono dell'isola di Montecristo che dista da qui 24 miglia (cioè 45 chilometri) ma che si vede bene perché il suo monte più alto (il Monte della Fortezza) arriva a 645 metri sul livello del mare. Purtroppo l'isola non è visitabile se non con speciali permessi difficili ad ottenersi.
Entriamo a Porto Azzurro, in porto non c'è posto se non a pagamento. Si ormeggia ed intanto arriva il Rimar.
Martedì 16 giugno 1998
Il tempo sembra bello col cielo limpido a nord e bruttino e con nuvoloni a sud. Pian piano però il cielo si libera tutto. Si esce a motore con Roberto al timone e Fabio che gli spiega tutte le manovre.
Si issa la randa con parecchia difficoltà perché si incastrano continuamente i canestrelli [23]. Non c'è molto vento ma si riesce ad andare. Proviamo le prese di terzaroli sempre con difficoltà a issare ed ammainare la randa. Appena però siamo a ridosso di Punta dei Ripalti e ci poniamo sulla rotta di 276° che abbiamo calcolato per arrivare a Fetovaia (dove vorremmo fare il bagno prima di andare a Marciana Marina) il vento cade quasi completamente. Il Luni è molto indietro.
Nonostante il poco vento si riesce ad avanzare anche se a bassa velocità. Pian Pianino riusciamo a scapolare Punta della Calamita e riusciamo a vedere tutta l'isola d'Elba nella sua lunghezza. Ora si vede anche Montecristo che in precedenza era nascosto nella leggera foschia che c'è a sud mentre ad est la visibilità è perfetta e si vede bene la costa toscana.
Verso riva si vedono due isolette (Isole Gemini) e più al largo altre due (Isole Corbelli). Siamo al largo di queste alla mezza e si ragiona sul fatto se si riesca o no ad arrivare in tempo. Intanto Fabio prepara piatti di tonno, cipolla e fagioli con anche insalata e formaggio che innaffiamo con del buon vino.
Si pensa di accendere il motore sperando che poi la situazione del vento migliori ma vorremmo sentire il Luni che è rimasto indietro e che non sappiamo più dove sia, visto che in lontananza c'è più di una barca. Ci dicono che per il poco vento sono rimasti due ore pressoché fermi e non sono neanche riusciti a chiamarci. Noi intanto abbiamo perso gran parte dell'acqua che avevamo faticosamente guadagnato.
Si decide che è tardi per arrivare a Marciana Marina considerato che, se qualcosa ci rallenta, non abbiamo modo di fermarci prima o di tornare indietro. Di tornare a Porto Azzurro non ne abbiamo voglia, si decide di andare a Rio Marina che è tra Porto Azzurro e Cavo.
Si torna allora indietro decidendo di fermarci vicino Porto Azzurro per un bagno. Col vento va sempre peggio ed accendiamo il motore. Il Luni però va nettamente più piano anche a motore e rimane indietro.
Si pensava di andare a Naregno, una spiaggia rinomata ma entriamo invece nell'Ansa Ferrato. Sono io al timone, faccio la ricognizione per decidere dove andare e dirigo l'ancoraggio.
Ci si prepara per fare il bagno. I fondali sono coperti di posidonie e l'acqua è molto limpida. Vedo vari saraghi, uno dei quali anche abbastanza grosso. Sto tornando verso la barca quando vedo una cosa arancione fra le posidonie. Si tratta di un piccolo nudibranco, lo osservo attentamente mentre nuota in acqua libera fuori dalle posidonie fra cui di solito vive e si nasconde ed osservo un piccolo sarago che si avvicina e prova ad assaggiarlo senza successo.
I nudibranchi sono fra le creature più belle del mare però sono poco conosciute perché hanno piccole dimensioni: da pochi millimetri ad alcuni centimetri. Si tratta di molluschi gasteropodi cioè in pratica di lumache marine, senza guscio, che hanno sviluppato molto il mantello (il piede su cui normalmente strisciano) e muovendolo sinuosamente, sono in grado di "volare" nell'acqua, con molta grazia e con movimenti simili a quelli di una ballerina spagnola che agiti la sua mantiglia. Si riparte, si mettono le vele ma fanno poco e si tiene acceso il motore. Si entra a Rio Marina, c'è molto posto e si attracca. Una tizia di un'altra barca ci aiuta nell'ancoraggio vediamo che anche lei, come noi, è in difficoltà con la gassa d'amante [24].
E' difficile saltare sul molo perché siamo ormeggiati di poppa con il molo alto ed avendo la poppa a fetta di salame bisogna avvicinare la barca a riva tirando le gomene che la ormeggiano e poi, prima che si allontani di nuovo, fare un salto verso l'alto.
Mercoledì 17 giugno 1998
Si parte relativamente presto anche se non alle nove come promesso. Di andare a Capraia non se ne parla e si decide di andare a Marciana Marina passando però a nord dell'Isola d'Elba, fermandosi per il bagno lungo il tragitto e facendo esercizi di navigazione vari.
Quando siamo al largo e dirigiamo su Palmaiola Fabio ci fa fare esercizio di skipper ed ordinare l'issa e l'ammaina randa. Lo fa prima Roberto. Fabio segue tutto e poi spiega gli errori: Roberto non è sicuro di sé negli ordini, nei militari direbbero scarsa attitudine al comando. Ci chiama il Luni che invece sta andando per la sua strada e gli diciamo cosa stiamo provando e ci dicono Guardandovi ci chiedevamo cosa steste facendo. Si fanno poi un po' di virate arrivando fin quasi a Palmaiola. Tengo il timone per un po' fin quasi all'isola dei Topi poi lo passo a Massimo. Si continua con un bel vento per lunghi tratti. Si sta proprio bene e ci rilassiamo. Si supera lo Scoglietto ed il porto di Portoferraio e ci si avvicina a Capo d'Enfola.
Siamo tutti tranquilli quando sobbalziamo sentendo odore di bruciato. Su di una barca il fuoco è una delle cose più pericolose nonostante ci sia tutta l'acqua che si vuole e ci guardiamo attorno non vedendo niente di sospetto.
Dopo qualche secondo scopriamo la causa dell'odore: un accendino è stato lasciato sul pagliolato dei bordi del pozzetto e Fabio, che è in piedi, ci ha messo un piede sopra senza accorgersene.
In realtà l'accendino è quasi tutto fuori dal piede tranne la punta e così facendo nel pestarlo l'ha acceso e la tenuto acceso per cui la fiammella gli sta bruciando un pezzettino di suola della scarpa.
Già accendere un accendino pestandolo con un piede è una cosa difficilissima ed improbabile ma poi mantenere accesa la fiamma tenendo premuta la levetta è ancora più difficile. In pratica uno potrebbe provarci per mille anni senza riuscirci!
A Capo d'Enfola è ormeggiata una goletta ma noi viriamo per entrare nel golfo di Viticcio dove fare il bagno. Ci si ancora e si scende per il bagno, cerchiamo di sistemare la scaletta a poppa per averla più comoda ma come scaletta è molto scarsa e non si può allora preferiamo tuffarci, io prendo solo la maschera e la macchina foto.
L'acqua è limpida ma il fondo è di sabbia senza panorami, faccio una lunga nuotata fino a riva. Giro qua e là c'è un fondale simile ad ieri ma niente di speciale.
Su di un fondale di circa quattro metri vedo qualcosa che non capisco cosa sia. Scendo e si tratta di un berretto da sole. Lo ricupero e me lo metto in testa. Faccio una nuotata lunghissima costeggiando la costa (per l'appunto). Rimaniamo a lungo ascoltando la musica, prendendo il sole e scattando foto. Poi noi ripartiamo mentre quelli del Luni rimangono ancora.
C'è pochissimo vento, proviamo le strambate e a me vengono abbastanza bene però fatte con uno che tiene la scotta di randa e non facendo tutto da solo e tenendo il timone fra le gambe. Arriva anche il Luni e si ancora in seconda fila attaccato a noi. Siamo curiosi su cosa sia questa fantomatica navetta. Arriva un battello buffissimo con una schiera di antenne, argani, telecamere subacquee, bombole, etc. Sicuramente è attrezzato per degli studi oceanografi, si chiama Manning e batte bandiera americana.
Giovedì 18 giugno 1998
Si parte ma ci si ferma subito di prua presso il pontile per fare il pieno d'acqua perché siamo senza. Dovevamo avere il serbatoio pieno ma sembra che non fosse così. Per fare tutto ciò non ci ancoriamo ma teniamo ferma la barca con le cime e tenendoci alla barca di fianco. Poi ci si stacca dalla banchina e Fabio mi lascia il timone e mi fa uscire dal porto, lui se ne va addirittura di sotto.
Quando siamo fuori devo assumere le vesti dello skipper ed ordinare di issare la randa. Con l'allenamento già fatto me la cavo abbastanza bene. Si prova ad andare a vela ma c'è pochissimo vento e ben presto dopo vari tentativi si deve andare a motore.
Ci si dà il cambio al timone e quando siamo più avanti (dopo poco meno di due ore a motore) si alza un pochino il vento. Fabio fa issare le vele e proviamo a spegnere il motore, anche se piano si va avanti. Regola bene tutte le vele e poi prova a scarrellare la randa sopravvento [26] e si guadagna ancora velocità.
Ci mettiamo in rotta su Capraia e facciamo praticamente un unico bordo limitandoci a mantenere la rotta. Si sta benissimo e sono tutti rilassatissimi e riposati. Come al solito si mangia con una insalatona rinforzata da formaggio.
Incontriamo vari traghetti. Si spera di vedere dei delfini ma niente da fare. Io vedo saltare un pesce a prua, probabilmente un cefalo e più tardi vedo saltare qualcosa di grosso a poppa, risalta alcune volte diritto in aria e lo vedono anche gli altri.
Non ha però la sagoma di delfino, né salta come un delfino. Ha la forma di pesce e salta verso l'alto senza girarsi e ricadendo quasi di coda, forse si tratta di un tonno anche se mi sembra più slanciato di un tonno.
Siamo in vista di Capraia fin dalla partenza ma ora si vede piuttosto bene, a nord si vede anche Gorgona. La torre dello Zenobito si vede da tempo anche se è solo un puntino sopra ad uno sperone roccioso.
Il vento è un po' più forte e si va bene. La nostra rotta ci porta a sud di Capraia e si vira di prua portandoci paralleli all'isola e risalendone a distanza il lato est.
Ridiamo perché quando chi è al timone dà l'ordine Pronti a virare? invece di veder tutti scattare come al solito si sente rispondere ma perché?
Mentre siamo paralleli a Capraia vediamo due aerei militari sfrecciare a fianco dell'isola a bassissima quota. Sono più bassi della torre dello Zenobito che è a 83 metri sul livello del mare quindi sono a settanta metri da terra ma forse sono solo cinquanta.
C'è una barca a vela a metà dell'isola ed ho anche l'impressione che si abbassino ulteriormente mentre ci passano sopra e si alzino poi, simulando forse di attaccare la barca. A quanto pare il Cermis non è servito a niente.
Si cerca il Luni e lo chiamiamo per radio, stanno andando a motore da tempo perché erano scaduti molto e sono sottocosta dell'isola. Il vento cade anche per noi e si fa l'ultimissimo tratto a motore.
Si entra in porto ed è tutto pieno di barche anche perché una parte notevole del porto è inutilizzabile perché insabbiata e lì ci stanno solo alcuni gommoni locali.
Allora proviamo ad attraccare dal benzinaio perché ci hanno detto che ha finito la nafta ma non vuole e dice che è possibile solo dalle sette in poi. Non si sa che fare (sono le cinque e mezza) e ci arrangiamo alla meglio di fianco al Luni. Quando diciamo a Gianni che oggi abbiamo anche cazzato il meolo [27] ci chiede scherzando se si tratta di uno dei sette nani.
Arriva un motoscafo e si attracca dal benzinaio e non si sposta dicendo di essere in avaria. Poco prima delle sette ci stacchiamo e ci mettiamo in posizione, c'è anche un altro che manovra ed arriva un terzo. I posti sono tre ma tutti hanno paura di qualche fregatura.
Fabio manovra per non spostarsi dalla posizione migliore lamentandosi nel contempo dell'Italia (di fianco al Luni ci si poteva stare ma c'è uno che parte alle cinque di mattina ed un altro che non vuole che si attracchino a lui).
Sembra un rodeo con le barche che manovrano pericolosamente in uno spazio ristretto. Alle 6 e 59 iniziamo la manovra di attracco, intanto un ketch enorme, appena arrivato, targato Roma ma con su dei toscani inizia anche lui ad attraccare affiancandosi di forza fra le altre barche senza nemmeno i parabordi su e frega il posto ad uno dei tre.
Venerdì 19 giugno 1998
Dobbiamo partire entro le otto perché il benzinaio ha detto che alle otto e tre quarti taglia le cime d'ormeggio (per modo di dire). Comunque la cosa è utile perché così, una volta tanto, partiamo presto.
Si esce a motore come al solito e poi si prova ad issare la vela, c'è poco vento ma si riesce ad andare. Si risale la costa e ci si avvicina alle Formiche che distano un quattrocento metri dalla costa.
Quando siamo al largo delle Formiche c'è sempre meno vento e bisogna andare a motore, ci si alterna al timone ed io sto attento ai punti dove scattare le foto dato che questo lato dell'isola non lo avevo mai visto. Si supera Punta della Manza dove c'è anche uno scoglio a poca distanza della riva e poi Punta del Trattoio su cui si vede una lampada che è segnata anche sulla carta nautica con questa sibilline indicazioni: Lamp. 8s 150m 7M. Sempre a motore si arriva a Punta dello Zenobito dove sorge una bella torre. In basso c'è una sporgenza rocciosa attaccata alla costa che, da questa visuale, è assolutamente identica ad una torricella in rovina e sembra un complemento della torre soprastante mentre invece si tratta di una formazione naturale.
Si gira intorno alla punta e si comincia anche a vedere Cala Rossa che è contigua a Punta dello Zenobito ma diversissima infatti c'è un tratto di parete completamente color rosso scuro ed un altro tratto, sempre dello stesso colore, ma fatto in strisce orizzontali.
Il Luni è ancorato qui e ci sentiamo per radio. Loro si fermano a fare il bagno. Fabio chiede se vogliamo fermarci anche noi ma tutti sono dell'idea di continuare per fare strada nel caso si debba fare tutto il tragitto a motore. A turno timoniamo tutti ma non c'è da virare né molto da fare e dormicchiamo qua e là, io riesco a dormicchiare in tutte le posizioni, anche quasi in piedi e cioè stando seduto sui gradini della scala che scende sotto e con la fronte appoggiata al tambuccio. Quando siamo finalmente sotto costa il vento casca di nuovo e dobbiamo accendere il motore, siamo scaduti verso est e dobbiamo navigare per un po' lungo la costa per riguadagnare il porto di Marciana Marina.
Il Luni è indietro a noi e ci dicono per radio che, dopo molto motore, hanno trovato un po' di vento di gran lasco e che hanno alzato anche lo spinnaker. Li vediamo lontanissimi e colorati ma non riguadagnano su di noi e quindi non arrivano abbastanza vicini perché io possa fotografarli.
Si entra in porto, c'è posto lungo la banchina alta ma dopo è complicato scendere da Utopia II che è sprovvisto di passerella e c'è un altro posto in fondo vicino alla torre pisana dove la banchina è più bassa. Sabato 20 giugno 1998
Ci si prepara per uscire dal porto. La manovra non è semplicissima perché abbiamo davanti a sinistra un motoscafo in seconda fila e a destra il cavo dell'ancora di un'altra barca.
Prova l'uscita Roberto con Fabio che lo controlla e noi pronti ai lati della barca. Quando siamo in mare proviamo ad issare le vele ma c'è talmente poco vento che le vele non servono nemmeno per aiutare il motore.
Il Luni parte dopo di noi ed è indietro. Si procede tranquilli rimanendo al largo. Vediamo il volo di alcuni cormorani che vanno radenti l'acqua e sembrano sempre sul punto di precipitare. Sono quasi sempre isolati ma ne vediamo tre assieme che formano un bel gruppetto.
Col motore non ci vuole molto ad arrivare in vista dell'isola dei Topi. Fabio ci chiede cosa vogliamo fare, si era parlato di ancorarsi a Palmaiola per fare il bagno ma c'è chi programma di fermarsi addirittura subito.
Il posto non è brutto ma è raggiungibile anche da terra (è Cala dell'Alga e ci si arriva anche a piedi da Cavo) mentre a Palmaiola ci si arriva solo con una bella barca e propongo di continuare per Palmaiola.
Si prosegue ed appena doppiata l'Isola dei Topi, abbiamo la sorpresa di trovare un po' di vento. Si issano le vele e si inizia a provare, a turno, delle strambate. Quando tocca a me la prima mi viene benissimo. Poi ne faccio due fatte male e poi una un po' meglio stando più attento.
A turno proviamo tutti ed intanto si fanno anche alcuni bordi con virate di prua per rimanere fra Cavo e Palmaiola. Fabio scende e prepara la solita insalatona che però sa fare ogni volta diversa.
Intanto arriva anche il Luni che anche oggi ha alzato lo spi (ma fa tutto Alessandro), invece noi non abbiamo mai avuto occasione di issare lo spinnaker e di poter provare questa nuova manovra; oggi però ci siamo esibiti anche nello scarrellare la randa sottovento in quanto di bolina stretta il timone era un po' duro.
Infine si torna in porto, si ormeggia e si mette ordine. Ci facciamo scattare una foto tutti assieme. Ci siamo divertiti molto ed è stata una vacanza bellissima. Abbiamo ancora una serata tutti assieme ed un'altra notte a bordo poi domani ci divideremo ed ognuno andrà per la propria strada.
Nel 2002 una mia collega, esperta skipper, mi dice che dovrà fare un trasferimento con la barca di un amico (portarla in Yugoslavia a fine luglio e riportarla qui in agosto) e mi invita a partecipare, la cosa mi piacerebbe molto visto che è dal corso del 1998 che non ho più fatto vela.
Così il 26 luglio parto da Bologna, assieme ad un'altra collega (Irene), per andare a Rimini dove è ormeggiata la barca e dove si trova già la mia collega skipper (Leda). Arriviamo nel primo pomeriggio e subito smontiamo il genoa per sostituirlo con un fiocco più piccolo (anche se c'è l'avvolgifiocco) [28] perché le previsioni del tempo non sono buone.
Dopo usciamo dal Marina che è del Ravenna Yatch Club e che è molto bello con tutti i servizi necessari e tante barche ordinatamente ormeggiate.
Facciamo un giretto e mentre torniamo vediamo arrivare in macchina gli altri due nostri compagni di viaggio, uno si chiama Giorgio e l'altro Paolo. Alla sera sentiamo le previsioni del tempo che valgono per dodici ore (quindi fino alle sei di domani mattina) e che prevedono un forte peggioramento con vento fino a forza 7 e che gira da Nord a Nord-Est. Il giorno successivo (sabato 27) ci si riposa, si passeggia e si fanno altri lavoretti alla barca (sistemiamo il tendalino). Si parla della rotta da seguire. Si può andare direttamente a Lussino o a Punte Bianche o fare intanto tappa ad Ancona per poi attraversare l'Adriatico da lì. Alle 4 e 30 di domenica 28 si balza dal letto ma appena affacciati al tambuccio vediamo che c'è molto più vento di ieri sera. Si sentono le previsioni del tempo e non sono affatto buone. Viene detto che c'è una tempesta in corso sull'Adriatico Centrale e che c'è il vento a forza 7.
Il vento però si è appena alzato e il mare sembra più calmo di ieri. C'è un gran conciliabolo e si decide che con una dichiarazione di vento a forza 7 non si può più uscire nemmeno per andare ad Ancona come si pensava anche se il vento ora viene da Nord e sarebbe a nostro favore. Ormai siamo alzati ed abbiamo preso il caffè quindi è inutile tornare a letto e si decide tutti di andare a vedere l'alba sul molo foraneo anche per controllare le condizioni del mare. Si arriva alla diga foranea che è lunga quasi tre chilometri ed iniziamo a percorrerla, qui c'è più vento anche se il mare appare relativamente calmo, ma più si va avanti e più il mare è mosso.
Pian piano arriviamo in cima alla diga e qui le onde sono alquanto alte e ravvicinate. Esce un motoscafo della Guardia Costiera e salta molto sulle onde piantandosi ogni tanto nella successiva.
Finalmente, visto che il bollettino del mare prevede un miglioramento, alle 18 e qualcosa, si parte con un altra barca la Patty, si pensa di andare a Lussino e a secondo del tempo vedere qui cosa fare. Ci sono delle belle onde ma direi che quando, nel 1998, siamo andati a vela da Cavo (sull'isola d'Elba) a San Vincenzo era peggio. Timono io per circa un'oretta proprio mentre tramonta il sole alle mie spalle, così mi faccio fotografare con la ruota del timone fra le mani. Poi lascio il timone all'Irene. Al largo si va un po' meglio e ci sono onde grosse solo ogni tanto ma arrivano in gruppi di tre o quattro alla volta. La luna sorge alle 23 e rotti ma per un po' non si vede perché è coperta da una nuvola bassa, quando spunta fuori è rossa come un cocomero. La Patty ha fatto una rotta più a sud di Lussino e quindi siamo già all'altezza di Dugi Otok dove siamo diretti e dove ci infileremo fra le varie isole. Sono al timone io e dopo un bel po' sento che il vento è cambiato. Vengono regolate le vele ma sento che si fa fatica a tenere la barca. Guardo l'anemometro e vedo che il vento sta aumentando velocemente ed ha già superato i 16 nodi, allora prende il timone Giorgio, si spegne il motore ed andiamo di bolina. Quando il vento cala riprendiamo ad andare a motore. Arriviamo alla punta nord-ovest di Dugi Otok e vediamo il faro di Veli Rat. Ad ovest del faro c'è una zona di secche e si vedono ancora alcuni relitti di navi emergere parzialmente dal mare.
Ci infiliamo tra l'isola di Molat e Dugi Otok e poi, superata anche la punta nord-est di Dugi Otok viriamo verso sud-est infilandoci in specie di canale larghissimo formato dalle isole di Dugi Otok e di Zverinac. Si arriva a Božava e si attracca al porto alle 13 e 05 (di lunedì 29). Nonostante il tempo sia coperto c'è un caldo afoso. Ci sediamo all'aperto in un ristorante sul porto, comincia a piovere allora ci spostiamo ma smette subito. Dopo mangiato torniamo alla barca ed andiamo a Brbinj che si trova più a sud. Ci sono varie barche ma tutte attaccate a dei gavitelli all'inizio della baia, il pontile invece è libero e ci mettiamo lì. I luoghi appaiono piuttosto selvaggi, noto delle piante di datura [29] ed osservo la vegetazione tipicamente mediterranea ma che appare simile a quella che si può trovare molto più da sud di qui. Quando torniamo alla barca fa caldissimo. Mi metto il costume e vado in acqua facendo una lunga nuotata. Intanto arrivano molte altre barche. Alla sera andiamo al ristorante a mangiare il pesce. Quando torniamo alla nostra barca, che oggi pomeriggio era da sola ed in un luogo solitario e silenzioso, vediamo che ora, senza essersi mossa di un millimetro si trova in un luogo pieno di barche tutte fitte ed alquanto rumoroso.
La mattina dopo (martedì 30) ho ancora il tempo per un'altra lunga nuotata ed una passeggiata nei dintorni di Brbinj e poi prendiamo il traghetto per Ancona che ci riporta verso casa.
[1] - La parola deriva ha vari significati: il primo senso di deriva è, infatti, lo spostamento laterale che un corpo galleggiante subisce per l'azione di una massa liquida in movimento, ad esempio una corrente marina. Per resistere all'effetto di deriva le imbarcazioni hanno dei dispositivi che si chiamano appunto derive. Nelle imbarcazioni a vela si dice deriva o chiglia di deriva un piano verticale che sporge in basso sotto il natante.
[2] - Cima è il termine generico per indicare una corda (guai a dire corda!) che poi può prendere vari nomi a seconda del suo scopo e adugliare (o addugliare) significa raccoglierla in duglie e cioè in spire in pratica vuol dire arrotolare una corda in maniera tale che possa essere srotolata facilmente ed in fretta.
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[3] - Winch è un termine inglese che significa argano o verricello (piccolo argano) ma si usa questo termine anziché dire argano perché si tratta di un oggetto ben diverso da un argano di una volta.
[4] - Il boma è il pennone (cioè un palo) posto orizzontalmente e unito (il punto di unione si chiama varea) alla parte posteriore dell'albero e tiene la randa cioè la vela posteriore e più grande di uno yatch armato con vele Marconi (all'estero dicono vele Bermuda) come il nostro. Quando si arriva in porto di solito non si toglie la randa ma la si ammaina sul boma, la si lega e la si copre con un telone che si chiama appunto copriboma.
[5] - La bolina è l'andatura che si effettua mantenendo una rotta il più possibile contraria alla direzione di arrivo del vento (cioè circa a 40-45 gradi a destra o sinistra rispetto al vento, se si riduce troppo l'angolo la barca non può più proseguire); si distingue in bolina stretta, bolina o bolina larga a seconda dell'ampiezza dell'angolo al vento).
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[6] - La strambata è il cambiare di bordo in una andatura di poppa, ovvero cambiare il bordo della barca contro cui arriva il vento passando con la poppa per la zona da cui arriva il vento.
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[7] - Orzare significa portare la prua della barca verso la direzione da cui proviene il vento (cioè stringere il vento) mentre invece poggiare (o anche puggiare) significa allontanare la prua della barca dalla direzione da cui proviene il vento.
[8] - Terzarolare significa diminuire la superficie della vela (in questo caso della randa) esposta al vento ammainandone solo una frazione. Ogni frazione di vela ammainata si chiama mano (o presa) dei terzaroli.
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[9] - La borosa è la cima utilizzata per richiamare e fissare (verso l'estremità del boma) l'occhiello di una bugna delle mani dei terzaroli. Infatti nella randa sono predisposti degli occhielli (uno per ogni mano) per facilitare la presa dei terzaroli.
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[10] - Il mezzomarinaio consiste in una lunga asta con una punta ed un uncino e viene utilizzato nelle manovre di ormeggio per recuperare un cavo (mediante il gancio) o per allontanarsi (facendo forza sul puntale). E' così chiamato perché è talmente utile che la sua presenza vale come un mezzo marinaio in più.
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[11] - Impiombare significa intrecciare i legnoli di due o più cime allo scopo di formare un occhiello oppure impedire che il cavo si strefoli o (come nel nostro caso) per effettuare una giunta (i fili che compongono una cima sono intrecciati in trefoli, i trefoli sono intrecciati fra loro e formano i legnoli ed è l'intreccio dei legnoli che forma la cima).
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[12] - Il gran lasco è una delle possibili andature della barca. Si è al gran lasco quando la barca va in una direzione tale da avere il vento che arriva con un angolo da 140 a 170 gradi (in pratica molto vicino alla poppa).
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[13] - Un bordo è tratto di mare percorso seguendo la stessa rotta. Quando si è di bolina è necessario fare molti bordi per risalire il vento e cioè procedere a zigzag virando di prua alla fine di ogni bordo. In questo caso invece, data la direzione del vento e dato il punto che vogliamo raggiungere, possiamo fare un lunghissimo tratto di bolina stretta, senza virare.
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[14] - Le scotte sono le cime utilizzate per regolare le vele partendo dal loro angolo posteriore basso (punto di scotta).
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[15] - Mettere in cappa significa mettere le vele in modo che la spinta propulsiva su di una di esse sia controbilanciata e annullata dalla spinta sull'altra; è una manovra che si effettua con cattivo tempo per ridurre al minimo la velocità della barca e mantenere sempre le onde al mascone, cioè circa 45 gradi rispetto alla prua. Si chiama invece cappa secca quella di un veliero che decide di sostenere il cattivo tempo stando a secco di vele (con tutte le vele ammainate).
[16] - Lo scarroccio è lo spostamento laterale della barca per effetto del vento. In questo caso significa che cerchiamo di fermarci vicino all'uomo in mare ma in modo che il vento ci spinga pian piano verso di lui.
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[17] - Un parabordo è un oggetto messo a protezione dello scafo; normalmente si tratta di un corpo sferico o cilindrico gonfiabile sorretto da una cimetta legata alle draglie (cioè il cavo teso tutt'attorno alla barca per impedire cadute accidentali fuori bordo).
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[18] - Il pozzetto è lo spazio situato in coperta, al centro o a poppa delle barche da diporto per permettere all'equipaggio di sedere ed essere riparati in caso di maltempo; vi è situata la barra o la ruota del timone, la bussola e vi arrivano le principali manovre correnti.
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[19] - Cazzare a ferro significa tendere la scotta del fiocco al massimo e cioè finché tocca la sartie che reggono l'albero e che sono appunto metalliche.
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[20] - Lascare significa diminuire la tensione su una cima; contrario di cazzare; l'operazione si differenzia da mollare, che invece indica il togliere tutta la tensione sulla cima.
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[21] - Il tambuccio (o tambucio o tambugio) indica l'apertura e la relativa porta (o pannello scorrevole) usata per scendere sottocoperta.
[22] - Scapolare significa oltrepassare un capo, un riferimento o un ostacolo, mantenendosi lungo una rotta di sicurezza.
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[23] - I canestrelli sono le slitte che scivolano nell'apposita fessura praticata nell'albero. La loro definizione sarebbe: garrocci per inferire la randa. Il nome deriva dagli anelli di legno che, legati alla randa e fatti passare attorno all'albero, servivano per issare la vela sulle barche d'epoca.
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[24] - La gassa d'amante è un nodo molto usato e facile da sciogliere che serve per formare un anello al termine di una cima così che essa possa serrare senza strozzare; la gassa d'amante è usata anche per fissare la scotta alla vela.
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[25] - Ormeggiare all'inglese significa ormeggiare la barca parallelamente alla banchina; è più comodo ma così, lungo una banchina, ci stanno meno barche per cui, di solito, si ormeggia la barca perpendicolarmente alla banchina e con la poppa dal lato della banchina, ovviamente la manovra da fare è più complessa rispetto a quella necessaria per ormeggiare la barca parallelamente alla banchina.
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[26] - Con venti leggeri bisogna portare il boma al centro e il carrello della rotaia della scotta leggermente sopravvento.
[27] - Cazzare il meolo significa tendere il meolo che è una sottile sagola fatta passare all'interno di una guaina cucita lungo la balumina, parola che, a sua volta, indica il lato della vela da cui esce il vento (nel nostro caso, essendo il fiocco a forma di triangolo rettangolo, è la sua ipotenusa). Ciò nel tentativo di creare un po' di "unghia" lungo la balumina e aumentare così il grasso della vela (cioè la pancia che si forma col vento).
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[28] - Il fiocco normalmente è inferito (cioè attaccato) nella parte anteriore allo strallo di prora (un cavo, ora metallico, che va dalla prora alla testa dell'albero). Quando lo si deve regolare a seconda del vento più o meno forte (con molto vento deve avere una superficie molto più piccola) lo si deve giocoforza sostituire con un altro di diversa misura (ed il più piccolo si chiama tormentina perché lo si usa solo durante le tormente). Questa operazione è tutt'altro che comoda e facile per cui molte barche moderne montano sullo strallo di prora un lungo e sottile cilindro di alluminio su cui è possibile avvolgere il fiocco per variarne la superficie senza doverlo ammainare e sostituire.
[29] - La datura (Datura stramonium) è una pianta che cresce spontaneamente e che ha grandi fiori bianchi che si aprono di notte. E' velenosa ed i semi possono provocare allucinazioni e delirio.<<
Poi noi ci trasferiamo sul Luni dove Donato ci spiega l'uso delle dotazioni di sicurezza e cioè delle cinture di salvataggio, di quelle per assicurarsi alla barca (con cattivo tempo e di notte) e l'uso della radio VHF sia per parlare con altri che per emergenza (sempre sul canale 16).
Prima Donato ci spiega la proiezione di Mercatore ed altre cose che so già. Non sapevo però che la misura del miglio marino è stata scelta affinché fosse lungo esattamente un minuto di grado (1853,5 metri) e cioè 60 miglia x 360° = 40000 chilometri di circonferenza della Terra.
Le altre barche non si vedono e le chiamiamo col telefonino (sul Meteor non c'è la radio). Ci dicono che stanno uscendo.
Intanto l'altro non ci considera e va via a rotta di collo per conto suo e prendendo una rotta assolutamente sbagliata, infatti dirige verso Marciana Marina sull'altro lato dell'isola d'Elba che da qui si vede tutta intera.
L'inseguimento è abbastanza emozionante e ci dà un'idea precisa di come si svolgevano le battaglie navali, con lunghi periodi in cui apparentemente non succedeva alcunché ma dove in realtà si giocava il destino della battaglia.
Una volta raggiunto il Meteor Donato urla improperi all'altro skipper il quale se ne esce a dire che ha sbagliato rotta perché non conosce l'isola d'Elba. Lo accostiamo, sempre andando, e Donato gli spiega la rotta da tenere poi rallentiamo finché torniamo a livello dell'altro Meteor ma intanto il precedente, sia pure sulla nuova rotta, pian piano accelera e si allontana di nuovo.
Il Meteor più veloce accelera e lo raggiungo per dirgli dove sono i gavitelli dove deve ormeggiare.
La seconda settimana del corso di vela di Utopia
Con noi ci saranno tre persone arrivate oggi, si tratta di una coppia di Lecco (Elena e Massimo) e di un ragazzo di Milano (Massimiliano). Lo skipper sarà Fabio che vive da vari anni nei Caraibi dove ha una barca su cui porta in giro persone dal Venezuela a tutti i Caraibi.
Alla sera ci imbarchiamo e dormiamo nelle barche ancora ancorate a Cavo. Io dormo in dinette sul lato di dritta, teniamo il tambuccio e gli osteriggi aperti [21] e c'è un bel venticello che attraversa la barca.
Fabio ci fa ripassare la manovra da fare, specialmente per issare la randa. Intanto cade qualche goccia di pioggia ed il tempo è sempre più brutto. Così ci mettiamo le cerate ed io posso inaugurare cerata e stivali, sotto ho i pantaloncini corti ed una maglietta col gilet. In testa ho il mio berretto di lana e mi dicono che sembro Costeau.
Facciamo alcuni bordi e ci portiamo al largo superando Capo Calvo ed apprestandoci a doppiare Punta dei Ripalti che è all'estremo sud-est dell'isola d'Elba.
Cerchiamo di chiamare Alessandro al VHF ma non riusciamo a metterci in contatto. Allora torniamo indietro con alcuni bordi in fuori (che essendo di bolina danno l'impressione che il vento ci sia) finché non riusciamo a contattarli con la radio.
Pare che la loro accesa colorazione serva a questi piccoli esseri per mettersi in evidenza, una specie di mimetismo al contrario, per avvertire i probabili aggressori di non essere appetibili in quanto che emettono acidi e veleni letali per i loro aggressori anzi alcuni di essi addirittura riescono a convogliare le cellule urticanti dei celenterati (di cui si nutrono senza digerirle) fin sulle papille dorsali costruendo in questo modo una difesa molto efficace!
Quello da me osservato dovrebbe essere un esemplare di lepre di mare (Aplysia punctata) così chiamato perché ha due caratteristici cornini sulla testa che rassomiglia così a quella di una lepre.
Non si nutre però di celenterati ma è erbivoro e preferisce un alga detta insalata di mare (Ulva rigida) che è molto comune anche sui nostri lidi, all'occorrenza però non disdegna nemmeno la comune lattuga per cui è facile da mantenere in acquario. E' molto studiata dagli specialisti del cervello perché ha un sistema nervoso molto semplice su cui è facile fare esperimenti.
Poi tocca a me: tono di voce buono (viene chiesto a tutti il loro parere e dicono che si sono sentiti più sicuri) però non ho tenuto la prua al vento (sono a motore) e ho girato in tondo durante le manovre (senza accorgermene).
Poi tocca agli altri ognuno sta attento all'errore fatto dal precedente e in quel settore va benino ma poi fa qualche altro errore madornale nuovo.
La mia collega velista mi aveva detto di portarmi due berretti perché in mare è facilissimo perderlo e mi aveva assicurato che sarei partito con due e tornato con uno, invece io sono partito con uno e torno con due!
Poi ci dirigiamo diritti a Marciana ed andiamo a motore. Ormeggiamo belli comodi all'inglese [25] ma poi arriva un tizio che dice di spostarci perché arriva la navetta da San Vincenzo.
Spostiamo di poco indietro la barca in modo che non sporga dalla linea blu che delimita l'area di attracco riservata a questa navetta che deve arrivare.
La luce però non è delle migliori e sarebbe stato meglio passarci di pomeriggio. Comunque scatto varie foto specialmente in corrispondenza delle punte più caratteristiche e dove ci sono scogli e scoglietti sotto costa.
Chiediamo spiegazioni a Fabio che dice che 8s significa (come avevo immaginato) un lampo ogni otto secondi, 150m è l'altezza sul livello del mare in metri e 7M è la distanza in miglia dalla quale è visibile il faro.
Facciamo bene perché, quando siamo al largo di Capraia, si alza un po' di vento e riusciamo a spegnere il motore. Regoliamo di fino le vele e scarrelliamo la randa sopravvento per sfruttare tutto il poco vento che c'è e riusciamo a muoverci dignitosamente.
Il viaggio di ritorno è molto lungo. Si mangia qualcosa e poi ci si stravacca qua e là sfruttando l'ombra delle vele però mentre al sole ci si ustiona, all'ombra c'è troppo fresco.
Questo è successo anche all'andata e Massimiliano ci ha fatto ridere tutti raccontando che mi vedeva appoggiato al tambuccio che è trasparente e pensando che fossi sveglio e scrutassi dabbasso, visto il gran tempo che rimanevo fisso in questa posizione, si chiedeva chissà cosa sta guardando?
C'è però un motoscafo ormeggiato in seconda fila che chiude in parte l'ingresso. Fabio si avvicina e prova per bene la manovra perché il problema è anche la cima che ormeggia il motoscafo a prua. Stiamo tutti ai bordi, Massimiliano fila l'ancora ed in breve siamo ormeggiati.
Mentre sono al timone e siamo di bolina è pronto e dice Prendo il timone io mentre mangiate ma io propongo di metterci di cappa e dice che è una buona idea, faccio così la manovra e rimaniamo fermi (scarrocciando solo un po') in mezzo al mare mangiando comodamente.
Traversata dell'Adriatico
La barca è un SunDance 36 dei cantieri francesi Jeanneau. 36 è la lunghezza in piedi quindi è lunga undici metri. Ha una cabina anteriore, due posteriori, due bagni ed una vasta dinette.
In macchina hanno una enorme quantità di bagagli e provviste (la barca rimane di là dell'Adriatico e verranno poi raggiunti dalla famiglia) e li aiutiamo a portare tutto alla barca con dei comodi carrettini forniti dallo Yatch Club.
Ci si consulta ed i più esperti dicono che non vale la pena di rischiare perché col vento a Nord-Est non si guadagnerebbe comunque tempo. Si decide allora di stare qui fino a domani ed eventualmente partire per Lussino domani nel pomeriggio dopo aver sentito le nuove previsioni.
Alla sera il vento si è attenuato e migliora ma il mare è ancora mosso. Si parla anche di partire subito ma poi si decide di partire un due ore prima dell'alba e ci si appresta ad andare a letto.
C'è anche da dire che la barca è appesantita dalle provviste e sembra non si comporti benissimo con mare mosso scarrocciando molto e faticando molto ad avanzare.
Si attraversa Marina di Ravenna addormentata dove una bombetta fucsia di cartone (nel senso del cappello), abbandonata per terra, è un testimone delle feste del sabato sera.
Si esce a motore e seguiamo l'altra barca. Troviamo delle onde molto grosse in un canale ma poi si va un po' meglio.
Il porto di Ravenna ha due enormi frangiflutti che chiudono un'area molto vasta dove navighiamo a lungo prima di uscire in mare aperto.
Io li conosco molto bene perché ne ho fatto dei bei tratti a piedi, tanti anni fa, quando partecipavo a delle gara di caccia subacquea. A Ravenna infatti si teneva la Coppa Polinara, che era un gara molto importante.
La barca, benché sia una barca alquanto sportiva, è molto lenta a reagire al timone perché è molta carica di provviste.
Fa buio pian piano e si comincia a vedere qualche nuvola. Si va con le vele ma con anche il motore acceso e così si va piuttosto svelti.
Si cominciano a vedere le stelle ma anche quando siamo molto lontani e parecchio al largo, rimane una fascia luminosa lungo tutta la costa.
Abbiamo tutti sonno ma nessuno va sotto a dormire. Dopo un bel po' il cielo diventa chiaro e poi sorge il sole ma l'alba non è particolarmente spettacolare anche perché ormai la linea delle isole costiere copre il sorgere del sole anche se le isole non si possono ancora vedere con chiarezza.
All'improvviso Giorgio dice Quello è un tronco o un delfino? Guardo anch'io e vedo bene: è proprio un delfino che sta saltando parzialmente fuori dall'acqua. Ce ne sono anche altri ma sono più avanti a noi e spostati a sinistra per cui si allontanano prima che possiamo distinguerli bene visto anche che ci sono sempre onde.
Ora stiamo andando solo a vela ed andiamo anche piuttosto veloci, essendo di bolina c'è da fare qualche virata ed io faccio il prodiere. Abbiamo anche i terzaroli già preparati con una cima.
Tiriamo avanti un po' ma poi di nuovo si alza il vento e facciamo un altro tratto a vela. Dato che la Patty ha continuato ad usare il motore ed ha più vele, ormai è lontanissima e quindi andiamo per i fatti nostri.
Prendiamo subito mezzo litro di pivo (cioè birra) e quella che ci portano è molto buona. Da mangiare prendiamo un'ottima insalata di polpo con dei polpi saporiti e tenerissimi e come contorno, una insalata mista.
Finalmente arriviamo a Brbinj dove c'è una bella baia piuttosto profonda e tranquilla dove sembra quasi di stare in un lago ma dove il paese è praticamente inesistente: ci sono solo delle case sparse.
Brbinj però non è tutta qui: al di là un istmo di terra c'è un'altra baia più grande dove attracca il traghetto di linea e dove andiamo a fare i biglietti per il ritorno.
La cosa sembra strana perché, essendo qui racchiusi fra isole, isolette e penisole, il panorama assomiglia a quello che si vede tra i fiordi e dà quindi dà un'idea del nord più che del sud.
Attraccano vicino a noi dei tizi su di un megamotoscafo ma non sembrano dei gran marinai: quando arrivano ed attraccano fanno una manovra orrenda e per poco non ci affondano stringendoci contro la banchina.
Qui però col termine deriva si intende una piccola barca aperta, particolarmente adatta alla navigazione in mare con buon vento . Le derive sono in genere veloci ed agili, adatte per chi ama le prestazioni . In genere si impara prima sulle derive e si prosegue poi sulle imbarcazioni da crociera.
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E' interamente metallico, formato da un cilindro verticale che gira in un sol senso e contiene un dispositivo demoltiplicatore per cui avvolgendovi sopra più volte una cima (sempre e solo in senso orario) e tirando si tende (o meglio si tesa o si cazza) la cima, quando poi lo sforzo diventa eccessivo si può continuare con una manovella che si infila nella parte superiore e si sfrutta la riduzione dello sforzo dovuta alla demoltiplica.
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Il fiocco è la vela triangolare anteriore all'albero di trinchetto (nel nostro caso dell'unico albero che abbiamo). Essendo molto più piccola della randa sembrerebbe molto meno importante ma invece dà una grande forza propulsiva, specialmente quando non si è in favore di vento.
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E' evidente che dopo aver strambato, arrivando il vento dal bordo (cioè il lato della barca) opposto al precedente, muovere il timone nella direzione che prima faceva orzare ora fa poggiare e viceversa.
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La cappa filante consiste nel regolare le vele in modo che lo scafo si mantenga un po' più stretto del traverso con timone all'orza in modo che avanzi solo il tanto da mantenere attivo il timone. In questo modo lo scafo scarroccia leggermente sottovento perdendo il minor cammino e lasciando sopravvento una remora che riduce la possibilità che si crei qualche frangente pericoloso.
Infine la cappa è detta ardente se lo scafo avanza per poi rinculare sotto l'azione del vento e del mare e riprende quindi ad avanzare leggermente, serpeggiando. Ogni scafo, in relazione alla propria alberatura e velatura ha un suo equilibrio particolare sotto vela e, pertanto, il tipo di cappa, e il tipo di vele da mantenere issate, varia notevolmente.
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Gli osteriggi sono delle finestrature sulla coperta o sul cielo della tuga (cioè la parte rialzata rispetto al piano di coperta per aumentare l'altezza in cabina) e servono per dare aria e luce all'interno della barca.
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Invece scarrellare la randa sottovento quando si è di bolina stretta ha l'effetto di ridurre lo sbandamento.
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Il genoa è un tipo di fiocco di grandi dimensioni, con una lunga base così che la bugna (cioè la punta inferiore posteriore), nelle andature di bolina, è a poppavia dell'albero. Fu così chiamato dagli inglesi e deve il suo nome alla città di Genova dove fu utilizzato per la prima volta nel 1926.
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